Salvare la giustizia da sé stessa
Perché votare Sì al referendum non significa difendere il governo, ma restituire legittimazione alla magistratura e credibilità allo Stato di diritto
C’è un equivoco di fondo che rischia di avvelenare il dibattito sul referendum costituzionale sulla giustizia: l’idea che votare Sì equivalga a schierarsi con l’attuale maggioranza, o peggio a partecipare a una vendetta politica contro la magistratura. È un errore grave, che confonde il giudizio su chi governa con la valutazione di una riforma che tocca un nervo scoperto della nostra democrazia. Si può essere duramente critici verso questo governo, verso il ministro Carlo Nordio, verso le sue uscite infelici e propagandistiche, e allo stesso tempo votare convintamente Sì. Non nonostante Nordio, ma al di là di Nordio.
Il punto non è il governo. Il punto è lo stato di salute della giustizia in Italia. E qui occorre dirlo con franchezza: un Paese che non crede più nella propria giustizia è un Paese che sta scivolando pericolosamente verso la disgregazione civile. Oggi basta parlare male di un giudice per strappare un applauso facile in qualunque platea. È un riflesso malato, certo, ma non nasce dal nulla. Nasce da una crisi profonda di legittimazione che la magistratura, negli ultimi decenni, ha contribuito ad alimentare.
Dai trionfi simbolici di Mani pulite si è passati a un discredito diffuso, trasversale, popolare. Allora si sventolavano striscioni per i magistrati, oggi si fatica a trovare cittadini disposti a riconoscere autorevolezza a una sentenza, pur pronunciata “in nome del popolo italiano”. Ieri era sbagliato trasformare la giustizia in un plebiscito morale; oggi è altrettanto pericoloso ridurla a bersaglio permanente di sfiducia. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una giustizia delegittimata.
In questa deriva la magistratura non è vittima innocente. Non tanto per singoli errori – che il processo, in molti casi, corregge da sé – quanto per un iper-corporativismo che nel tempo si è fatto sistema. Un corporativismo che ha finito per separare la magistratura dalla cittadinanza, creando una faglia sempre più profonda tra chi amministra la giustizia e chi la subisce o la invoca. È qui che si colloca il corto circuito dell’autogoverno, ed è qui che entra in gioco il Consiglio Superiore della Magistratura.
Il Csm, secondo la Costituzione, è un organo di garanzia del servizio giustizia. Non è – e non dovrebbe essere – un parlamento delle toghe, né un campo di battaglia permanente tra correnti organizzate. E invece, negli anni, è diventato proprio questo: il luogo dove logiche di appartenenza, negoziazione interna e forza “politica” delle correnti hanno finito per prevalere sulla funzione originaria. È difficile spiegare altrimenti la levata di scudi compatta contro una riforma che, a ben vedere, si limita a due cose essenziali: certificare una separazione di funzioni tra giudicanti e requirenti che tutti dicono già esistere, e riportare il Csm dentro il perimetro costituzionale per cui è nato.
Se davvero, come si sostiene, giudici e pubblici ministeri sono già separati nei fatti, perché tanto allarme? Se la riforma addirittura rafforzerebbe il pubblico ministero, come mai le proteste più furibonde arrivano proprio da chi oggi gode di un peso sproporzionato, fondato su visibilità mediatica e capacità di intimidazione simbolica? La risposta è una sola: perché la riforma incrina un assetto corporativo che garantisce potere, influenza e autoreferenzialità. Ed è questo, non altro, lo specchio che la riforma mette davanti alla magistratura.
Non regge nemmeno l’argomento secondo cui il sorteggio sarebbe una deriva irrazionale, una consegna dell’autogoverno al caso. Il sorteggio esiste già in snodi delicatissimi del nostro ordinamento: dalla Corte costituzionale integrata chiamata a giudicare il Presidente della Repubblica alle Corti d’assise. Nessuno ha mai sostenuto seriamente che questi meccanismi siano eversivi della democrazia. Qui il sorteggio non serve a negare la competenza, ma a spezzare la cooptazione stabile e le rendite di posizione.
C’è poi un dato politico che andrebbe ricordato, soprattutto a sinistra. La difesa acritica dell’attuale assetto non è un’eredità progressista. Il vecchio Partito comunista votò a favore della responsabilità civile dei magistrati. La Bicamerale D’Alema elaborò proposte che andavano ben oltre l’attuale riforma: sdoppiamento del Csm, riduzione del peso togato, corte disciplinare autonoma, ruolo più forte della rappresentanza politica nell’avvio dell’azione disciplinare. Oggi, paradossalmente, ci si scandalizza per molto meno.
Votare Sì, allora, non significa indebolire la magistratura. Significa provare a salvarla da sé stessa, da una spirale di autodifesa corporativa che la sta isolando dal Paese reale. Perché il giudice non deve solo essere imparziale: deve apparirlo. E oggi troppi cittadini non vedono più un giudice terzo, come pure prescrive l’articolo 111 della Costituzione, ma un corpo compatto, chiuso, intoccabile.
Di una giustizia legittimata, riconosciuta, credibile abbiamo bisogno come dell’aria. Soprattutto in un’epoca in cui la crisi dei parlamenti e degli esecutivi rende sempre più centrale il ruolo del giudiziario, chiamato a interpretare il diritto del caso concreto in una realtà complessa e cangiante. Ma questo ruolo può essere esercitato solo da chi è riconosciuto come arbitro, non come parte. È per questo, e non per spirito punitivo, che votare Sì oggi è un atto di responsabilità democratica.

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