Referendum sulla giustizia e mondo ecclesiale: il nodo del pluralismo interno

Quando lo schieramento per il “No” precede il confronto pubblico e il metodo rischia di pesare più del merito

Nel confronto sul referendum costituzionale sulla giustizia si sta delineando un quadro che interpella direttamente il mondo ecclesiale. In particolare, la Rivista del  MEIC e alcune parrocchie risultano, nei fatti, orientate verso il “No”.

Non è questo, di per sé, il problema. Ogni realtà ecclesiale ha il diritto di promuovere momenti di approfondimento e, se lo ritiene, di esprimere un orientamento. Il punto è un altro: né il Meic né le comunità parrocchiali, per loro natura, sono soggetti nati per assumere un ruolo di schieramento su singole opzioni referendarie. La loro tradizione è quella della formazione delle coscienze, dell’accompagnamento spirituale e culturale, del discernimento comunitario.

Proprio per questo, quando l’orientamento verso il “No” emerge attraverso una sequenza di iniziative, incontri e materiali tutti collocati nella stessa direzione – senza che sia visibile un dibattito paritario e strutturato – si apre una questione di metodo.

Non si tratta di invocare una neutralità forzata delle parrocchie o dei movimenti ecclesiali. La Chiesa non è estranea ai temi della vita pubblica e istituzionale. Ma su questioni tecniche e divisive come l’assetto del Csm, la separazione delle carriere, l’equilibrio tra poteri dello Stato, sarebbe auspicabile che gli spazi ecclesiali favorissero un confronto reale tra posizioni diverse, anziché proporre implicitamente una sola chiave di lettura.

C’è stata una consultazione ampia? Sono state messe a tema, con pari dignità, le ragioni del “Sì” e quelle del “No”? Oppure si è creato un orientamento per accumulo di eventi e contributi unilaterali, fino a far apparire una posizione come l’unica compatibile con una coscienza cristiana matura?

Il rischio è quello di un pensiero unico che non si impone con dichiarazioni ufficiali, ma si consolida per saturazione degli spazi. Nessun divieto esplicito, nessuna esclusione formale. E tuttavia, chi la pensa diversamente può sentirsi marginale, quasi fuori luogo in ambienti che dovrebbero invece essere casa comune.

Il problema non è lo schieramento in sé. È lo schieramento “di fatto”, non deliberato, non discusso pubblicamente in modo trasparente, che finisce per comprimere il pluralismo interno in modo surrettizio. Le comunità ecclesiali hanno sempre custodito, al loro interno, una pluralità di sensibilità culturali e politiche. Questa ricchezza non dovrebbe essere sacrificata sull’altare di una contingenza referendaria.

Altro conto sono associazioni o realtà che, per storia e impostazione ideale, hanno un’elaborazione consolidata su temi istituzionali e quindi scelgono coerentemente una posizione. Altro conto è maturare una scelta dopo un confronto autentico e dichiararlo apertamente. Diverso è quando l’orientamento si forma senza un percorso riconoscibile e condiviso.

In un tempo segnato da polarizzazioni e diffidenze reciproche, le parrocchie e i movimenti ecclesiali dovrebbero essere luoghi di dialogo reale, non di allineamento implicito. Spazi in cui le coscienze vengono educate alla responsabilità personale, non indirizzate in modo indiretto verso un’unica opzione.

Il referendum passerà. Ma resterà la memoria del metodo adottato. E per realtà che hanno come missione la formazione integrale della persona e la promozione di una cultura democratica matura, il pluralismo non è un optional: è parte della loro stessa identità.

 

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