La “scelta religiosa” non è una ritirata: è responsabilità, storia, visione
Non basta criticare CL: la vera domanda è dove siano oggi i cattolici capaci di mediazione, responsabilità e visione istituzionale.
Durante il recente Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha toccato temi che da sempre risuonano nel mondo cattolico: la famiglia, la scuola paritaria, la difesa della vita, la sussidiarietà, i valori occidentali.
Un discorso studiato per una platea sensibile e favorevole. Ma è stata una frase, posta verso la fine dell’intervento, a suscitare perplessità: il riferimento critico alla cosiddetta “scelta religiosa” operata da parte del mondo cattolico italiano mezzo secolo fa.
Meloni ha contrapposto chi “si è sporcato le mani” – in riferimento al carisma di Comunione e Liberazione – a chi avrebbe invece preferito chiudersi in sacrestia, abbandonando l’arena politica. Un passaggio che sembra colpire direttamente l’Azione Cattolica e il mondo del cattolicesimo democratico.
Ma forse, prima di dividere per categorie chi ha servito o meno la cosa pubblica, sarebbe utile ricordare chi ha dato forma a questa “scelta religiosa” e quale ne sia stato il significato profondo.
La Fuci fece propria la «scelta religiosa» maturata dall’Azione cattolica guidata dagli ex fucini Vittorio Bachelet e mons. Franco Costa, in piena sintonia con la “rivoluzione ecclesiale determinata dal Concilio Vaticano II. L’attenzione costante ai problemi dell'università si traduce in una tensione al «dialogo» con la cultura contemporanea.
Si assume la mediazione culturale tra fede e ragione quale sentiero da percorrere affinché la ragione illumini il cammino della Fede e la Fede completi la ragione.
La “scelta religiosa” non fu una fuga dal mondo. Fu il contrario. Fu una dichiarazione d’indipendenza della fede da qualsiasi collateralismo politico. Una decisione lucida per affermare la centralità del Vangelo, dell’Eucaristia, della formazione spirituale e civile. In un momento di grandi tensioni sociali e politiche, non fu una ritirata, ma una riaffermazione della vocazione propria del laico cristiano: esserci con sobrietà, profondità, spirito di servizio.
Quella svolta fu accompagnata e benedetta da Paolo VI, che da giovane sacerdote fu Assistente ecclesiastico nazionale della Fuci negli anni più delicati del dopoguerra. Fu lui a guidare con equilibrio e profezia il passaggio da un’associazione in dialogo privilegiato con la Democrazia Cristiana a una presenza più libera, radicata nella Parola e attenta al primato della coscienza.
Non è un caso che tra i protagonisti dell’Azione Cattolica di quegli anni ci fossero due figure che avrebbero segnato profondamente la storia italiana: Giovanni Battista Montini, divenuto Paolo VI, e Aldo Moro, che fu presidente nazionale della Fuci dal 1945 al 1946. Entrambi contribuirono a costruire una visione del cattolicesimo come forza culturale e morale capace di abitare la democrazia senza dominarla.
Moro, fu l’artefice di una politica paziente, inclusiva, fondata sul dialogo e sull’autonomia della coscienza. Fu proprio quella scuola, quella visione di laicità cristiana, a plasmare il suo impegno istituzionale. Moro non ha mai invocato il Vangelo per legittimare scelte di potere, ma ha vissuto la fede come orizzonte di senso per servire la libertà, la giustizia, la pace.
Il cattolicesimo democratico ha costruito pezzi interi della nostra democrazia. Ha partecipato alla Resistenza, ha scritto la Costituzione, ha popolato i partiti, i sindacati, le istituzioni. Ha dato vita a un modello di laicità positiva, in cui il credente è cittadino a pieno titolo, non per rivendicare privilegi confessionali, ma per condividere valori umani e universali.
Nell’Assemblea Costituente sedevano tanti esponenti formati in Azione Cattolica. Quando oggi si parla di riforme costituzionali e si inneggia all’efficienza dell’esecutivo, vale la pena chiedersi se si ha chiara la memoria di quel contributo cattolico alla nostra architettura democratica. E se, in nome della fede, si rischia di legittimare modelli politici che ne minano i presupposti.
Nessuno mette in discussione l’importanza di Comunione e Liberazione nella storia della Chiesa italiana. Ma ridurre il dibattito a uno scontro tra chi ha avuto coraggio e chi no è ingeneroso, oltre che inesatto e falso storicamente. L’Azione Cattolica non ha fatto scelte di retroguardia. Ha formato generazioni di laici che hanno servito il Paese da amministratori, funzionari, insegnanti, medici, dirigenti, parlamentari.
E lo ha fatto senza clamore, senza bandiere, senza etichette. In silenzio, ma con coerenza.
Il laico cristiano non è chiamato a imporsi, ma a servire. Non a giudicare, ma a discernere. Non a dividere, ma a costruire ponti.
C’è una frase che chiude il cerchio. La pronunciò il cardinale Carlo Maria Martini parlando di Vittorio Bachelet, presidente dell’AC e vicepresidente del CSM, assassinato dalle Brigate Rosse: “Il suo è stato un martirio laico”. Non morì mentre proclamava la fede, ma mentre serviva la giustizia, lo Stato, la Costituzione.
Forse questo è davvero “sporcarsi le mani”.
Con dignità. Con gratuità. Con responsabilità.
La “scelta religiosa” non è mai stata un ripiegamento spirituale. È stata una scommessa alta sulla responsabilità del laico, sulla libertà della Chiesa, sulla necessità di abitare la democrazia con cultura, discernimento, e senso delle istituzioni. Ma oggi, se qualcuno ci chiedesse dove vive ancora quella visione, che volto ha, quale proposta politica la incarna, non sapremmo cosa rispondere con certezza.
E qui il problema si fa serio.
È vero, ha rotto i collateralismi. Ma non per disinteresse alla politica. Perché credeva che l’impegno dovesse maturare in autonomia e libertà, in una cultura di governo capace di confrontarsi con credenti e non credenti, costruendo mediazioni e non identità chiuse.
Ma oggi, questa esigenza di un luogo politico affine – non confessionale, ma consapevolmente ispirato, con una cultura di governo radicata nel Vangelo e nella Costituzione – non trova casa.
Molti di coloro che vengono da questi mondi si rifugiano in una forma di dissenso sterile, che non costruisce alternative. Si limitano a dire no: no al riarmo, no al premierato, no al lavoro che cambia, no all’Europa che chiede responsabilità. Non c’è nulla di profetico in una posizione che replica passivamente i limiti della sinistra che avrebbe dovuto fecondare.
La stessa Rosa Bianca, di cui sono stato tra i promotori ma che abbandonai quando scelse la Rete, sembra si limitano a dire che Elly Schlein ha ragione su tutto; che contributo originale stanno offrendo al dibattito politico e culturale? Quale tensione evangelica e democratica si intravede in una linea che si accoda senza discernere?
Anche sul tema delle riforme istituzionali, il cattolicesimo democratico ha molto da dire. Non è vero che sia sempre stato per governi deboli: De Gasperi lo disse chiaramente ai costituenti DC, e Maritain fu uno dei primi teorici dell’elezione diretta e del sistema maggioritario. Solo la Guerra Fredda impose una prudenza strutturale. Ma già nel 1989, anche la FUCI iniziava a proporre un cambiamento della legge elettorale, e la tesi 1 dell’Ulivo fu proprio il premierato.
Se oggi la riforma è posta male, non si può rispondere con la nostalgia dei governi deboli. Si risponde con una proposta migliore, con un'idea di Stato solido, partecipato, costituzionale. E invece, la voce cattolica rischia di restare muta, o confusa, o disarticolata.
Allora la vera domanda, oggi, non è se la “scelta religiosa” sia ancora valida. È dove si costruisce oggi un luogo in cui quella visione possa tornare a generare politica, cultura, mediazione. Un luogo dove la fede non diventi identità, ma risorsa. Dove l’impegno non sia dominio, ma servizio. Dove la storia non sia solo memoria, ma compito.
Se nessuno si assume questa responsabilità, il problema non è chi applaude. Il problema è chi, potendo parlare, continua a tacere.

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