Consiglio Superiore della Magistratura

Le storture di un sistema che non può dividersi tra “puri” e “impuri”

 

C’è una narrazione che attraversa da anni il dibattito pubblico italiano e che riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura: da una parte la magistratura come baluardo etico della Repubblica, dall’altra una politica perennemente sospetta e una società civile spesso dipinta come inadeguata o ostile. È una rappresentazione rassicurante, ma profondamente sbagliata. Non esiste una parte buona per definizione e una parte cattiva per natura. Esistono istituzioni, persone, responsabilità e – talvolta – storture.

 

Il CSM nasce per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, sottraendo le carriere e la disciplina dei magistrati al controllo diretto del potere esecutivo. Una conquista fondamentale, figlia della lezione storica del fascismo e scolpita nella Costituzione. Ma l’autonomia non coincide con l’autoreferenzialità, e l’indipendenza non è sinonimo di immunità culturale o morale.

 

Negli ultimi anni le vicende che hanno coinvolto il Consiglio – tra logiche correntizie, spartizioni di incarichi direttivi, accordi trasversali e dinamiche opache – hanno mostrato che anche l’organo di autogoverno della magistratura può scivolare in pratiche di gestione del potere simili a quelle che, in altri ambiti, vengono giustamente criticate. Il correntismo, nato come espressione pluralistica e culturale, si è trasformato spesso in una struttura di appartenenze organizzate che incidono sulle nomine, sulle promozioni, sulle carriere. Non è un peccato originale, ma è un problema sistemico.

 

Il punto centrale è questo: non esiste una “magistratura buona” per definizione contrapposta a una “società cattiva” o a una “politica corrotta”. Questa contrapposizione è culturalmente pericolosa perché alimenta un clima da guerra morale permanente. In una democrazia matura, nessun potere può essere considerato ontologicamente superiore agli altri. Ogni potere deve essere bilanciato, controllato, sottoposto a regole chiare e trasparenti.

 

Il CSM ha funzioni essenzialmente amministrative e disciplinari. Non è un ordine professionale né un sindacato di categoria. Non dovrebbe essere il luogo di rappresentazione di equilibri politici interni, ma uno spazio di garanzia per il corretto funzionamento della giurisdizione. Quando però le dinamiche interne assumono logiche di schieramento rigido, il rischio è che la valutazione del merito si intrecci con la fedeltà a correnti o gruppi organizzati.

 

Questo produce due effetti corrosivi. Il primo è interno: la percezione che le carriere dipendano più dalle relazioni che dal merito. Il secondo è esterno: la perdita di fiducia dei cittadini. E un sistema giudiziario che perde credibilità sociale entra in una zona grigia pericolosa, perché la giustizia vive anche della fiducia collettiva.

 

Occorre allora uscire da una retorica semplificatoria che divide il mondo in amici della legalità e nemici della legalità. La legalità non è proprietà di nessuno. È un bene comune che si difende con regole chiare, trasparenza e responsabilità reciproca. Anche la magistratura, come ogni altro corpo dello Stato, deve accettare il principio della responsabilità istituzionale.

 

Non si tratta di delegittimare la funzione giudiziaria, ma di rafforzarla. Non si tratta di indebolire l’autonomia, ma di sottrarla alle logiche interne che rischiano di trasformarla in un sistema chiuso. In una democrazia liberale non esistono poteri “sacri” e poteri “impuri”: esistono poteri che si controllano a vicenda.

 

Riconoscere le storture del Consiglio Superiore della Magistratura non significa attaccare la magistratura, ma affermare un principio di laicità istituzionale: nessuno è al di sopra della critica, nessuno è al di sotto della legge, nessuno è portatore esclusivo del bene. Solo accettando questa verità si può restituire equilibrio al sistema e fiducia ai cittadini.

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