Serve un anello di congiunzione tra PD e mondo cattolico?
L’intervista di Rosy Bindi a La Stampa si presenta come una riflessione politica, ma potrebbe essere letta anche in un’altra chiave.
Non è solo una critica al governo Meloni o un’analisi delle incertezze del Partito Democratico sotto la guida di Elly Schlein.
Forse è qualcosa di più: un messaggio tra le righe, un modo per dire “ci sono ancora” senza doverlo esplicitare?
C’è chi potrebbe vederci un tentativo di rimettere al centro una questione reputata cruciale per il centrosinistra: come riallacciare un dialogo serio con il mondo cattolico? E, soprattutto, chi può farlo davvero?
Le parole di Bindi su Giorgia Meloni sono dure, ma prevedibili: “più abile che bugiarda”. È una frase che suona più come una provocazione che come una vera analisi. Quello che colpisce, però, è il passaggio successivo.
Alla premier viene rimproverato il discorso bugiardo, il saper “lisciare il pelo” al pubblico del Meeting e il sottolineare come CL ha sempre votato a destra, quindi niente di nuovo sotto il sole.
E a Schlein? Viene detto che non sa costruire il “mosaico finale” che possa parlare anche ai cattolici.
Uno dei passaggi chiave dell’intervista è il richiamo alla necessità di avere, nel PD, una figura incaricata di mantenere un dialogo stabile con la CEI e con il Vaticano. Non è un dettaglio: è un modello di partito.
Viene da chiedersi: nel 2025, ha ancora senso un canale politico “istituzionalizzato” con le gerarchie ecclesiastiche?
È questo il modo più efficace per parlare ai cattolici italiani, soprattutto a quelli che non si riconoscono più né nella Chiesa ufficiale né nei partiti tradizionali?
Oppure si rischia di riproporre una dinamica superata, più vicina alla Prima Repubblica che al presente?
Bindi dice di essere d’accordo con tutto ciò che Schlein afferma, anche sui temi eticamente sensibili. Ma poi precisa che manca un progetto organico, un disegno capace di includere “la sensibilità dei cattolici”.
Forse Schlein avrebbe il messaggio giusto ma non il linguaggio. Forse manca qualcuno che lo traduca per il mondo cattolico. E allora viene da chiedersi: Bindi si sta forse proponendo come questa traduttrice politica?
Quando l’ex ministra parla della “gamba centrista” mancante, dei limiti di Calenda e Renzi, della speranza (vaga) che figure come Ruffini possano dare forma a un nuovo centro, sembra evocare una casa politica perduta, più che indicare una direzione concreta.
È un’operazione politica? O solo un riflesso nostalgico?
In entrambi i casi, si rafforza un’idea: se i nuovi interpreti del centro non convincono, e se i cattolici non trovano voce nel Pd, forse ci vorrebbe qualcuno con una storia, una credibilità e una connessione diretta con quei mondi. Di nuovo: il profilo tracciato potrebbe assomigliare molto a quello di Rosy Bindi?
Nell’ultimo tratto dell’intervista, Bindi invita Schlein a essere più collegiale, più chiara nelle scelte, più coerente con le promesse fatte alle primarie. Ma non si limita a un rimprovero: sembra suggerire che la segretaria non debba fare tutto da sola. E implicitamente, lascia intendere che qualcuno di più esperto potrebbe darle una mano. Chi? Ancora una volta, la risposta sembrerebbe poter essere la stessa.
Alla fine, la domanda vera potrebbe essere questa: Rosy Bindi vuole tornare a giocare un ruolo politico attivo, magari come “garante” del rapporto tra il PD e il mondo cattolico? Oppure vuole solo ricordare al partito le sue radici e sollecitarne una riflessione più ampia?
La linea è sottile. E l’intervista, più che chiarirla, sembra volerla lasciare volutamente sfumata.

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