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	<description>Incontri del landino</description>
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		<title>L’iniziativa Guzzetta e il paradosso delle riforme</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 07:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Armillei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Dietro la querelle sulla Convenzione per la riforme costituzionali vi è molto di più che l’ennesimo conflitto su Berlusconi o la disputa tra costituzionalisti. Dietro alla questione della Convenzione si agita il paradosso delle riforme costituzionali: i riformatori sono allo stesso tempo quelli da riformare. Come aspettarsi che i senatori in carica aboliscano il Senato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dietro la querelle sulla Convenzione per la riforme costituzionali vi è molto di più che l’ennesimo conflitto su Berlusconi o la disputa tra costituzionalisti. Dietro alla questione della Convenzione si agita il paradosso delle riforme costituzionali: i riformatori sono allo stesso tempo quelli da riformare. Come aspettarsi che i senatori in carica aboliscano il Senato così come lo conosciamo, per fare un esempio, cancellando così le loro chance di rielezione? Come superare dunque il conflitto di interessi che ne viene fuori?</p>
<p>Un primo punto deve essere messo in evidenza: se il campo da gioco e i giocatori restano gli stessi di sempre la partita ha un esito segnato. I conservatori controllano la gran parte di questi elementi o, quantomeno, sono in grado di mettere sul tavolo tutti i loro poteri di veto. Una prima mossa sarebbe quindi quella di cambiare campo e giocatori introducendo l’elettorato direttamente nella partita. Ci hanno provato con indubbio merito i referendari, quelli di sempre, dal tempo del referendum sulla preferenza unica. Oggi il tema è il referendum di indirizzo, far scegliere all’elettorato cosa si deve fare e dare un mandato preciso a Parlamento e Governo. Accanto a quello del progetto di legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un modello semipresidenziale e di una legge elettorale maggioritaria a doppio turno di collegio presentato in questi giorni. Due modi insomma per cambiare campo e giocatori, mettendo accanto ai partiti l’interesse dell’elettorato.</p>
<p>La Convenzione, indipendentemente dalla sua composizione, in tandem con il Comitato degli esperti esprimono invece una seconda mossa, diversa dalla prima anche se complementare. Attraverso la Convenzione, purché dotata di poteri almeno redigenti che mettano il Parlamento davanti all’alternativa prendere o lasciare, si punta a ridefinire il ruolo del Parlamento nel processo di riforma, quantomeno a neutralizzarne le tendenza a porre innanzi tutto veti o a “spolpare” ogni disegno organico di riforma attraverso microscambi e compromessi. Si vuole così fare del Governo in qualche modo il pilastro delle riforme, puntando sulla sua legittimazione non solo parlamentare ma anche presidenziale. L’obiettivo è cambiare ancora una volta campo di gioco e giocatori, spostando la definizione concreta dell’agenda e la articolazione delle specifiche soluzioni di riforma in capo ad un organismo tecnico, il Comitato degli esperti nominato dal Governo, parzialmente sottratto alla dinamica partigiana del sistema delle forze in campo. Si punta per ciò stesso a derogare, almeno in parte, al processo di revisione costituzionale previsto dall’art.138.</p>
<p>Non a caso due mosse, referendum e art.138, sulle quali si sono espresse autorevoli dissenting opinion nel gruppo dei saggi incaricato a suo tempo da Napolitano. Le culture costituzionalistiche e politiche di quelle dissenting opinion sono di fatto alleate del conservatorismo costituzionale e finiscono con il fornire potenti munizioni ai riformatori che dovrebbero riformare se stessi. Con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi.</p>
<p>E’ bene che le due mosse trovino un punto di saldatura se si vuole venire a capo della questione mai risolta del cambiamento del nostro sistema di governo e del nostro sistema elettorale. Due mosse coordinate per due problemi non separabili, come questi lunghi 20 anni di transizione costituzionale non conclusa hanno inesorabilmente dimostrato. Le soluzioni ponte sono peggiori del male e difficilmente preparano la strada alla vera riforma. Molto meglio puntare sulla pressione dell’elettorato, ad esempio attraverso il progetto di iniziativa popolare. Ancora una volta è il campo di gioco a fare la differenza. Lì gioca l’elettorato, cioè tutti noi. Ed è questo gioco che può smontare, almeno in parte, gli equilibri sui cui si perpetua il paradosso delle riforme. Come dice Giovanni Guzzetta nella presentazione dell’iniziativa popolare di riforma, è questo il modo per sfruttare al meglio la rielezione, “disperata” e “provvidenziale” ad un tempo, di Napolitano, considerato che “le forze politiche sembrano già aver perso fiato e forza nella loro determinazione riformatrice”.</p>
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		<title>http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/scissione-tra-premiership-e-leadership-e-lunghezza-della-grande-coalizione-la-vera-linea-di-conflitto-nel-pd_b_3265172.html</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 10:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ceccanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<title>verso l&#8217;assemblea di sabato: pd e cattolici, i nodi al pettine, per &#8220;mondoperaio&#8221; di aprile</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 21:24:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ceccanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[dossier/otto settimane e mezzo Morte e resurrezione del cattolicesimo politico? Stefano Ceccanti La bocciatura di Franco Marini e di Romano Prodi da parte dei grandi elettori del Pd in occasione dell&#8217;elezione del Capo dello Stato aveva indotto qualche commentatore a ritenere ormai concluso anche in Italia il ciclo del cattolicesimo politico sia nella sua versione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>dossier/otto settimane e mezzo</em></strong></p>
<p><strong>Morte e resurrezione del cattolicesimo politico?</strong></p>
<p><strong>Stefano Ceccanti</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La bocciatura di Franco Marini e di Romano Prodi da parte dei grandi elettori del Pd in occasione dell&#8217;elezione del Capo dello Stato aveva indotto qualche commentatore a ritenere ormai concluso anche in Italia il ciclo del cattolicesimo politico sia nella sua versione “sociale” che nella sua versione “democratica”.  Ma poi la formazione del governo Letta ha indotto gli stessi commentatori a parlare di “monocolore democristiano”, e addirittura <em>Il Foglio</em> ad illustrare con un grande scudo crociato la pubblicazione del discorso del presidente del Consiglio alle Camere. In realtà la questione è più complessa, e per analizzarla può essere utile mettere a fuoco la vicenda dei cattolici in seno al Pd.</p>
<p>Contrariamente a quanto molti osservatori fin dall&#8217;inizio scettici sul Pd amano ripetere, cioè che la genesi di questo partito sarebbe stata una forzatura alla storia politica del paese, in realtà le vere forzature erano quelle che ingabbiavano le culture riformiste nella logica della guerra fredda, e che dopo la caduta del Muro di Berlino le hanno spinte a convergere oltre i limiti precedenti. L&#8217;egemonia comunista sulla sinistra, conformatasi con una singolare commistione di tradizionalismo ideologico e pragmatismo pratico, aveva reso più deboli le correnti riformiste degli altri partiti nell&#8217;area della maggioranza di governo. Per questo, con l’eccezione di alcuni momenti topici come l&#8217;inizio del primo centrosinistra, in Italia non si è mai avuto un coerente ciclo riformista, ma solo un&#8217;innovazione a spizzichi in cui sinistre dc, socialisti e repubblicani hanno svolto il ruolo di traino rispetto all&#8217;opposizione comunista e ai settori conservatori dei propri partiti.</p>
<p>In un quadro istituzionale ben più favorevole, trainato dall&#8217;elezione diretta del Presidente, che aveva indebolito anzitempo il Pcf, era quanto aveva realizzato Francois Mitterrand nel 1971 aggregando l&#8217;insieme delle sinistre riformiste laiche e cattoliche, ed era quanto l&#8217;ex-ambasciatore Gilles Martinet aveva suggerito di fare anche in Italia. Mentre però nel caso francese il nome socialista non era patrimonio di una delle singole parti dell&#8217;insieme (il nome precedente era quell’arcaico <em>Sezione Francese dell&#8217;Internazionale Operaia</em>), per cui quel nome potè diventare il riferimento di tutti, in Italia il diverso punto di partenza ha condotto ad utilizzare il più comprensivo aggettivo di “democratico”, che però non può che considerarsi interno alla medesima area di centrosinistra imperniata sui partiti socialisti europei: da tempo, a loro volta, più “democratici” e post-ideologici di quanto non dica il mantenimento del loro nome.</p>
<p>Non stiamo quindi parlando di una scommessa a priori sbagliata, ma di una sfida esigente, raccolta solo in modo molto parziale. Giunti alla meta del Pd, quale poteva essere all&#8217;interno del Pd il ruolo dei cattolici con cultura di governo, sia di provenienza dc sia associativa e non direttamente partitica (escludendo le frange identitarie o sul versante ecologico-pacifista o cattolico intransigente tipo teodem, per definizione minoritarie)? E quale è stato davvero esercitato? Per capirlo dobbiamo partire dai seguenti fattori: scelte delle alleanze interne e  modello di partito (due questioni intimamente connesse), scelte sulle politiche.</p>
<p>Rispetto agli alleati, è mancata spesso la memoria di lungo periodo. Le migliori fasi dei riformismi non comunisti sono state quelle in cui si è affermato un ruolo decidente della politica (sola possibilità di realizzare condizioni effettive di uguaglianza), ma al contempo anche un ruolo non invadente, capace di stimolare più che di gestire direttamente (cosa che preserva dalle degenerazioni burocratiche ed autoreferenziali), ed in cui queste aree si sono avvertite come alleate capaci anche di trainare le componenti più in grado di uscire dalla crisi del comunismo, a cominciare da quella migliorista. Invece cattolici e comunisti, senza lo stimolo forte delle culture laiche e socialiste, hanno governato situazioni emergenziali ma non hanno prodotto riformismo incisivo.</p>
<p><strong>Le debolezze della cultura politica dei cattolici, nonostante le grandi potenzialità di partenza, non hanno aiutato lo sviluppo riformista del Pd </strong></p>
<p>Sulla storia recente del Pd ha invece innanzitutto pesato lo scontro tra sinistre dc e socialisti nella fase finale della prima Repubblica  e l&#8217;incapacità di riforma dell&#8217;intera classe politica: per cui il centrosinistra, non trovando un perno efficace, ha finito per ruotare in modo altalenante tra il centro burocratico dell&#8217;ex-Pci (uno Stato senza più nazione, capace di cooptare spezzoni altrui) e spinte movimentiste di vario segno (referendarie, uliviste, ovvero una nazione senza Stato). Per certi versi nello Statuto del Pd erano emersi elementi di risposta, a cominciare dalla coincidenza tra premiership e leadership e dalla scelta delle primarie come regola per le cariche monocratiche: Stato e nazione potevano riconciliarsi, limitando le logiche oligarchiche e dando sfogo razionale alle spinte movimentiste. Del resto tentativi analoghi erano stati proposti da De Mita col doppio incarico tra segretario eletto dal Congresso e premier (sulla base delle puntuali elaborazioni di Elia ed Andreatta), e da Craxi, anch&#8217;egli capace di assommare entrambe le cariche. Eppure spesso anche tra i cattolici del Pd la centralità di questa scelta in funzione di un riformismo di governo non si è affermata con forza, privilegiando momentanee esigenze tattiche, come se un equilibrio coerente e costante potesse poggiarsi su una leadership di governo spostata verso il centro bilanciata da un segretario di partito custode ideologico della vecchia sinistra: un dualismo schizofrenico che in un sistema competitivo tende fatalmente a portare a sconfitte elettorali, mentre l&#8217;equilibrio tra le correnti dc che praticavano quella distinzione era legato ad un sistema bloccato.</p>
<p>Al di là di questa questione, attualissima in questa fase e forse decisiva, come hanno concretamente gestito i cattolici del Pd le due primarie chiave, quelle del 2009 e quelle del 2012? Senza l&#8217;integrazione subalterna di una parte di essi con una proposta di limitata ed esplicita manutenzione della sinistra tradizionale essi non avrebbero mai potuto prevalere nel cerchio dei votanti alle primarie, peraltro condannando poi il partito alla non vittoria in quella più larga delle elezioni vere. Molti, o comunque quelli decisivi, hanno quindi contribuito alla propria sconfitta e a quella del Pd sbagliando politica delle alleanze interne: particolarmente grave nel caso del 2012, giacchè errare è umano, ma perseverare è diabolico.</p>
<p>Passando dallo scenario politico complessivo e dal versante della forma-partito alle singole scelte di <em>policies</em> nelle due aree decisive (istituzioni e materia economico-sociale), i cattolici del Pd si sono trovati di fronte alla necessità di distinguere tra principi e strumenti. Sul piano istituzionale, in termini di principio i cattolici sono sempre stati portatori sin dalla Costituente di una visione nettamente anti-assemblearista, e non solo in Italia. Basti pensare agli scritti di Maritain tra le due guerre contro il ritorno al parlamentarismo pre-Vichy e la sua impostazione semi-presidenzialista ante-litteram. Sul piano pratico, però, specie dopo il 1953 prevalse nella Dc la scelta di varare operazioni di apertura politica di allargamento a sinistra delle maggioranze a regole istituzionali invariate. Apertura politica e <em>status quo</em> istituzionale si sono a lungo obiettivamente intrecciati, col rischio di scambiare gli strumenti di una fase coi principi. Solo dalla metà degli anni &#8217;80 sono poi ripartiti due riformismi istituzionali (quello elettorale della sinistra dc e quello costituzionale del Psi) che erano in realtà due mezze verità complementari: ma la divisione ha a lungo pesato tra i cattolici del Pd, che spesso &#8211; sulla scia del conservatorismo dei comitati Dossetti del 1994 (andati peraltro ben al di là dell’intenzione dell&#8217;illustre costituente) &#8211; si sono trovati alla retroguardia.</p>
<p>Anche sul versante economico-sociale vi era la necessità di distinguere tra principi e strumenti. Se all&#8217;inizio della storia repubblicana la leva dello Stato era quella decisiva per lo sviluppo &#8211; e larga parte delle sinistre dc (specie la Base) si sono fondate su questo &#8211; il nuovo contesto interno ed internazionale dagli anni&#8217; 70 richiedeva una ripresa delle intuizioni anti-burocratiche dell&#8217;ultimo Sturzo, come ebbe a fare quasi isolatamente Nino Andreatta. La continuità sul principio di uguaglianza doveva essere coniugata con una necessaria discontinuità di strumenti, con una maggiore capacità di distinguere tra pubblico e statale: come in parte accaduto col nuovo art.118  risultante dalla riforma del Titolo Quinto, ed analogamente a quanto stavano facendo alcuni partiti socialisti europei, stimolati spesso dalle componenti di ispirazione religiosa, come il tandem Delors-Rocard dopo il primo biennio di Mitterrand e il <em>Christian Socialist Movement</em> con Smith e Blair. Anche qui Sturzo è stato spesso svalutato a favore di vecchi statalismi.</p>
<p>A questo punto nulla appare obiettivamente scontato. Le debolezze della cultura politica dei cattolici, nonostante le grandi potenzialità di partenza, non hanno aiutato lo sviluppo riformista del Pd in sinergia col meglio delle altre culture politiche, anche a causa della debolezza di quella liberale e socialista interna al Pd, e per il prevalere del centro burocratico dell&#8217;ex-Pci sugli spezzoni più riformisti di quella provenienza. Per di più, senza il traino di una posizione efficace dentro il sistema politico, non era certo da attendersi una maturazione efficace autonoma del retroterra dell&#8217;associazionismo e dell&#8217;episcopato, fermi (dopo la parentesi della settimana sociale di Reggio Calabria sfortunatamente priva di sponde politiche) ad astratte declinazioni di principio combinate con le sempre riemergenti velleità centriste, anch&#8217;esse senza riferimento.</p>
<p>Paradossalmente il nuovo pontificato, con la spinta di innovazione che porta, darebbe uno spazio fecondo per un&#8217;iniziativa anche politica: ma la finestra di opportunità per i cattolici del Pd non resterà aperta per molto tempo ancora (senz&#8217;altro non oltre il prossimo congresso). Senza dire che l&#8217;eventuale fallimento del progetto del Pd, portando a una confusa regressione identitaria a sinistra (magari fondendo le aree più tradizionaliste con pezzi di ceto dirigente movimentista grillino), potrebbe assicurare a un centro-destra post-berlusconiano una egemonia abbastanza stabile. Da questo punto di vista l&#8217;attuale governo rappresenta una possibilità ambigua: per il Pd che lo guida può essere l&#8217;occasione di riaprirsi agli elettori di centro se la guida del Pd sarà sintonica con tale possibilità; oppure può essere il luogo da cui nasce un Ppe italiano a vocazione maggioritaria se il Pd fugge verso le vecchie identità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 14:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ceccanti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Andreotti e quei voti di fiducia del 1990 contro l’elezione diretta del sindaco: l’inizio della fine di Stefano Ceccanti La principale colpa di Giulio Andreotti e la principale causa della sua sconfitta nella mancata elezione presidenziale del 1992 è tutta politica e sta in quell’atteggiamento che Nino Andreatta definiva “La gelosia dei vecchi che vogliono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andreotti e quei voti di fiducia del 1990 contro l’elezione diretta del sindaco: l’inizio della fine</p>
<p>di Stefano Ceccanti</p>
<p>La principale colpa di Giulio Andreotti e la principale causa della sua sconfitta nella mancata elezione presidenziale del 1992 è tutta politica e sta in quell’atteggiamento che Nino Andreatta definiva “La gelosia dei vecchi che vogliono morire governando utilizzando sempre i metodi con cui vi sono arrivati”. I problemi giudiziari giunsero solo dopo, a cose fatte, a sconfitta politica avvenuta.</p>
<p>Col crollo del Muro di Berlino era cambiato tutto, erano saltate tutte le rendite di posizione, anche le logiche da ragion di Stato entro cui sono state spesso giustificate anche le scelte più discutibili di Andreotti, e una classe dirigente degna di questo nome avrebbe dovuto guidare la transizione a modalità più simili alle altre grandi democrazie. Invece in quei mesi Giulio Andreotti, oltre a tentare vanamente di opporsi all’unificazione tedesca e quindi a cercare di puntellare uno status quo italiano ed europeo ormai superato, prese una prima decisione interna  che, seguita poi da altre dello stesso tenore, si sarebbe rivelata esiziale dopo tanti decenni di successi. Mise quattro volte  la fiducia ad inizio 1990, anche per pressione socialista, contro tutti gli emendamenti, per lo più di dc e comunisti, per l’elezione diretta del sindaco. Ciò nonostante che poco più di un anno prima il suo predecessore alla guida del Governo, Ciriaco De Mita, si fosse impegnato, in occasione della limitazione del voto segreto, a non porre la fiducia su materie estranee al rapporto fiduciario. Il punto è, però, che senza l’elezione diretta del sindaco i comuni non erano più governabili secondo gli schemi oligarchici precedenti. Nel nuovo quadro non funzionava più neanche il gioco del Psi di avere la gran parte dei sindaci giocando spregiudicatamente ora con la Dc ora col Pci, come era accaduto ancora a Roma col socialista Franco Carraro poche settimane prima della caduta del Muro. Tutti si sentivano ormai autorizzati ad allearsi con tutti e ciascuno riteneva di disporre del potere di coalizione. Quella scelta diede dell’asse Andreotti-Craxi l’impressione dei burocrati dell’Est che fino a pochi giorni prima avevano cercato di difendere un quadro ormai ingestibile dopo le novità accadute a Mosca e spinse vari settori dc, comunisti e laici alla prima raccolta di firme per i referendum elettorali nella primavera 1990. Insomma due dei dirigenti politici che negli anni precedenti avevano tenuto la barra dritta su alcune direttrici di politica estera che avevano contribuito ad indebolire il sistema sovietico agivano ora in modo capovolto, finivano col diventare simili a coloro che avevano combattuto con successo.</p>
<p>Qui vengono il secondo e il terzo errore di Andreotti: prima scatenò l’avvocatura dello Stato (e non solo quella) contro l’ammissibilità dei referendum e, dopo, una volta ammesso solo quello sulla preferenza unica, ritenendolo marginale, non volle ricorrere allo scioglimento anticipato per posporlo di almeno un anno, come invece la Dc aveva fatto per quello sul divorzio. Visto che il suo obiettivo era l’elezione presidenziale e che con il calendario normale vi sarebbe arrivato in carica come Presidente del Consiglio, in una sorta di pole position ideale, lasciò andare la legislatura verso la scadenza del 1992. Il referendum sulla preferenza unica, però, che fu vissuto anche come un referendum sulla mancata elezione diretta del sindaco, ebbe tre effetti devastanti: il primo, indiretto, di colpire al cuore la credibilità modernizzatrice del Psi di Craxi che aveva puntato sull’astensione indebolendo un alleato decisivo; il secondo, diretto, di scardinare in quei mesi la struttura correntizia della Dc che era fondata sulla preferenza multipla con rigide cordate, rendendo meno disciplinato il comportamento dei grandi elettori per il Quirinale; il terzo, indiretto, che si espresse anche in un patto pre-elettorale firmato da molti dc, nell’impegno  solenne a non votare per nuove fiducie come quella contraria all’elezione del sindaco e, di fatto, anche a non votare per il Quirinale né Andreotti né Forlani che erano stati i padri di quell’operazione. In quel contesto di indebolimento politico ed elettorale, con la Dc per la prima volta sotto il 30 per cento dei voti, maturarono poi anche l’attentato a Falcone, che fece svoltare definitivamente l’elezione presidenziale, e i successivi problemi giudiziari.</p>
<p>Lì fu sconfitto, quando, dopo aver lavorato per l’alleanza occidentale, cercò di allontanare l’esito di regole di una normale democrazia occidentale. Lì, in quella gelosia di cui parlava Andreatta, stanno i veri limiti, più che in segreti, trame, collusioni. E’ stato invece tutto chiaro ed evidente. “La vita punisce i ritardatari” disse Gorbaciov ad Honecker a Berlino, un mese prima della caduta del Muro. Valeva anche per l’Andreotti post 1989.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>In morte di Giulio Andreotti</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 01:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Bianco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incontri Camaldoli]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Bianco La morte di Andreotti non poteva passare in silenzio. Questo importante esponente della vecchia d.c. ha rappresentato soprattutto l&#8217;anima più torbida e misteriosa della prima Repubblica e del suo partito e ciò a prescindere da eventuali suoi meriti politici. E&#8217; stato detto che sarà la storia a giudicarlo.E&#8217; indiscutibile. Tuttavia la &#8220;storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanni Bianco</p>
<p>La morte di Andreotti non poteva passare in silenzio. Questo importante esponente della vecchia d.c. ha rappresentato soprattutto l&#8217;anima più torbida e misteriosa della prima Repubblica e del suo partito e ciò a prescindere da eventuali suoi meriti politici.</p>
<p>E&#8217; stato detto che sarà la storia a giudicarlo.E&#8217; indiscutibile. Tuttavia la &#8220;storia siamo noi&#8221;, soprattutto in questo caso, nel senso che le sue vicende, i suoi torbidi legami, l&#8217;essere stato il politico di riferimento di parte consistente del &#8220;sommerso della Repubblica&#8221;, cioè di quella piovra tentacolare che includeva la mafia, i servizi segreti deviati,la p2, gladio, la finanza vaticana e lo Ior ecc., ovverosia il &#8220;substrato&#8221; del sistema di potere che ha retto le sorti del Paese per quasi mezzo secolo, ci riguarda da vicino e non può non spingerci ad analizzare e riflettere criticamente. Affermare questo non significa compiere un esercizio di &#8220;dietrologia&#8221;, ma vuol dire avere il coraggio di pensare con autonomia di giudizio e senso critico ed al di fuori di certo giustificazionismo melenso che suona stonato e che prescinde dalla storia reale.</p>
<p>Il Divo Giulio ha incarnato l&#8217;anima più cruda e sgradevole del potere democristiano e l&#8217;ala più conservatrice e clericale del suo partito, pur dovendo riconoscergli indubbie e notevoli capacità politiche e di mediazione. Quindi indentificarlo con tutta la d.c. mi sembra riduttivo, schematico e fuorviante, perchè questa criticabile forza politica comprendeva diverse componenti, tra loro spesso non omogenee ed in contrasto . Si abbia almeno l&#8217;onestà intellettuale di riconoscere a politici come Dossetti, Moro, Zaccagnini un&#8217;altra e ben più nobile visione dello Stato e della &#8220;cosa pubblica&#8221;, nonostante tutti i limiti della d.c. che lo stesso Moro ha descritto con grande lucidità e condivisibili parole pesanti come macigni nel suo &#8220;Memoriale&#8221; (in cui essa è definita &#8220;una famiglia litigiosa e cattiva&#8221;).</p>
<p>Qui torna d&#8217;ausilio proprio il giudizio sul Divo Giulio contenuto in quest&#8217;ultimo scritto, in cui si parla di un uomo chiuso nel suo grigio disegno di potere, dunque attuatore di una politica di potere per il potere, per il dominio, di una sorta d&#8217;idea assolutistica dell&#8217; uomo politico , che si muove al di fuori delle regole, che persegue i suoi scopi senza freni morali; di un machiavellismo camuffato da buone intenzioni e basato sull&#8217;astuzia, sul cinismo opportunista ed eventualmente sulla forza (&#8220;Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo disegno di gloria&#8230;Che significava tutto questo per Andreotti una volta conquistato il potere,per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita?&#8230;).</p>
<p>Così come l&#8217;idea andreottiana della Chiesa era soprattutto di potere. Siffatto era il nucleo forte del suo rapporto stretto con le gerarchie ecclesiastiche,del suo contatto privilegiato con gli ambienti vaticani (almeno con parte di essi e con il famigerato Ior), che tanto ha giovato alla sua fulgida carriera, di quel suo &#8220;parlare con i preti&#8221;, come lui stesso ammetteva, per consolidare la base del consenso della sua corrente e del suo partito.</p>
<p>Insomma, elogiare le indiscutibili doti andreottiane non può significare trascurare le ombre ingombranti che non potranno non pesare sul giudizio che gli storici e gli intellettuali dovranno fornire su di lui. Non si dimentichi, ad esempio, che nell&#8217;ultima intervista di rilievo rilasciata il Divo Giulio difese ancora una volta e con incredibile sangue freddo il finanziere criminale Sindona  (&#8220;non si poteva che parlarne bene&#8221;), criticando con una battuta di cattivo gusto l&#8217;eroico avvocato Giorgio Ambrosoli.</p>
<p>Perciò ho apprezzato non poco la determinazione e la coerenza del figlio di Ambrosoli, che è uscito dall&#8217;aula del Consiglio regionale lombardo durante il minuto di silenzio commemorativo della figura di Andreotti. Così come mi sono parse necessarie le precisazioni di Caselli sulla sentenza della Cassazione che ha assolto soltanto parzialmente il Divo Giulio dall&#8217;accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (è scritto, infatti, che i fatti compiuti prima del 1980 sono prescritti, riconoscendo dunque che sono avvenuti rapporti, incontri e contatti tra Andreotti e la cupola mafiosa sino a quell&#8217;anno).</p>
<p>C&#8217;è chi ha sostenuto che il Divo Giulio sia stato perseguitato. Senza dubbio alcune esagerazioni vi sono state. Tuttavia ritengo che il &#8220;monologo sul potere&#8221; nel film &#8220;Il divo&#8221; , pur con talune frasi eccessive, sia straordinariamente eloquente : &#8220;il perpetuare il male per garantire il bene&#8221; evoca il peggio dell&#8217;andreottismo, quel mondo fosco che era la sua corrente, Evangelisti, Sbardella , Lima e tutti gli altri suoi sodali.</p>
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		<title>scuola e Costituzione: un&#8217;ulteriore riprova che il prof. Rodotà non sarebbe stato un buon candidato Presidente</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 21:04:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ceccanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[  In un articolo sul Manifesto di oggi il prof. Rodotà affronta la questione del referendum previsto a Bologna contro il finanziamento alle scuole paritarie private e attribuisce (addirittura!) al successo di quella consultazione il compito di rientrare nella legalità costituzionale che sarebbe stata fino ad oggi violata, richiamando soprattutto il terzo comma dell’art. 33 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p>In un articolo sul Manifesto di oggi il prof. Rodotà affronta la questione del referendum previsto a Bologna contro il finanziamento alle scuole paritarie private e attribuisce (addirittura!) al successo di quella consultazione il compito di rientrare nella legalità costituzionale che sarebbe stata fino ad oggi violata, richiamando soprattutto il terzo comma dell’art. 33 col noto inciso “senza oneri per lo Stato”.</p>
<p>Quell’inciso fu a lungo dibattuto sino al 2000, anche con riferimento alla volontà del Costituente: in particolare si discusse se il limite fosse legato solo all’istituzione delle scuole, di cui parla il medesimo comma, e non anche al loro funzionamento e se si trattasse di una formulazione di carattere assoluto o solo tesa a far rivendicare un diritto a sovvenzioni, evitando così un vincolo rigido per le istituzioni. Ciò rese difficile la vita del primo centrosinistra, quello di 50 anni fa, che subì addirittura due crisi di governo: una da sinistra nel 1964 per le resistenze dei socialisti ad assicurare fondi aggiuntivi alla media privata nel momento in cui quella pubblica non poteva da sola far fronte ai nuovi ingressi causati dall’estensione dell’obbligo, e una da destra nel gennaio 1966 ad opera di settori della destra dc (e del relativo retroterra ecclesiastico conservatore)  contro la nuova materna statale.</p>
<p>Dopo il 2000, però, con la legge Berlinguer (la 62/2000) che attua il successivo comma del 33, il quale intendeva costruire un nuovo sistema paritario secondo l’intuizione di Moro alla costituente (per cui in questo ambito lo Stato  è sia regolatore sia gestore non monopolistico) il sistema pubblico è internamente pluralistico, è fondato su scuole pubbliche statali, scuole pubbliche degli enti locali, scuole paritarie con gestione privata che rispetta gli standard di legge. Esattamente come da fine anni ’50 per la laicissima Francia e dagli inizi degli anni ’80 con le leggi volute dal Psoe di Felipe Gonzalez in Spagna.</p>
<p>Dopo il 2000, pertanto, le scuole private sono solo quelle che restano fuori dal regime di applicazione della 62/2000, le altre sono a tutti gli effetti pubbliche. Si può certo discutere sul come, sul quanto, sul quando finanziare queste ultime: si tratta di scelte politiche su cui ognuno può sostenere giustamente ciò che crede, ma la legalità costituzionale non c’entra. Ce lo spiega la stessa Corte costituzionale nella sentenza 42/2003 che ritenne inammissibile il referendum sulla legge Berlinguer, una delle leggi più qualificanti dell’esperienza di governo dell’Uliv :</p>
<p>“Il principio della esclusione dal sistema scolastico nazionale che si pretende di introdurre in via referendaria rende attiva una connotazione discriminatoria a carico delle scuole private, pur a fronte di una disciplina dettagliata che realizza un sostanziale regime di parità”.</p>
<p>Come se non bastasse, nella medesima direzione di uno Stato regolatore prima che gestore si è poi mossa anche la revisione del Titolo V nel 2001 che al nuovo art. 118, nel quarto comma, ha riconosciuto la sussidiarietà come principio espansivo che riguarda anche le modalità di erogazione dei vari servizi pubblici.</p>
<p>Non si può quindi usare la Costituzione come una clava accusando chi non condivide le proprie posizioni, giuste o sbagliate che siano, di essere ipso facto contro la Carta. Per questo lo scontro di oggi, al di là della specifica questione scolastica, dà ulteriori argomenti a chi non pensa che il ruolo di Presidente della Repubblica nel nostro sistema trovasse nel prof. Rodotà un candidato adatto.</p>
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		<title>I cattolici e la leadership nel PD</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 17:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Armillei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Dottrina ed esperienza ci confermano che l’unione tra capo dell’esecutivo e leader del partito è essenziale per garantire la stabilità nei rapporti tra Governo e Parlamento e il consolidamento della vocazione di governo del partito. Eppure ancora una volta, come sempre nel “gioco delle regole” di funzionamento delle istituzioni politiche, i calcoli di breve periodo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dottrina ed esperienza ci confermano che l’unione tra capo dell’esecutivo e leader del partito è essenziale per garantire la stabilità nei rapporti tra Governo e Parlamento e il consolidamento della vocazione di governo del partito. Eppure ancora una volta, come sempre nel “gioco delle regole” di funzionamento delle istituzioni politiche, i calcoli di breve periodo dei protagonisti mettono in forse i ben più consistenti benefici di lungo termine.</p>
<p>A questa consapevolezza di carattere generale si possono aggiungere un paio di osservazioni che riguardano in particolare la vicenda tutta italiana del PD. Se infatti la coincidenza tra Primo ministro e leader del partito rappresenta un presidio per la vocazione di governo, cioè per la garanzia di una forte e pervasiva capacità del partito di esprimere cultura e comportamenti politici adatti ad assumere responsabilità di governo, altrettanto può dirsi della sua vocazione maggioritaria. La vocazione maggioritaria è l’altra faccia della cultura di governo in un sistema che si continua a volere competitivo e basato sulla dialettica governo / opposizione. Tutto si tiene: sistema competitivo, vocazione maggioritaria, cultura di governo e coincidenza tra capo dell’esecutivo e leader.</p>
<p>Abbandonare questa logica di sistema in questa fase, smontandone uno dei pilastri, significa abbandonare il percorso di lungo periodo di uscita dai modelli istituzionali della vecchia repubblica assembleare, non più adatta a una fase di piena maturità della democrazia italiana. Un percorso non concluso, come sappiamo, ma che tutti dicono, a parole, di voler concludere, tanto da fare della sua mancata conclusione una condizione risolutiva del contratto che sta alla base della formazione del nuovo governo.</p>
<p>Non solo, abbandonare questa logica di sistema, riportando in vita il dualismo tra partito e governo, tipico sia delle opposizioni senza chance di governo che delle coalizioni di governo nei sistemi parlamentaristici controllate dai giochi oligarchici delle correnti di partito, significa mettere la parola fine all’esperimento politico culturale del PD: permettere, in un quadro totalmente modificato, un nuovo incontro virtuoso tra movimento cattolico e moderno riformismo di sinistra. Quell’incontro cruciale per la democrazia italiana del novecento, sia nelle occasioni del suo accadere che in quelle del suo mancato avverarsi. E ancora oggi essenziale.</p>
<p>Senza unione tra capo dell’esecutivo e leader di partito il PD si trasforma in un partito che sostiene un governo e dismette le caratteristiche di un partito di governo. In questa logica tradizionale di coalizione, le istanze di incontro tra movimento cattolico e moderno riformismo di sinistra non avrebbero più ragione di essere congelate in un contenitore privo della sostanziale vocazione governativa. La vocazione governativa e maggioritaria dovrebbe trovare naturalmente un’altra casa. Il PD finirebbe nel recinto della sinistra “radical”, buona per protestare ma inutile per governare.</p>
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		<title>Rodotà come Cerratini</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 14:50:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Diotallevi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; http://www.youtube.com/watch?v=hMw0cJXqfBo &#8230; ma quanti indipendenti à la Cerratini ci sono in giro? &#160; &#160;]]></description>
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<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=hMw0cJXqfBo">http://www.youtube.com/watch?v=hMw0cJXqfBo</a></p>
<p>&#8230; ma quanti indipendenti à la Cerratini ci sono in giro?</p>
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		<title>semipresidenzialismo? sì, grazie</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 11:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ceccanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nessuna categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[da l&#8217;unità di oggi di Stefano Ceccanti &#160; Partiamo dal documento dei saggi sulle istituzioni. Esso è una buona base di partenza su molti aspetti, a cominciare dalla consapevolezza che il problema di fondo è costituzionale. Appendere il Governo ai risultati di due Camere diverse è una spada di Damocle che va rimossa. Il testo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da l&#8217;unità di oggi</p>
<p>di Stefano Ceccanti</p>
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<p>Partiamo dal documento dei saggi sulle istituzioni. Esso è una buona base di partenza su molti aspetti, a cominciare dalla consapevolezza che il problema di fondo è costituzionale. Appendere il Governo ai risultati di due Camere diverse è una spada di Damocle che va rimossa. Il testo invece inciampa nel delineare l&#8217;alternativa tra forma parlamentare e semi-presidenziale.  Essa e&#8217; esposta a partire da una logica astratta. I criteri di coerenza col complessivo sistema costituzionale, contrasto alla personalizzazione ed elasticità sono giustissimi, ma non possono essere usati come degli a priori. La questione va affrontata in chiave induttiva a partire dalla situazione del sistema dei partiti e dalla evoluzione effettiva dei poteri costituzionali. O esistono prospettive dimostrabili e incentivabili per rafforzare tale sistema (che appare quasi liquefatto con molti micro-personalismi) e allora la forma parlamentare ha piu&#8217; senso o, al contrario, esse non esistono e allora bisogna puntare sulla prospettiva semi-presidenziale che parte dalle istituzioni. Le norme costituzionali non hanno la stessa forza in entrambi i casi: in quello della forma parlamentare ne hanno di meno perché è la coerenza del sistema dei partiti che la supporta; in quello della semi-presidenziale invece è la forza dell’elezione diretta e i poteri propri del Presidente che trainano il sistema perché si è consapevoli della sua debolezza. Cosa sarebbero i nostri Comuni e Regioni senza l’elezione diretta?</p>
<p>A ciò si aggiunge nel testo dei saggi un&#8217;incoerenza interna: si dice che la soluzione parlamentare e&#8217; più forte perché consente a un Capo dello Stato che non e&#8217; capo dell&#8217;esecutivo di gestire le crisi, ma poi, nelle proposte, si riducono i poteri del Presidente sulla nomina del Governo e sullo scioglimento anticipato, rendendosi conto che se essi vengono usati costantemente in modo incisivo affermano un ruolo governante del Presidente. Proprio qui si colloca il nostro dibattito, dopo la necessaria  rottura della prassi della non rielezione. Nonostante l&#8217;intento di tenere distinta la scelta del nuovo Presidente dalla prefigurazione di una maggioranza, sulla scelta ha pesato la consapevolezza che la sua fisarmonIca nell&#8217;uso dei due poteri-chiave, nomina e scioglimento, sarebbe stata del tutto aperta da subito, non solo in seguito.  Per questo l’elezione è stata vissuta da molti cittadini e grandi elettori come se fosse stata diretta. Cio&#8217; spiega come lo scontro sia stato piu&#8217; intenso del solito, con partiti massimamente deboli da un lato e una Presidenza strategicamente mai cosi&#8217; centrale dall&#8217;altro. E&#8217; proprio a questo punto che, volere o volare, si pone il problema dei tempi e dei modi con cui modifiche di fatto debbano essere regolate dal diritto, analogamente a quanto accadde in Francia nel doppio passaggio tra 1958 e 1962. Prima venne l’interpretazione costituzionale dei poteri sbilanciata sul Presidente e solo dopo l’elezione diretta, per sanare lo scarto tra poteri e responsabilità. Tanto più perché questa scelta va a nozze col doppio turno di collegio, il modello da sempre preferito dal Pd, ma che, da solo, senza elezione diretta, vista la debolezza del sistema, oggi non ci darebbe la governabilità. La Terza e la Quinta Repubblica francese avevano il doppio turno di collegio in comune, ma la Terza, senza elezione diretta, aveva Governi di soli nove mesi, che scesero a sei con la forma parlamentare razionalizzata della Quarta. La situazione è tale che non ci possiamo permettere che le prossime elezioni non siano decisive. Il modello francese per intero ci mette su questa strada, l’alternativa parlamentare è ormai logorata.</p>
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		<title>Un Gigante!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 00:06:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Giordano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nessuna categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[GRANDE, SEVERO E CONCRETO DISCORSO DI GIORGIO NAPOLITANO, DAVANTI AI GRANDI ELETTORI RADUNATI PER IL SUO GIURAMENTO Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni, lasciatemi innanzitutto esprimere &#8211; insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate &#8211; la gratitudine che vi debbo per avermi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>GRANDE, SEVERO E CONCRETO DISCORSO DI GIORGIO NAPOLITANO,<br />
DAVANTI AI GRANDI ELETTORI RADUNATI PER IL SUO GIURAMENTO</p>
<p>Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,</p>
<p>lasciatemi innanzitutto esprimere &#8211; insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate &#8211; la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. E&#8217; un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.</p>
<p>So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l&#8217;affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l&#8217;istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani &#8211; uomini e donne di ogni età e di ogni regione &#8211; a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale.</p>
<p>Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest&#8217;aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.<br />
Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l&#8217;autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è &#8220;l&#8217;alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica&#8221;. Avevo egualmente messo l&#8217;accento sull&#8217;esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell&#8217;incarico di Capo dello Stato.</p>
<p>A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all&#8217;ovvio dato dell&#8217;età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi &#8211; dopo l&#8217;esito nullo di cinque votazioni in quest&#8217;aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso &#8211; dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.<br />
E&#8217; emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell&#8217;inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell&#8217;elezione del Capo dello Stato. Di qui l&#8217;appello che ho ritenuto di non poter declinare &#8211; per quanto potesse costarmi l&#8217;accoglierlo &#8211; mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.<br />
La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato &#8211; come si è significativamente notato &#8211; &#8220;schiusa una finestra per tempi eccezionali&#8221;. Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l&#8217;Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente. </p>
<p>Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l&#8217;Italia.<br />
E&#8217; a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna. Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti &#8211; che si sono intrecciate con un&#8217;acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale &#8211; non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.<br />
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato : e l&#8217;insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione : quest&#8217;ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell&#8217;amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme. </p>
<p>Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all&#8217;attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.</p>
<p>La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell&#8217;abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.</p>
<p>Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.<br />
Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese. </p>
<p>Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.</p>
<p>Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell&#8217;agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario : l&#8217;impegno a trasmettere piena coscienza di &#8220;quel che l&#8217;Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato&#8221;, e delle &#8220;grandi riserve di risorse umane e morali, d&#8217;intelligenza e di lavoro di cui disponiamo&#8221;. E aggiunsi di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia &#8220;perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto. Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l&#8217;Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile.&#8221;<br />
Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità &#8211; fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti &#8211; sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l&#8217;avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.</p>
<p>E&#8217; un discorso che &#8211; anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio &#8211; posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare &#8211; se non per gusto di polemica intellettuale &#8211; la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate. Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive. E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.</p>
<p>Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell&#8217;ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi. Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti. </p>
<p>Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana &#8211; anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi &#8211; alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.</p>
<p>La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per &#8220;affrontare la recessione e cogliere le opportunità&#8221; che ci si presentano, per &#8220;influire sulle prossime opzioni dell&#8217;Unione Europea&#8221;, &#8220;per creare e sostenere il lavoro&#8221;, &#8220;per potenziare l&#8217;istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l&#8217;innovazione e la crescita delle imprese&#8221;.<br />
Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l&#8217;Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici. </p>
<p>E sono anche i nodi &#8211; innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro &#8211; attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all&#8217;ordine del giorno in Italia e in Europa. E&#8217; la questione della prospettiva di futuro per un&#8217;intera generazione, è la questione di un&#8217;effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili. Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.</p>
<p>Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze &#8211; in primo luogo nel mondo del lavoro e dell&#8217;impresa &#8211; che &#8220;appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all&#8217;innovazione che è invece il motore dello sviluppo&#8221;. Occorre un&#8217;apertura nuova, un nuovo slancio nella società ; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.</p>
<p>Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all&#8217;unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico-finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all&#8217;Unione europea.</p>
<p>Apprezzo l&#8217;impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l&#8217;influenza che gli spetta : quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d&#8217;altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti. </p>
<p>La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all&#8217;aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c&#8217;è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all&#8217;imperativo costituzionale del &#8220;metodo democratico&#8221;.</p>
<p>Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora &#8211; nella fase cruciale che l&#8217;Italia e l&#8217;Europa attraversano &#8211; il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all&#8217;unanimità. Sentendo voi tutti &#8211; onorevoli deputati e senatori &#8211; di far parte dell&#8217;istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C&#8217;è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato. Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all&#8217;età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.</p>
<p>Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell&#8217;opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio &#8211; dopo che ci si è dovuti dedicare all&#8217;elezione del Capo dello Stato &#8211; si deve senza indugio procedere alla formazione dell&#8217;Esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall&#8217;art. 94 della Costituzione : un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.<br />
E la condizione è dunque una sola : fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l&#8217;interesse generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali &#8211; di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no &#8211; non c&#8217;è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto &#8211; se si preferisce questa espressione &#8211; si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale.</p>
<p>D&#8217;altronde, non c&#8217;è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito &#8211; nemmeno più il Regno Unito &#8211; operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti.</p>
<p>Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell&#8217;idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione &#8211; fino allo smarrimento dell&#8217;idea stessa di convivenza civile &#8211; come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.<br />
Lo dicevo già sette anni fa in quest&#8217;aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino &#8220;il tempo della maturità per la democrazia dell&#8217;alternanza&#8221; : che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell&#8217;ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.</p>
<p>Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l&#8217;invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L&#8217;ho accolto anche perché l&#8217;Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete : non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt&#8217;al più, per usare un&#8217;espressione di scuola, &#8220;da fattore di coagulazione&#8221;. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità : era questa la posta implicita dell&#8217;appello rivoltomi due giorni or sono. </p>
<p>Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione &#8220;salvifica&#8221; delle mie funzioni ; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà. Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.</p>
<p>Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l&#8217;Italia!</p>
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