Le riforme vere dividono i partiti al loro interno Sergio Fabbrini25 gennaio 2015 Il Sole 24 Ore


Le riforme vere dividono. Ciò vale per le riforme economiche come per le riforme istituzionali. Consideriamo queste ultime. In sistemi politici strutturati su una pluralità di poteri di veto, come il nostro, difficilmente le riforme possono essere realizzate in modo consensuale. I vari tentativi falliti nel passato (con le diverse Commissioni Bicamerali istituite a partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso) sono la dimostrazione che non si può cambiare con il consenso di tutti. Ma soprattutto le riforme vere dividono gli schieramenti politici al loro interno, secondo modalità che non hanno a che fare con la divisione tra destra e sinistra, come è emerso con la riforma elettorale e parlamentare di questi giorni. La sinistra del Pd si è alleata con la componente più tradizionalista di Forza Italia per opporsi alle riforme, la maggioranza del Pd si è alleata con la maggioranza di Forza Italia per farle andare avanti. Non è cambiata solamente la maggioranza, ma anche l’opposizione. Si tratta di un doppio dislocamento di forze che ha una sua logica.

Vediamo gli oppositori. La battaglia sull’Italicum e sul monocameralismo dimostra che, se nel passato le riforme non sono state fatte, ciò fu dovuto non solo alla destra, ma anche alla sinistra. Contrariamente alla sua auto-rappresentazione, la sinistra storica del Pd è stata parte del problema, non già della soluzione. Infatti, fino a quando ha avuto il controllo del partito, le resistenze ad avviarsi sulla strada che conduce ad una democrazia competitiva sono state formidabili. Lo stesso discorso vale per la componente tradizionale della destra italiana, quella storicamente legata all’esperienza della Democrazia Cristiana. Il punto è che entrambe queste componenti hanno una visione proporzionalistica della democrazia, vista come la condizione per conservare la propria identità storica. Naturalmente, entrambe hanno poi dovuto accettare l’idea che anche l’Italia, come altre grandi democrazie, aveva bisogno dell’alternanza al governo tra schieramenti opposti. Ma quell’idea fu addomesticata attraverso la pratica della coalizione. Con la coalizione, i partiti hanno potuto rimanere fedeli alla propria tradizione, limitandosi quindi ad allearsi per conseguire la maggioranza di governo. Tant’è che la coalizione, consentendo ai partiti di non cambiare, si è trasformata nella proporzionalizzazione delle alternative (come l’Unione o il Polo delle Libertà). Sappiamo come è finita. Nondimeno, nelle parole dei Vannino Chiti o dei Raffaele Fitto si legge la grande nostalgia per quella esperienza. Il bicameralismo simmetrico e il proporzionalismo coalizionale avevano consentito di preservare partiti oligarchici, costruiti intorno a notabili (a destra) e capetti (a sinistra). Le stesse persone hanno continuato a rimanere nei gruppi dirigenti di quei partiti, indipendentemente dai risultati elettorali da essi conseguiti.

Vediamo i riformatori. A sinistra, c’è voluto un cambio di generazione e di cultura per uscire dalla trappola identitaria. A destra è probabile che ci sia stata una valutazione disincantata dei rapporti di forza, oltre che un evidente fiuto politico. Fatto si è, comunque, che l’esito della convergenza tra i due gruppi potrebbe consistere in un cambiamento strutturale della nostra democrazia. Con l’Italicum si possono creare le condizioni di un bi-partitismo, con governi non più prigionieri di coalizioni frammentate e litigiose. Con il monocameralismo politico, si possono creare le condizioni di governi più stabili. Tuttavia, altri provvedimenti saranno necessari per sostenere questi cambiamenti. Come, ad esempio, l’emendamento approvato dal Senato che richiede ai partiti, per poter partecipare alle elezioni, di dotarsi di uno statuto che ne fissi le regole di funzionamento interno. Un’occasione da non perdere per introdurre la cultura maggioritaria all’interno dei partiti. Partiti oligarchici sono inconciliabili con democrazie competitive. Non si può avere competizione per la guida del governo senza avere competizione per la guida del partito. L’alternanza nella guida del governo e l’alternanza nella guida del partito sono due facce della stessa medaglia. Per questa ragione, la leadership del primo deve coincidere con la leadership del secondo. Chi conquista la maggioranza per guidare sia il governo che il partito deve essere messo nelle condizioni di esercitare la propria leadership. Chi non condivide quest’ultima, dovrà aspettare la prossima elezione o il prossimo congresso, a meno che in gioco non ci siano questioni che hanno a che fare con la moralità o con i grandi principi. Allo stesso tempo, è necessario anche rafforzare l’opposizione all’interno della Camera dei deputati, riconoscendo come governo-ombra il secondo partito più votato (ovvero quello che è andato al ballottaggio). Un governo-ombra può essere creato con una riforma del regolamento parlamentare, ma richiede anche un investimento pubblico per dotarlo delle strutture informative e di policy per assolvere il suo compito di principale controllore del governo. Non occorre scomodare Max Weber o Joeph Schumpeter per capire le implicazioni della competizione. In un mercato competitivo, le imprese che crescono sono quelle guidate da imprenditori che sanno inventare nuovi prodotti e sperimentare nuove tecniche. In una democrazia competitiva, i partiti che governano sono quelli guidati da leader che propongono programmi di governo convincenti e credibili. In entrambi i casi, chi sbaglia o chi perde dovrà essere sostituito. Insomma, se le riforme istituzionali avranno successo, allora vuol dire che nuove mentalità e nuove organizzazioni avranno la possibilità di affermarsi anche in Italia.