Una grande politica per l’Europa, di Luciano Iannaccone


Sergio Fabbrini, intervenendo al convegno del Landino del 9 febbraio a Roma sull’Europa  con “Proposte per ripensare le istituzioni politiche comuni”, ha svolto una splendida lezione anche sul ruolo decisivo della grande politica nell’aprire varchi imprevedibili su cui Stati e comunità civili possano avanzare. Ha sinteticamente alluso per esempio al ruolo decisivo di James Madison nel proporre e conseguire decisive scelte costituzionali e politiche negli Stati Uniti d’America “statu nascenti”, anche rettificando l’orientamento dominante per conseguire stabilità futura.

Un messaggio di stringente utilità, secondo Fabbrini, anche per l’odierna Unione europea, in cui il Parlamento e la Commissione hanno poteri rispettivamente esigui e non decisivi, mentre le scelte risolutive sono nelle mani del Consiglio intergovernativo. In cui non solo le deliberazioni richiedono l’unanimità, ma si approfondisce la distanza fra i governi che chiedono una maggiore unità (politica, finanziaria, di politiche sociali e di investimenti e di difesa) come scelta irrinunciabile per un futuro più giusto e stabile e quelli che invece la avversano, cercando i vantaggi del mercato unico e rifiutando la necessaria coesione politica. Ecco il tema, ci ha spiegato Sergio Fabbrini, non solo  delle prossime elezioni europee, ma di quale domani l’Unione europea saprà costruire.

Di fronte a questo impegnativo scenario, che ho imperfettamente riassunto, grande è lo scoramento che nasce misurando la distanza fra la politica nazionale che servirebbe all’Italia ed all’Europa e l’insipienza dei nostri governanti, compreso “il felpa” furbo e  di mente pronta. E’ lo stesso avvilimento che circa duecento anni fa esprimeva Giacomo Leopardi componendo la canzone “All’Italia”. Ma questo paragone ci dà anche un po’ di speranza, perché la delusione sua, di Foscolo e del primo Manzoni lasciò campo, a partire dal 1821, a movimenti prima per la costituzionalizzazione degli Stati italiani, poi per la stessa indipendenza nazionale. L’unità repubblicana per Mazzini, l’indipendenza nazionale con una confederazione di stati e di principi secondo “Il primato” di Gioberti ed il neoguelfismo, l’apice nel 1848, con gli Statuti e quando contro l’Austria scesero in guerra tutti gli Stati italiani, compreso quello della Chiesa.

Ma a Custoza prima e a Novara poi sembrò chiudersi definitivamente ogni sogno di libertà e di indipendenza. Solo uno Stato, il regno di Sardegna, mantenne lo Statuto: ma proprio da lì, nel decennio successivo vennero l’uomo e la grande politica che avrebbero portato, contro ogni previsione, all’unità ed all’indipendenza del Regno d’Italia. Uno fra i grandi eventi europei nella seconda metà del secolo decimonono. Quell’uomo, Cavour, diceva: “Vedo la linea retta per andare là, è questa. Se a mezzo del cammino incontro un impedimento insuperabile, non ci darò del capo pel gusto di rompermelo, ma non tornerò neppure indietro. Guarderò a destra e a sinistra, e non potendo seguire la linea retta, piglierò la curva, girerò l’ostacolo che non potrò attaccare di fronte”.

Secondo Manzoni, Cavour ebbe tutte le prudenze e tutte le imprudenze di un vero statista. Tanti i suoi atti di audacia impressionanti. Ha scritto Petruccelli della Gattina: “Ove altri uomini di Stato avrebbero indietreggiato, il conte di Cavour si gettò testa in giù, capo fitto, dopo aver scandagliato il precipizio ed aver calcolato perfino i profitti della caduta”.

Rosario Romeo, con “Cavour ed il suo tempo”, ha scritto un’opera fondamentale per la comprensione storica e politica dell’importanza di Cavour. Ma il linguaggio misurato delle storico è empaticamente distante dalla febbrile attività di un uomo che, dietro ad un sorriso sornione e ad un aspetto ordinario, portava dentro di sé un mondo tempestoso e drammatico,quasi da eroe romantico. Almeno un paio di volte, ha ammesso, fu ad un passo dal “farsi saltare le cervella” per il fallimento dei suoi disegni ed il suo scontro a Monzambano con Vittorio Emanuele II, dopo la pace di Villafranca, è stato paragonata alle più terribili scene dei drammi shakespeariani.

Considerato dopo Plombières il più grande politico europeo da un Metternich ormai vecchio (“La diplomazia tramonta; non c’è in Europa che un vero diplomatico, ma disgraziatamente è contro di noi: il conte di Cavour”) ed esaltato tra gli altri da Dostoevskij, da tanta stampa tedesca e da importanti estimatori inglesi, realizzò forse il suo capolavoro nel 1860. Quando, assediato dalla diplomazia e dal tintinnare di sciabole nelle cancellerie europee, che gli chiedevano conto di Garibaldi e dei mille, che avanzando verso Napoli apparivano avanguardia di possibili moti rivoluzionari in Europa, quindi da stroncare, sorprese tutti.  Fece invadere dall’esercito di Cialdini lo Stato della Chiesa, al fine, così disse ai governi, di neutralizzare il pericolo per la pace costituito dai volontari confluiti da tutta Europa nell’esercito pontificio ed insieme di riportare l’ordine a Napoli e a Palermo. Con una sola mossa neutralizzò il pericolo internazionale e unificò l’Italia allargandola a Marche, Umbria ed all’ex regno borbonico.

Commemorandolo nel parlamento italiano il filosofo Giuseppe Ferrari, spesso leale oppositore del governo, ricordò “la magica sicurezza con cui…dominava il complicatissimo labirinto degli equivoci italiani”. Mazzini invece non si unì all’unanime compianto europeo per la scomparsa di Cavour a soli cinquant’anni, definendolo “scettico, spregiatore di principi, giocoliere di parole, tutto a fare il male con tutti i mezzi del male”.

Ma dieci anni dopo, placate le passioni di parte, scrisse: “L’unico uomo di Stato della Monarchia italiana, diseredato del genio che crea, ma ricco dell’ingegno che sa far proprio l’altrui, intravide che bisognava inoltrare o perire, e spinse la Monarchia sulle vie non sue, perché non fossero occupate da altri”.

Cavour come Madison, anche se il futuro presidente americano fu soprattutto, mi pare, un preveggente legislatore che anticipò le esigenze dell’avvenire ed il primo ministro sabaudo un impareggiabile tessitore di eventi. Entrambi a dirci che il corso delle cose non è fatale, ma può essere modificato  dal coraggio dell’intervento legislativo e della azione politica. Che in Cavour in particolare è frutto della scelta di un’Italia libera e liberale e del tentativo di intervenire con forza creativa sulla realtà: “alea iacta est”. Egli ha scritto:”Io reputo che non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all’indipendenza, senza passare per le mani di un Cromwell; ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario”.

Questo breve ricordo di  persone ed eventi di cui ogni nazione andrebbe giustamente orgogliosa, con qualche eccezione tra cui la nostra Italia,  muove sia alla mestizia che alla speranza. La prima per lo stato di cose presente, sia in un’Italia che rischia di avvitarsi sul proprio declino che in un’Unione europea in difficoltà davanti a scelte innovative ed ineludibili, necessarie per dare nuova sostanza e futuro alle attese nate settant’anni fa.

Ma anche alla speranza: se ci saranno uomini e donne capaci di indicare la strada e di non smarrirla. Comunità nazionali degne di questo nome dove i diritti si correlino ai doveri. E la stella della democrazia liberale che illumini la strada.

Sia in Italia che in Europa occorre riprendere un cammino oggi interrotto. Richiede una grande politica, non solo tracciata da veri leader, ma condivisa e difesa e promossa da veri cittadini.

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