Minniti non basta. Ma c’è dell’altro? di Giorgio Armillei


Proseguono nel PD le manovre per arrivare al nuovo segretario. Per la verità, non è che l’opinione pubblica se ne stia accorgendo granché. Ben altre leadership fanno oggi l’agenda politica del paese. Il PD e il suo elettorato più fedele toccano così con mano cosa significa non saper produrre una leadership fortemente personalizzata o al contrario essere particolarmente brillanti solo nel distruggere le leadership che emergono. Tanto ad esempio da riuscire a riaprire una discussione altrove in Europa e in tutte le democrazie liberali data per chiusa da mezzo secolo: quella sulla coincidenza tra leader del partito e candidato alla guida del governo.

Le manovre ad oggi hanno prodotto due nomi – Zingaretti e Minniti – e più di una ipotesi di terzo polo. Terzo polo che al solito gioca a condizionare il risultato sperando di trasferire, per effetto delle regole elettorali, la decisione finale all’Assemblea sottraendola alla scelta degli elettori. Nomi non di travolgente immagine innovativa. Il primo, nonostante il garbo e l’equilibrio, appare come la versione XXI secolo della sinistra socialista europea del XX secolo. Quella sinistra che ovunque in Europa perde sistematicamente le elezioni politiche. Il secondo, nonostante le qualità personali di governo e i risultati conseguiti come Ministro dell’Interno, racconta la stessa storia del primo anche se vi aggiunge un’importante variante strategica. Mentre per costruire l’alternativa al nazionalpopulismo Zingaretti rimette a lucido il racconto socialdemocratico condito da tutti i punti fermi della sinistra socialista – e dunque spruzzate di multiculturalismo naif come lo chiamava Giddens, strizzatine d’occhio alle minoranze identitarie, un dico e non dico sulla natura del M5s, e via dicendo – Minniti, pur venendo dallo stesso background del primo, pensa bene di sfidare l’avversario inseguendolo sul suo campo di battaglia. Insomma, un socialdemocratico corbyniano contro un socialdemocratico pragmatico law and order.

Ecco allora che per Minniti “la sicurezza è libertà”; il sentimento della paura è quello sul quale misurarsi per ascoltare la paura e non per far finta di farlo come – secondo Minniti – è tipico dei populismi; difendere identità e confini senza specularci sopra come fanno i nazionalisti è cosa di sinistra. Insomma, la partita si gioca qui, le squadre sono queste, il gioco è questo. Si tratta solo di essere più forti degli avversari e smetterla di dare la colpa a chi grida di più. Alla paura e alla rabbia per la situazione economica non si può rispondere raccontando numeri e dati che dimostrano infondate quella paura e quella rabbia. Per Minniti la sinistra che può vantare maggiore sensibilità culturale, maggiore vocazione interdisciplinare (ma perché poi solo la sinistra? E soprattutto quale sinistra?) deve accettare di giocare sul serio il campionato proposto dai nazionalpopulismi. Ovviamente per batterli.

Può funzionare? Gli elettori PD dovrebbero scegliere tra un PD socialdemocratico che scivola verso il M5s e un PD socialdemocratico che rischia di farsi dettare l’agenda dalla Lega. Cioè tra due varianti di un tipo di PD già sperimentato e finito impantanato nel 2013. Un paio di cose va detto in via preliminare. La prima: c’è diversità di posizionamento. Mentre Zingaretti ferma il tempo e pensa al popolo della sinistra, Minniti va secondo il tempo e pensa al popolo finito a destra. Ma quella destra e quella sinistra non esistono più nei termini in cui le pensano Zingaretti e Minniti. La seconda: mentre Zingaretti racconta una storia che guarda altrove (socialisti di tutto il mondo unitevi, da Sanders a Corbyn), Minniti si getta con grande pragmatismo sulle questioni che mordono l’opinione pubblica, la rabbia e la paura. Può funzionare?

Zingaretti riporta la sinistra italiana a prima del 2013, Minniti la lascia più o meno dov’è ma non la porta certo dove servirebbe andare. E dunque no, non può funzionare. Innanzi tutto, principalmente per Zingaretti, un punto fermo. Lega e M5s sono la stessa cosa, due varianti del nazional populismo. Molte analisi lo confermano. Cominciamo con le “affinità elettive” come le chiama Demos-La Polis. Il 35% degli elettori M5s sono contigui alla Lega a fronte di un 19% contiguo al PD. Il 39% degli elettori della Lega sono contigui al M5s. Solo la contiguità tra Lega e Forza Italia presenta (anzi, presentava a marzo 2018) valori superiori. Non solo. Su molti temi come la spinta antipolitica, l’ostilità nei confronti dell’Unione europea, l’intervento pubblico nell’economia, la demagogia securitaria sull’immigrazione, ci troviamo di fronte ad elettorati complementari, così ci dice ITANES. Solo le politiche eticamente sensibili, l’area dei cosiddetti diritti civili, li divide. C’è dell’altro. SWG ci dice che l’aumento della reciproca attrazione tra M5s e Lega è da mesi l’evoluzione più interessante del mercato politico elettorale del paese. Su alcune questioni di policy la sovrapposizione è totale: si pensi alla gestione del debito pubblico e alle politiche in deficit. Ancora ITANES ci mette in guarda da conclusioni affrettate: non è l’aumento delle preoccupazioni per così dire prepolitiche per la sicurezza e l’economia ad aver generato il voto di marzo. È il gioco imposto da Lega e M5s ad aver determinato quel particolare modo di inquadrare quelle preoccupazioni, tutt’altro che prepolitiche e precostituite. L’offerta fa la domanda. E per finire, fin dallo scorso maggio l’Istituto Cattaneo ci dice che un nuovo consolidamento delle organizzazioni di partito e la ristrutturazione delle alternative programmatiche possono venire soltanto dalle nuove dimensioni di competizione – populisti vs liberali, sovranisti vs europeisti – non certo dall’ormai secondaria frattura tra destra e sinistra. Quindi non c’è scampo: sperare che Lega e M5s si dividano serve solo a tenere in piedi vecchie idee di sinistra sulle quali far convergere eventuali fuggiaschi M5s.

In secondo luogo, principalmente per Minniti, accettare il campionato proposto dall’avversario significa concedergli un grande vantaggio. Significa accettare il suo linguaggio e le sue regole. E non basta – questo è il punto fondamentale – giocare quel gioco in un altro modo, usare quel linguaggio per dire un’altra cosa, prendere sul serio la paura per dare una risposta diversa alla paura, prendere sul serio la sicurezza per dare una risposta diversa sulla sicurezza, prendere sul serio la difesa identitaria per battere la “comunità del rancore” e così via. Non basta semplicemente perché accettare il gioco vuol dire rinforzare la legittimazione, il riconoscimento, la plausibilità di quel campionato, di quel modulo, di quelle regole. Accettare tutto questo significa semplicemente finire per fare “il gioco dell’avversario” e mandare in buca i suoi colpi, mandare in rete i suoi rigori, alzare per le sue schiacciate.

Per battere il nazional populismo non bastano né un socialdemocratico libertario né un socialdemocratico securitario. Né basta essere diversamente libertari o diversamente securitari. Occorre rovesciare il tavolo e giocare un altro campionato, raccontare un’altra storia, tornare a raccontare l’altra storia. Del mondo che cambia non perché lo decidono i governi. Del perché il protezionismo è un danno, la Brexit è impossibile, la rivoluzione tecnologica un enorme guadagno, il capitalismo va corretto con più concorrenza e non con più stato, la globalizzazione un processo essenzialmente dal basso, l’immigrazione gestita un fenomeno positivo, come dice un ex primo ministro britannico. Per rendere efficace questo racconto non basta cucinare e servire diversamente le parole degli avversari: capire la paura, sicurezza è libertà, con i deboli e non con le aristocrazie. Occorre un lavoro lungo e paziente – la capacità egemonica della Lega non nasce con Salvini – occorrono leader, idee e organizzazioni. Occorre non continuare a prendere strade sbagliate pur di costruire alleanze e coalizioni.

Per battere il nazionalpopulismo occorre prepararsi ad una battaglia non certo di breve periodo. Reinventare un liberalismo per il XXI secolo scrive The Economist: proteggendo la libertà del mercato anche dai dai suoi vizi; governando con pragmatismo i flussi migratori dentro le regole della società aperta; ripensando il welfare partendo dall’istruzione primaria e da quella per l’infanzia che costituiscono determinanti di grande peso nello sviluppo delle life chances delle persone; aprendo gli occhi sui rischi di un sistema internazionale privo di ogni forma di “egemonia benevola” delle grandi democrazia liberali. Si potrebbe aggiungere guardando alle città e non agli stati come motori di crescita. Rilanciando forza, metodo e risultati dell’Unione europea. E smettendo di parlare di destra e sinistra come se fossimo ancora nella seconda metà del XX secolo. Volgersi ancora verso i miti socialisti o inseguire gli schemi securitari rischia di generare solo illusioni. Un PD che non vincerà mai perché guarda al passato. Oppure un PD che non vincerà mai perché prigioniero di chi ha già vinto la battaglia e continua a dettare le regole del gioco. Tra l’originale e l’imitazione gli elettori sceglieranno sempre l’originale.

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