Arrivano i nostri? di Luciano Iannaccone


ARRIVANO I NOSTRI ?

 

 

Tempo di problemi per i nostri Dioscuri vicepresidenti del consiglio. Appaiono non a cavallo al lago Regillo, ma appiedati sui social ed in tv per esaltare le “magnifiche sorti e progressive” del governo del popolo e dei cittadini italiani. Ma l’approvazione con la fiducia al Senato del decreto sicurezza (vedremo a breve cosa ci porterà in concreto) è avvenuto in un clima di crescente tensione che i proclami di Castore e Polluce non leniscono.

E’ stata generale e salutare la levata di scudi contro i propositi pentastellati di eliminare “tout court” la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, rendendo l’iter processuale penale senza limiti temporali e violando  la Costituzione italiana ed i principi europei. Ora il compromesso raggiunto con Salvini umiliando il lavoro parlamentare ne rinvia la precisa formulazione alla legge delega per la riforma entro il 2019 del processo penale. Si conferma la scelta di eliminare  la prescrizione ma garantendo nel contempo tempi certi all’iter processuale. Un duplice obiettivo molto difficile da raggiungere non tanto nell’articolato legislativo quanto nella concreta gestione delle procedure giudiziarie. Ma che consente ai pentastellati di proclamare la “fine dell’impunità” ed ai leghisti di inneggiare al superamento dei tempi biblici di giudizio. Naturalmente non finisce qui.

 

Ma è soprattutto la situazione economica e sociale a dare segnali sempre più preoccupanti: diminuzione degli occupati dopo che erano aumentati di più di un milione e duecentomila in quattro anni, stagnazione del Pil nel terzo trimestre dell’anno. Con la fondata possibilità che quest’ultima si prolunghi, inficiando l’ultima previsione governativa di un incremento del Pil dell’1,2% nel 2018. Ciò contribuirebbe a travolgere i numeri di Tria di un incremento del Pil 2019 reale all’1,5% e nominale (cioè inglobante l’inflazione) al 3,1%, riducendoli entrambi quasi alle metà per l’effetto congiunto della minor crescita 2018 e 2019. Con un deficit alle stelle e la variazione strutturale del deficit (depurato cioè delle spese una tantum) ben maggiore del già gravoso aumento previsto da Tria. E con oneri finanziari privati e pubblici ormai stabilmente innalzatisi a livelli insostenibili nel medio periodo.

Su occupazione ed andamento economico, entrambi negativi, pesa anche una situazione internazionale che dà segnali complessi, compreso un certo rallentamento del ciclo da tempo positivo. Ma la politica governativa italiana ci ha messo pesantemente del suo, a partire da quel famigerato “decreto dignità” che negli anni a venire diverrà un caso di scuola di ignorante demagogia e di autolesionismo. Addossare le colpe a chi c’era prima è veramente vergognoso, anche se fatto nello stile felpato del Presidente del Consiglio Conte: è proprio il Conte zio di manzoniana memoria. Non parliamo del blocco di infrastrutture assolutamente strategiche, Tav in testa.

 

Intanto la Commissione europea e gli Stati membri dell’Eurogruppo, tutti e senza eccezioni, hanno ritenuto sostanzialmente irricevibile la Legge di bilancio italiana, chiedendo profonde modifiche pena il suo rigetto, per la prima volta nella storia dell’Europa unita.

 

Ma i nostri eroi dicono di avere l’arma vincente: come avvenne alla guarnigione assediata di Fort Apache il Settimo Cavalleria arriverà a salvarli ed a travolgere le tribù  assedianti. Conoscono anche la data: il 26 maggio 2019. L’importante è resistere fino ad allora, alle elezioni europee che, dicono, cambieranno tutto. Il voto dei cittadini europei per i partiti populisti spazzerà via l’Europa delle banche e dei vincoli di bilancio, di Juncker  e Moscovici, di Macron e della Merkel. L’Italia sarà alla guida di un nuovo corso del popolo e dei popoli.

 

Qui la narrazione dei Dioscuri diventa veramente truffaldina ed impudente. Perché all’ultimo vertice europeo è vero che tutta la Commissione ed i rappresentanti degli Stati dell’Eurogruppo si sono pesantemente schierati contro il documento di bilancio italiano. Ma i più duri sono stati i governi che vedono la presenza anche di movimenti populisti, come l’Austria. E la destra che non è al governo, ma capeggia la protesta populista come la tedesca AfD, ha tuonato sulla stampa europea contro gli italiani che vogliono vivere a debito a spese degli altri.

Con loro i dieci Paesi del nord-est Europa, dall’Olanda alla Svezia alle Repubblica Ceca, sia dentro che fuori dall’Euro, che lanciano sostanzialmente l’allarme  e chiedono che il funzionamento del fondo salva-Stati sia modificato per impedire che i contribuenti europei siano danneggiati dalla pericolosa politica finanziaria di un qualche governo. Quale sarà ?

 

Quindi in primo luogo tutti gli attuali governi europei, in particolari quelli dell’area euro, senza neppure qualche timido distinguo di Polonia ed Ungheria, sono contro la disinvolta ed inconsistente politica di bilancio italiana. I più intransigenti sono quelli che hanno parziali parentele politiche con i gialloverdi italiani, mentre quelli che al contrario cercano un difficile dialogo, come Francia e Spagna (e Portogallo) sono svillaneggiati da Salvini un giorno sì e l’altro pure.

In secondo luogo i sondaggi relativi al voto di maggio 2019 segnalano sì un’avanzata dei partiti populisti, ma non travolgente e comunque assimilabile a quella prevista per altre formazioni a loro contrapposte, come i verdi non solo tedeschi, che hanno una piattaforma programmatica innovativa ed insieme moderata. Nel futuro parlamento europeo i populisti saranno probabilmente una minoranza, anche se significativa.

In terzo luogo i partiti populisti (forse con la parziale eccezione francese) hanno ed avranno  l’atteggiamento più bellicoso verso le cicale italiane, siano populiste o meno. Perché è il loro elettorato, invelenito per la disinvoltura del governo italiano, a chiederlo e pretenderlo.

Quindi i Dioscuri con il loro seguito sono quasi completamente isolati da un’Europa che ha fiutato in loro dei questuanti in abito da rivoluzionari, E si comporta di conseguenza.

 

Il glorioso annuncio che il 26 maggio 2019 verranno spazzati via quanti, Juncker e Moscovici in testa, “hanno rovinato l’Europa” e che arriverà aria nuova, in particolare dall’Italia, è quindi una balla spaziale. Non perché non ci saranno sorprese e novità nel voto. Non perché non ci sarà un avvicendamento di uomini e di forze politiche, vincitori e sconfitti.

Ma perché tutti o quasi, conservatori e riformatori, nord e sud-europa, popolari e populisti sono pronti ad indossare la maschera antigas per difendersi dalla patetica ignoranza di Di Maio, dalle frasi (sempre più) fatte di Salvini e dal pericolo che rappresentano per tutti. I 5 stelle comunque e Salvini se non cambia sono un pericolo da cui difendersi: lo pensano non solo i leader, ma soprattutto gli elettori europei. Come italiani può dispiacerci o meno, ma è così. Chi di sacro egoismo colpisce, dello stesso perisce.

 

Ragion per cui quando il Settimo Cavalleria giungerà alle porte di Fort Apache il governo gialloverde assediato aprirà festante le porte, ma per accorgersi con sgomento che sotto le divise dei cavalleggeri sono entrati in realtà i guerrieri apache, Toro Seduto in testa. Non per disperdere gli assalitori, ma per regolare i conti, fino all’ultimo euro, con un governo pessimo che ha reso un Paese inaffidabile.

 

A questo livello miserabile i nostri eroi hanno ridotto il sogno e la possibilità di un’Europa diversa, necessaria per navigare insieme nel mare aperto delle sfide mondiali. E’ necessario che l’Italia reagisca ora, senza aspettare che lo facciano gli altri, ma a nostre spese.

 

 

Luciano Iannaccone

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