Guarire dalla patologia burocratica, di Luciano Iannaccone


 

Siamo in mezzo a guai veramente grossi. Ma ad aggravarli, se possibile, ce n’è uno che ci affligge e che continua ad ingigantirsi: le crescenti complicazioni burocratiche, ormai divenute una vera patologia. Ce lo ricorda la voce autorevole di Sabino Cassese sul “Corriere della Sera – Economia” del 15 ottobre: “Per aprire un salone di acconciatore occorrono fino a 65 adempimenti con 26 enti pubblici coinvolti e un costo di 17.700 euro. Per aprire un bar: 86 adempimenti, con 26 enti coinvolti e un costo di quasi 15.000 euro. Per iniziare un’attività di gommista o carrozziere, occorrono 86 adempimenti e gli enti coinvolti sono fino a 30, con un costo di 18.500 euro. Per aprire una gelateria, 72 adempimenti, con 26 enti coinvolti ed un costo di 12.700 euro. Per aprire una falegnameria fino a 78 adempimenti, con 30 enti coinvolti e un costo di 20.000 euro”

Tra i punti qualificanti delle promesse elettorali di ogni parte politica in Italia compare ritualmente “la semplificazione burocratica”. Il consuntivo di ogni legislatura però è sempre più che deludente. Infatti, ad ogni semplificazione burocratica faticosamente attuata fa riscontro un multiplo di nuove complicazioni, inattaccabili perché plebiscitariamente classificate al servizio dei più diversi obbiettivi: dalla lotta alla corruzione a quella per l’igiene, dalla difesa dell’ambiente alla tutela del territorio, dalla sicurezza alla privacy alla salute dei cittadini. È quello che sta accadendo anche nel 2018: un’inarrestabile marea che continua a montare.

 

Non c’è dibattito parlamentare o inchiesta giornalistica, commissione tecnica o indagine giudiziaria, sentenza di giustizia o dell’opinione pubblica che non si concluda con la constatazione che è mancato nei controlli e nelle procedure qualcosa che avrebbe invece dovuto esserci e che va quindi assolutamente elevato il livello degli adempimenti burocratici per rendere obbligatorio ciò che mancava. E tutto ciò, con l’inarrestabile crescita degli adempimenti di legge e l’onnipresente cultura del sospetto (che promette a chi la fomenta e la pratica sicuri vantaggi professionali e politici), spinge all’autodifesa la dirigenza pubblica, e ora anche privata, che implementano sempre più procedure, attestazioni, certificazioni. E così quanti operatori pubblici, medici, insegnanti e tecnici, sono costretti a “fare i burocrati” con adempimenti spesso sterili, sottraendo tempo prezioso al loro vero lavoro e rischiando ogni sorta di contestazioni e di accuse da parte di improvvisati controllori esterni, spesso mossi da (in)afferrabili motivazioni? La constatazione delle complicazioni burocratiche che soffocano ricorre infinite volte nelle parole della piazza e della politica, ma alla ampiezza della protesta corrisponde poco o nulla nei rimedi.

 

La burocrazia è preda di una patologia inarrestabile: praticamente ogni giorno, in qualche punto della complessiva operatività nazionale, si complicano procedure ed adempimenti formali applicando il principio di precauzione ed elevando senza limiti il livello della stessa. Anche nel giorno in cui Renzi celebrava il “730” precompilato. Poco importa che, superando una certa soglia, che è già oltre la più diligente cautela, si renda problematico l’esercizio dell’attività al cui servizio dovrebbe operare e che, raggiunta una soglia ulteriore, lo si faccia diventare di fatto impossibile.

Per di più se l’elevarsi del livello di precauzione avvenisse introducendo obblighi più pesanti, ma funzionali alla maggiore efficienza del sistema, avremmo una somma algebrica data dal “più” di tale maggiore efficienza e dal “meno” conseguente all’ostacolo creato alle singole operatività. Invece, nella grandissima maggioranza dei casi, il livello si alza con ulteriori adempimenti puramente formali senza alcun beneficio generale, per cui il risultato è un doppio “meno”.

Naturalmente questa dinamica se affligge tanti premia molti: politici ignoranti in cerca di gloria, giornalisti d’assalto, tribuni della plebe ed esperti improvvisati, magistrati inquieti ed avvocati intraprendenti, tecnici e consulenti di parte, fornitori di beni e servizi funzionali a più alti livelli di precauzione e via enumerando. E anche quella vasta opinione pubblica sempre pronta a pretendere per gli altri quei vincoli, lacci e lacciuoli di cui teme la forza negativa quando li deve subire.

Che fare? Innanzitutto, aprire gli occhi sui gravissimi danni che la patologia burocratica procura all’ economia nazionale in termini di minor prodotto interno lordo per i nuovi investimenti che vengono scoraggiati e per servizi e cittadini che vengono angariati, impedendo lavoro e crescita. Quanto incide la patologia burocratica sulla stagnante produttività, uno dei grandi problemi della nostra economia? E quanto ci costa? Tanto, tantissimo, ci ripetono associazioni di categoria, economisti ed analisti sociali, provando a quantificare un danno collettivo gigantesco. E, accanto all’economia, è la nostra società ad essere esistenzialmente impoverita e bloccata.

 

In secondo luogo, occorre cogliere i termini essenziali del problema. Possiamo definire la burocrazia in senso lato come il complesso delle procedure e degli adempimenti con cui l’insieme della pubblica amministrazione, compresa quella della giustizia, regola l’operatività propria ed altrui (privata e pubblica), agendo per ridurre pericoli e rischi di ogni tipo connessi e ciò sulla base del principio di precauzione. Naturalmente al centro dell’attività burocratica di controllo ci dovrebbe essere innanzitutto l’obiettivo di permettere e promuovere l’operatività: il primo e fondamentale pericolo è (o dovrebbe essere) che essa venga scoraggiata o soffocata, il secondo che si sviluppi in modo non corretto. Quindi il principio di precauzione deve correlarsi alla assoluta necessità di promuovere e non reprimere l’operatività propria ed altrui.

È il contrario di ciò che avviene con la crescita inarrestabile del livello di precauzione, che non si ferma quando ha raggiunto un’alta soglia di precauzione e cautela, ma continua salire, opprimendo intraprese e lavoro oltreché diritti costituzionalmente garantiti. Una patologia che accomuna le situazioni più diverse, dalla crescente complessità degli adempimenti fiscali agli inaccettabili tempi della giustizia civile; dalla confusa proliferazione delle cautele anticorruzione (una babele che blocca o ritarda opere urgentemente necessarie) all’impressionante mole di documenti ed attestazioni necessarie per richiedere autorizzazioni e concessioni: il permesso di costruzione di un pollaio richiede molto spesso una documentazione inimmaginabile. E si dovrebbe anche dire delle complicazioni burocratiche che continuano ad affluire da molta legislazione europea.

 

Infine, dobbiamo chiederci se c’è una causa storico-politica nazionale all’origine sia degli automatismi che provocano la continua crescita del livello di precauzione sia dello scrupolo patologico più sopra descritto che li mette in movimento. Credo che la motivazione stia soprattutto nella latitanza, da troppo tempo, di una vera politica, fatta (non di pugni sul tavolo ma) di obiettivi validi, dei relativi strumenti costituzionali e di autorevolezza. E nella intervenuta supplenza delle tecnocrazie amministrative e giudiziarie, che si traduce in processi formali sempre più complessi.

 

È divenuta ormai indispensabile qualcosa di simile ad una rivoluzione civile e culturale, in cui la responsabilità prenda il posto delle mistiche formalistiche, del sospetto generalizzato e della rassegnazione inerte. È necessario il ritorno di una politica rispettosa della separazione dei poteri, ma inflessibile nel promuovere il ritorno dell’autentico potere legislativo ed esecutivo, che deve liberare i cittadini dalla patologia burocratica attraverso un’amministrazione agile ed efficiente.

Molti l’hanno detto, con maggiore o minore precisione, nella recente storia politica. Berlusconi forse ha provato, ma non c’è riuscito, Renzi è stato anche azzoppato dal referendum costituzionale del 2016, le parole di Di Maio e Salvini sembrano per ora promesse da marinaio (e nel caso del primo contraddette dalla ridicola demagogia, legata a doppio filo alla cultura del sospetto), mentre la patologia diventa sempre più letale. Per guarirne dobbiamo necessariamente sconfiggere la demagogia distruttrice tanto in voga oggi.

Le forze civili e politiche che vogliono combattere davvero la patologia burocratica devono smetterla con promesse vane, ma mettere in campo e proporre un progetto mirato ed articolato, premendo sui governi locali e centrale affinché intraprendano un non breve cammino. Le forze di opposizione stimolino in particolare la maggioranza di governo, disponibili ad un percorso comune, purché lontano dalla demagogia e dagli slogan: chi si impegnerà non con le chiacchiere ma con i fatti avrà il consenso e l’appoggio di (quasi) tutti.

Occorre coinvolgere capillarmente l’opinione pubblica, contrastare con fatti e mentalità nuovi un declino altrimenti inarrestabile. Indispensabile una buona partenza, con le idee chiare sul percorso da compiere. E poi un lungo impegno politico, amministrativo, legislativo, civile e culturale con il lavoro diuturno e paziente dei coraggiosi (che anche nella pubblica amministrazione non mancano e possono crescere, vanno incoraggiati) per promuovere, sostenere e difendere una radicale inversione di rotta e “trarre dalle leggi il troppo e il vano”. È un sogno necessario.

 

 

 

 

 

 

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