Riconoscere gli errori, di Luciano Iannaccone


Si sa che purtroppo anche in politica i vizi prevalgono sulla virtù. Il giocare con le parole per lanciare messaggi ingannevoli agli elettori (i cittadini sono visti solo in quest’ottica, alla faccia della decantatata democrazia diretta) è vizio praticato senza ritegno, soprattutto da parte dei partiti di governo. Ma anche quelli dell’opposizione hanno gravi difetti, che non vanno nascosti. Uno di questi è il rifiuto di riconoscere gli errori commessi, che si esercita anche su di una questione di grande importanza: la gestione sbarchi e migranti da parte del governo Renzi. Sono tra quelli che riconoscono i meriti di tale governo, probabilmente il migliore dell’ultimo ventennio, ma anche negli ultimi interventi di Renzi, di cui condivido molte cose, non ho sentito una parola di autocritica sulla gestione degli sbarchi e dei migranti da parte del suo governo. Non va bene e non è né corretto né utile nel rapporto con i cittadini, la (grande) maggioranza dei quali è invece al riguardo critica in modo netto, anche se non raramente confuso.

 

Riepiloghiamo i fatti. Il punto di svolta iniziale, esauriti i flussi libici del 2011, fu nell’autunno del 2013 la tragedia di Lampedusa, con centinaia di vite inghiottite dal mare ed il desiderio di tutti di contrastare simili tragedie. Da qui le missioni europee, con al centro i porti italiani, che si sono succedute. Ma questa disponibilità fu subito colta e strumentalizzata dai trafficanti, con un totale di 170.000 “arrivi” nel 2014 contro i 43.000 del 2013. Era evidente che i trafficanti lucravano non tanto sui viaggi degli aventi diritto all’asilo (fin dall’inizio netta minoranza) ma soprattutto sui migranti economici, attratti da una concreta possibilità. Quindi già nel corso del 2014 divenne assolutamente chiara la dinamica che avrebbe costretto Marco Minniti trenta mesi dopo, tra gli anatemi del massimalismo buonista, ad intervenire energicamente con una politica di contenimento dei migranti attraverso un rapporto innovativo rapporto con l’Africa, Libia in testa. Ma nulla di simile si fece da parte di Alfano e Renzi, pur con con 154.000 arrivi nel 2015 e 181.000 nel 2016. Quando intervenne Minniti, subì la forza inerziale degli sbarchi nel primo semestre 2017 (84.000 arrivi) ma nel secondo semestre, attivata la sua politica ed il suo dialogo oltremare, gli arrivi scesero a poco più di 35.000 dagli oltre 110.000 del 2016. E nei primi cinque mesi del 2018 a 14.486. Ma intanto erano sbarcate in Italia quasi 700.000 persone, la gran parte delle quali senza diritto all’asilo.

 

Perché il governo Renzi-Alfano subì questa situazione per tre anni ? Perché condivideva la posizione di quanti in Italia sostenevano e sostengono che non si debba fare differenza fra rifugiati e migranti economici, arrivando al punto di richiedere che li si andasse a prendere tutti direttamente in Libia ? Tra questi tante anime belle della sinistra e dintorni e una parte ( minoritaria) dei cattolici praticanti, rappresentata da queste parole autorevoli, ma incaute: distinguere tra rifugiati e migranti economici sarebbe come far differenza tra chi muore impiccato e chi sulla sedia elettrica.

No, Renzi chiarì in modo inequivocabile, almeno dal 2015, che solo i rifugiati, in base al diritto internazionale e all’art.10 della Costituzione, potevano godere del diritto di asilo. Che rimpatriare chi non aveva diritto a restare non era una parolaccia. Che bisognava “aiutarli a casa loro”. Ma poco o nulla fece e la gestione dell’accoglienza fu pessima, intrisa di burocrazia ministeriale e di buoni affari da parte di molte strutture ospitanti. Pura assistenza fatta di vitto ed alloggio, nessun coinvolgimento dei migranti adulti in doverosi lavori, niente scuole o corsi obbligatori che togliessero dalla diseducativa abitudine della strada fra mattina, pomeriggio e sera, iter lunghissimo per l’accertamento o meno del diritto all’asilo, introduzione della “permesso di soggiorno per motivi umanitari” (non praticato e non riconosciuto in quasi tutta l’Europa) per aumentare il numero di domande accolte, visto la bassa percentuale (15%) dei veri rifugiati. E il progressivo entrare nella clandestinità, non raramente delittuosa o comunque pericolosa, di quanti alla fine non vedevano (giustamente) accettata la domanda di asilo.

 

Questa imponente dinamica, del costo di alcuni miliardi all’anno, si è svolta in un’Italia che stava prima arrancando e poi faticosamente risalendo dalla più grave crisi economica del dopoguerra, con un numero spaventoso di suicidi “economici” (ce ne siamo dimenticati), davanti a periferie e paesi impoveriti e preoccupati dalla percezione di una crescente insicurezza. Con uno stridente contrasto tra la gestione ministeriale dei migranti e le risorse attivate per attenuare la crescente povertà fra la gente. Basti un esempio: nel 2017 è positivamente decollato il reddito di inclusione, prima misura universale contro la povertà, che prevede per una famiglia di cinque persone in povertà assoluta un sussidio di 5/600 euro mensili. Intanto almeno dal 2014 il ministero dell’interno paga per vitto ed alloggio di una famiglia migrante di cinque persone 5250 euro mensili. Non servono altre parole.

 

Ecco come una crescente protesta, chiamiamola pure “rabbia”, è montata progressivamente nel Paese e tra l’altro ha rappresentato un elemento decisivo e primario del recente risultato elettorale, dopo un primo “no” polemico, e non sui contenuti, nel referendum costituzionale da parte di tanti. E’ fuori strada chi vuole generalizzare il razzismo, pure marginalmente presente. La scelta, certo utilizzata e strumentalizzata dai partiti populisti, è stato il rifiuto dello stato di cose presente, in cui l’“acceptio personarum”( a danno degli italiani), l’ingiustizia e l’inefficienza apparivano inaccettabili.

 

La grave responsabilità del governo Renzi è indubitabile, anche perchè Alfano ne faceva parte. Si dirà: ma cosa si sarebbe potuto fare ? Iniziare trenta mesi prima quello che ha fatto Minniti, a partire dalla massima velocizzazione dell’iter delle domande d’asilo, dalla gestione più efficiente di rimpatri ed espulsioni, dalle iniziative in Libia e in Africa per scoraggiare le partenze e incentivare i rientri. In questo modo anche l’Europa che, dalla Merkel a Macron, ci avvertiva che era giusto condividere i rifugiati con diritto all’asilo, ma che mai avrebbe accettato i migranti economici, che andavano respinti, avrebbe potuto agire e collaborare sul terreno della verifica del diritto d’asilo in territorio africano, di un piano per l’Africa e dei rimpatri incentivati dei migranti economici non solo dall’Italia, ma anche dalla Libia. Certo, anche l’Europa ha le sue gravi colpe, ma qui ci occupiamo delle nostre.

 

E allora perché Renzi non ne parla ? Perché non riconosce responsabilità ed errori ? Se sostiene un’altra lettura rispetto a quella qui proposta, allora deve enunciarla anziché parlare d’altro. Se invece riconosce i gravi errori del suo governo, non può tacere con la motivazione di evitare gli eccessi di autocritica. Deve ammetterli chiaramente e semplicemente.  Così fanno le persone serie e, in politica, i veri uomini di Stato. Lo devono prima che agli elettori ai cittadini.

 

 

 

 

 

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