Humanae Vitae 50 anni dopo, di Gianni Gennari


Articolo pubblicato il 14.08.2018 da Vatican Insider che riproduciamo per la ricostruzione che Gianni Gennari fa di Humanae Vitae.

Humanae vitae cinquant’anni dopo, appunti sulla storia
Dopo il volume di Gilfredo Marengo, il teologo e giornalista Gianni Gennari propone una ricostruzione dell’iter che portò al documento più sofferto del futuro santo Paolo VI

1.PREMESSA
Questo scritto nella sua parte storica e cronologica di documentazione è anteriore alle recenti pubblicazioni in vista del 50.mo anniversario della HV, e in particolare al recente volume del prof. Gilfredo Marengo, “La nascita di un’Enciclica. Humanae Vitae alla luce degli archivi vaticani”, (Ed. LEV, 2018) che ha colmato un vuoto durato troppo a lungo. Qui di seguito si ha infatti per base, dagli archivi della Santa Sede e non solo, una ricerca della serie di incontri e testi relativi alla preparazione dell’Enciclica in successione cronologica dovuta all’accuratissima capacità del prof. C., grande esperto di analisi linguistiche e di testi antichi e recenti. Egli mi ha personalmente autorizzato alla pubblicazione dei risultati delle sue ricerche, ma mi ha chiesto di non rivelare il suo nome. Qui lo ringrazio e resta scontato che, se vuole, sono pronto a farne conoscere l’identità, amica e generosa insieme, per altro nota in ambienti accademici non solo italiani.
Torno al volume di Marengo. Ovviamente nel caso di contrasto e/o incompletezza nel confronto con le ricerche del collega Marengo la preferenza, salvo dimostrazione del contrario, come potrà vedersi in seguito almeno in un punto non certo di dettaglio, vale per la ricostruzione di Marengo che colma un vuoto ormai cinquantennale per la HV, detta “profetica” da molti e “riduttiva” e “conservatrice” da altri, forse con buone ragioni in ambedue i casi. Senza dubbio tuttavia l’impatto della HV nella vita concreta della Chiesa e di milioni di sposi fedeli è stato e continua ad essere di grande portata, sia in positivo che in negativo…
Anche in questi giorni leggo che si tratta di una Enciclica “profetica”. Qualche nostalgico però, abituato da sempre a considerare il Concilio come una sciagura, e talora a pensare che dopo Pio XII la Chiesa cattolica non ha avuto Papi pienamente degni della sua storia, ha persino scritto che oggi l’HV non va letta alla luce del Vaticano II e tanto meno del Vaticano II e della “Amoris Laetitia” di Papa Francesco, ma – testuale – “alla luce della Casti Connubii di Pio XI (1930)”. Un caso clinico, su cui varrà la pena di tornare in conclusione!
A chi scrive pare evidente che nel caso la vera “profezia” è stata nel coraggio e onestà esemplare di Paolo VI che, convinto fino dall’inizio della scelta negativa sulla contraccezione, e confermato in essa dai suoi principali consiglieri e collaboratori diretti, ha cercato di risolvere la questione nel rispetto della tradizione e della sua personale convinzione, ma con lo scrupolo dell’onestà evangelica e della “pastoralità” squisita, prima quando ha respinto un testo – forse da identificarsi semplicemente con quello della “De nascendae Prolis” rivelata da Marengo, in concreto estremo tentativo per far pesare su tutta la Chiesa l’autorità di “quel” S. Offizio, del quale poi Paolo VI stesso avrebbe cambiato non solo il nome, ma in prospettiva anche la missione, e che per secoli era anche un richiamo al passato ed alla morale di una tradizione teologica e filosofica ostile ad ogni rinnovamento – e poi quando, autorizzato il nuovo testo, ha voluto assicurarsi che nella presentazione del documento alla Chiesa e al mondo fosse esplicitamente ricordato a suo nome dall’incaricato, mons. Ferdinando Lambruschini, che esso non aveva la caratteristica di un pronunciamento di carattere “infallibile”, irriformabile e definitivamente vincolante senza alcun discernimento.
G. G.
2.APPUNTI PER UNA STORIA DELLA Humanae vitae
All’inizio di agosto 1968, alcuni giorni dopo la pubblicazione della Humanae Vitae, a Paolo VI arrivò da Lusaka una lettera a firma dell’allora segretario della Conferenza Episcopale Zambiana, Emmanuel Milingo. Il Papa conosceva bene la sua biografia: grazie alle sue grandi capacità l’ex-pastore Nguni era diventato un prete “Sangoma”, cioè uno sciamano guaritore che, da responsabile dei mass media cattolici era riuscito ad attrarre al cattolicesimo molti animisti, e il suo sincretismo religioso era molto apprezzato e approvato dall’episcopato africano.
In sostanza Milingo comunicava che dopo la pubblicazione della HV sarebbe stato molto problematico spiegare con successo la proibizione della “pillola”. In generale perché uno sforzo di base per medici e ambulatori era stato per anni far capire che le medicine in pillole erano utili, e poi nel merito innanzitutto perché negli ultimi anni molti preti africani avevano consentito l’uso di quella pillola ricordando che dopo i numerosi casi di stupro subiti nel 1960-61 dalle suore del Congo insigni teologi moralisti, come Ferdinando Lambruschini, docente nella Pontificia Università Lateranense, Franz Hürth, docente nella Pontificia Università Gregoriana, e Pietro Palazzini, segretario della Sacra Congregazione del Concilio nonché autore del “Trattato di Teologia Morale” in quattro volumi e del recente “Dizionario di Teologia morale”, avevano sostenuto la liceità del ricorso dal punto di vista della morale cattolica. Ognuno dei tre ne aveva dato la giusta ed opportuna motivazione: il futuro cardinale Palazzini perché “si può e si deve proteggere l’equilibrio della persona”, Hürth perché “il premunirsi rientra nel diritto alla legittima difesa” e Lambruschini perché “è legittimo evitare le conseguenze dell’aggressione”. E sulla vicenda nessuna voce contraria, anzi, agli interventi dei tre autorevoli teologi moralisti altri ugualmente favorevoli si aggiunsero, come quelli di Marcelino Zalba e Joseph Fuchs, docenti nella Pontificia Università Gregoriana.
Cfr. per i tre autori rispettivamente “Studi cattolici”, 27 (1961), pp. 63-64. “Studi cattolici”, 27 (1961), pp. 64-67. “Studi cattolici”, 27 (1961), pp. 68 -71 e poi M. ZALBA, Casus de usu artificii contraceptivi, in “Periodica de re canonica, morali et liturgica”, 51 (1961), pp. 167- 92. J. FUCHS, Moraltheologisches zur Geburtenregelung, in “Stimmen der Zeit”, 170 (1962), p. 364.
NOTA ai margini: tenendo conto di queste posizioni così autorevoli e ufficiali si può seriamente chiedere se il carattere di “intrinsecamente perverso” sia assolutamente applicabile al tema della contraccezione in sé, in astratto come tale, senza alcuna distinzione, o se si vuole, senza alcun “discernimento”, parola che nel corso della vita della Chiesa, persino da San Paolo nell’unico – Nb: unico! – testo che, proprio a proposito della Eucarestia (ICor. 11, 28-29) parla delle condizioni per viverla degnamente e non “mangiare e bere la propria condanna”.
La domanda può valere anche oggi, e si direbbe più che mai attuale: quale teologo moralista, o quale pastore oserebbe dire, alle donne che oggi vengono messe in cammino dai trafficanti di migranti, che non debbono tutelarsi da stupri e violenze sicure anche assumendo in previsione i contraccettivi prima di mettersi nelle mani dei trafficanti stessi con la certezza di quello che anche ripetuto succederà? “Intrinsecamente perverso?” Forse qualche eccezione può darsi, e allora quell’”intrinsecamente” può apparire vacillante…
Ancora, a proposito di Milingo risulta che il papa lo convocò presto in udienza e pochi mesi dopo, il 29 maggio 1969, lo volle arcivescovo di Lusaka: Il 1° agosto durante il suo viaggio pastorale in Africa gli impose le mani consacrandolo vescovo. Così Milingo, a 39 anni, divenne il più giovane vescovo africano.
Intanto attorno alla HV e alla sua recezione da parte della Chiesa, anche delle Conferenze episcopali le cronache segnalavano momenti duri: quasi 50 di esse infatti reagirono in sostanza negativamente. Paolo VI ne prese atto fino dall’inizio, ma reagì in modo sorprendente già nella prima udienza nella quale parlò della sua sofferta Enciclica, con toni e contenuti benevoli: “Benedico quelli che l’hanno accolta, e benedico anche quelli che l’hanno criticata!” Parole che fanno pensare…
LA FORMAZIONE DEL TESTO.
Il parto della Enciclica era stato travagliato, dopo almeno sei anni di dolorosa gestazione, e Paolo VI lo sapeva bene…
Tra l’altro la mattina del 6 agosto 1969, festa della Trasfigurazione e per caso a distanza di 19 anni dalla sua morte, pochi giorni dopo la consacrazione episcopale di Milingo arrivò la lettura di una documentatissima Cronistoria della “Humanae Vitae”, uscita anonima in Olanda e inviata, priva di mittente, al cardinale Segretario di Stato, Jean-Marie Villot. Da questa fonte iniziale, e da tante altre successive si può dare una prospettiva sufficientemente fedele di ciò che è stata la preparazione e poi la pubblicazione della HV e del seguito che ha avuto fino ad oggi, 50.mo anniversario.
LE PRINCIPALI FASI DELLA GESTAZIONE
13 luglio 1962 – PRIMO SCHEMA preconciliare.
Ancora con Papa Giovanni e con il Concilio nella fase preparatoria. A tutti coloro che, a partire dall’11 ottobre p. v., prenderanno parte al Concilio Vaticano II viene inviato un progetto di Costituzione dogmatica De Matrimonio et Familia elaborato da una sottocommissione teologica nominata in vista del Concilio a cura dell’allora Prefetto del S. Offizio, cardinale Alfredo Ottaviani, ed elaborata principalmente dal teologo di fiducia di Ottaviani e consultore del S. Offizio, Ermenegildo Lio, francescano e docente all’Università del Laterano: seconda cattedra di teologia morale. La prima era del prof. Ferdinando Lambruschini.
Quel primo schema, con quell’autore principale, come noto da sempre, era e non poteva essere altro che la pura e semplice “summa”, teologica, morale e canonica, della dottrina tradizionale riassunta principalmente nell’enciclica di Pio XI Casti Connubii del 31 dicembre 1930, con il complemento del Discorso di Pio XII alle partecipanti al Congresso dell’Unione Cattolica Italiana Ostetriche del 29 ottobre 1951. Vi si affermava che i coniugi devono comportarsi “secondo natura” e si condannavano “tutte le maniere e tutte le pratiche, per mezzo delle quali nell’uso del matrimonio è direttamente ed intenzionalmente impedita la procreazione della prole” come “intrinsecamente e gravemente immorali”. Nessun cenno, in questo primo schema, salvo eventuale verifica contraria, alla liceità dei metodi detti naturali, grande novità del discorso di Pio XII del novembre 1951, accolta in extremis da Pio XII su suggerimento insistente di Padre Virginio Rotondi che ha raccontato più volte la vicenda. La “novità” della ammissione dei “metodi” detti “naturali” era stata accolta con molti brontolii proprio dall’ambiente curiale romano, e come messa tra parentesi… Fino allora infatti anche l’Ogino Knaus, e ogni altro del genere, erano rigorosamente vietati come “intrinsecamente perversi”.
11 ottobre – 8 dicembre 1962 – Durante la prima Sessione del Concilio, questo primo schema di costituzione dogmatica De Matrimonio et Familia non viene preso in esame nelle sessioni conciliari. Trascuratezza o prudenza della Presidenza, composita per le nomine volute anche da Papa Giovanni? Bella domanda… Problema che resta aperto…
Febbraio 1963 – Una nuova commissione conciliare prepara un altro schema De matrimonio et familia, con la collaborazione ampia e principale degli esperti che avevano preparato il primo schema. Seguono discussioni che trapelano anche sulla stampa…
8 Marzo 1963 – Giovanni XXIII, sollecitato dal cardinale Léon-Joseph Suenens, istituisce formalmente una commissione pontificia segreta di studio sulle questioni riguardanti la natalità, soprattutto a proposito della pillola anticoncezionale Pincus.
27 aprile 1963 – La commissione pontificia, costituita da tre teologi e tre laici, comincia i suoi lavori.
Maggio 1963 – Il secondo schema De matrimonio et familia viene discusso in seduta plenaria, ma la commissione conciliare di coordinamento lo respinge.
Settembre-Ottobre 1963 – La commissione pontificia istituita da Giovanni XXIII, riunitasi a Lovanio quasi in polemica con le resistenze romane, esprime un parere favorevole sulla liceità della pillola anticoncezionale.
Gennaio 1964 – Papa Montini, non condividendo affatto questo parere, porta la commissione pontificia da sei a tredici componenti.
Aprile 1964 – La commissione pontificia si riunisce ormai a Roma, lontano dall’ambiente “progressista” di Lovanio.
Giugno 1964 – La commissione pontificia, salita a 15 componenti, si riunisce per la terza volta.
23 giugno 1964 – Paolo VI, nel discorso rivolto ai cardinali, il 23 giugno 1964, avoca a sé la decisione finale sui metodi anticoncezionali e comunica finalmente di aver costituito un’apposita nuova “Commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità”, dichiarando:
“Il problema, tutti ne parlano, è quello così detto del controllo delle nascite; quello cioè dell’aumento delle popolazioni da un lato e della moralità familiare dall’altro. È problema estremamente grave: tocca le sorgenti della vita umana; tocca i sentimenti e gli interessi più vicini alla esperienza dell’uomo e della donna. È problema estremamente complesso e delicato. La Chiesa ne riconosce i molteplici aspetti, vale a dire le molteplici competenze, fra le quali certo primeggia quella dei coniugi, quella della loro libertà, della loro coscienza, del loro amore, del loro dovere. Ma la Chiesa deve affermare anche la sua, quella cioè della legge di Dio, da Lei interpretata, insegnata, favorita e difesa; e la Chiesa dovrà proclamare tale legge di Dio alla luce delle verità scientifiche, sociali, psicologiche, che in questi ultimi tempi hanno avuto nuovi amplissimi studi e documentazioni. Bisognerà guardare attentamente in faccia a questo sviluppo sia teorico che pratico della questione. Ed è ciò che la Chiesa sta appunto facendo. La questione è allo studio, quanto più largo e profondo possibile, cioè quanto più grave ed onesto dev’essere in materia di tanto rilievo. È allo studio, diciamo, che speriamo presto concludere con la collaborazione di molti ed insigni studiosi. Ne daremo pertanto presto le conclusioni nella forma che sarà ritenuta più adeguata all’oggetto trattato e allo scopo da conseguire. Ma diciamo intanto francamente che non abbiamo finora motivo sufficiente per ritenere superate e perciò non obbliganti le norme date da Papa Pio XII a tale riguardo; esse devono perciò ritenersi valide, almeno finché non Ci sentiamo in coscienza obbligati a modificarle. In tema di tanta gravità sembra bene che i Cattolici vogliano seguire un’unica legge, quale la Chiesa autorevolmente propone; e sembra pertanto opportuno raccomandare che nessuno per ora si arroghi di pronunciarsi in termini difformi dalla norma vigente”.
Luglio 1964 – Viene inviato per la discussione nell’aula conciliare un terzo schema De matrimonio et familia, che riprende quasi interamente lo schema precedente, aggiungendo che “l’ultima decisione e la pratica applicazione dei principi universali competono agli stessi coniugi, i quali però non agiscono se non seguendo la propria coscienza formata secondo la dottrina proposta dalla Chiesa”.
29 ottobre 1964 – Dibattito in aula conciliare sul terzo schema De matrimonio et familia. Introduce l’arcivescovo di Detroit, John Francis Dearden, che, fungendo da relatore, precisa che lo schema non parla della pillola anticoncezionale perché il papa ha avocato a sé il giudizio sulla sua liceità morale. Interviene in replica, tra altri, il cardinale Suenens chiedendo che la commissione conciliare esamini se la dottrina classica, soprattutto quella dei manuali, tiene conto adeguato dei nuovi dati della scienza moderna, la quale forse può condurre ad una conoscenza più precisa di ciò che è “secondo natura” e “contro natura”; e conclude: “Non facciamo un nuovo processo a Galileo nei confronti della contraccezione”. Prende la parola il patriarca dei Melchiti, Massimo IV Saigh, che chiede se certe posizioni ufficiali assunte dalla Chiesa in questa materia non siano tributarie di concezioni sorpassate e, forse, anche di una psicosi tipica di persone votate al celibato, che sono, “senza volerlo, sotto la cappa di una concezione manichea dell’uomo per cui l’opera della carne, in sé corrotta, non è tollerata se non in vista del bambino”.
Ottobre 1964 – Continua il dibattito in aula con l’intervento dei cardinali Alfredo Ottaviani, Prefetto del Sant’Uffizio, e Michael Browne, che afferma: “Affinché l’atto coniugale sia lecito secondo la natura, basta il bene della fedeltà nel rendere il debitum. Ma ciò suppone, per sua stessa natura, che l’atto coniugale sia compiuto nel modo voluto dalla natura”. Da parte sua, il cardinale Ottaviani, reagendo duramente alle argomentazioni del cardinale Suenens sul matrimonio, dichiara: “Io deploro che il testo affermi che le coppie sposate possano fissare il numero dei figli che avranno. Mai la Chiesa ha affermato una cosa simile!” E dicendosi stupefatto che il cardinale Suenens possa mettere in dubbio la giustezza della posizione tenuta dalla Chiesa sul matrimonio, Ottaviani continua: “Questo significa che si mette in dubbio l’inerranza della Chiesa?”.
7 novembre 1964 – Dopo essere stato “convocato” dal papa, il cardinale Suenens, prendendo la parola nell’aula conciliare, nega di aver messo in dubbio l’insegnamento autentico della Chiesa sul matrimonio.
21 novembre 1964 – Alla chiusura della terza sessione conciliare i progressisti sono molto scontenti per le ultime decisioni del Papa e le cronache riportano che quando questi risale la navata dell’aula conciliare sulla sua sedia gestatoria, molti vescovi restano impassibili e si rifiutano di applaudirlo. Si legge nelle cronache che alla benedizione del papa si segna solo un vescovo su dieci. La spaccatura tra progressisti, raccolti nella cosiddetta Alleanza Europea, e conservatori, raccolti nel cosiddetto Coetus Internationalis, è profonda.
31 gennaio-6 febbraio 1965 – Si riunisce, ad Ariccia, la sottocommissione centrale, allargata anche ad altre persone. Tra essi esperti e teologi come Ermenegildo Lio, notoriamente espressione del S. Offizio e del card. Ottaviani, John Ford, Ferdinando Lambruschini, Bernard Häring, Edward Schillebeeckx e secondo le notizie si ha una presenza nuova, Karol Woityla. La sottocommissione, partendo dallo schema discusso nell’aula conciliare, redige un quarto schema “De dignitate matrimonii et familiae fovenda”.
25-28 Marzo 1965 – La commissione pontificia, ormai salita a 58 componenti, riunitasi per la quarta seduta presso il Pontificio Collegio Spagnolo, si pronuncia a maggioranza a favore della liceità della pillola, ritenendo che il concetto di natura non sia statico ma dinamico. La maggioranza con Josef Fuchs, Tullo Goffi e Ferdinando Lambruschini sostiene che i pronunciamenti di Pio XI e di Pio XII, vista anche la loro differenza relativa ai metodi detti naturali, prima del 1951 del tutto esclusi, NON SONO VINCOLANTI.
11 maggio 1965 – Ascoltata la relazione del cardinale Suenens e dopo ampia discussione, la commissione conciliare dà parere favorevole a che il quarto schema col titolo qualificativo di “Costituzione pastorale” venga trasmesso all’aula conciliare.
28 maggio 1965 – Il quarto schema, ottenuta l’autorizzazione del Papa, viene inviato per la discussione nell’aula conciliare.
11 agosto 1965 – Il cardinale Segretario di Stato, Amleto Giovanni Cicognani, essendo corse voci che parlano di riunioni di gruppi diversi e contrastanti, cosa in qualche modo realizzata proprio con la divisione all’interno della stessa commissione e del risultato a maggioranza a favore della contraccezione, comunica che Paolo VI disapprova che possa esistere un “gruppo particolare in seno al concilio”, benché l’articolo LXXVII § 3 del regolamento interno del Concilio affermi che “è fortemente auspicabile che i Padri conciliari designino uno di loro per prendere la parola a nome di tutti” quelli che intendono sostenere degli argomenti simili e per questo si raggruppano.
Settembre 1965 – La commissione pontificia invia al papa la propria relazione di maggioranza del marzo precedente, favorevole all’uso della pillola.
29 settembre 1965 – Discussione nell’aula conciliare del quarto schema. I conservatori partono all’attacco. Interviene il cardinale Ernesto Ruffini, il quale ribadisce con forza che consentire l’uso della pillola anticoncezionale aprirebbe la strada a molte “intemperanze della libidine”, per cui bisogna che nello schema risulti molto chiaramente che chi ne fa uso agisce sempre contro natura e commette un atto turpe ed intrinsecamente disonesto. Sulla stessa linea si pone l’arcivescovo di Bari, Enrico Nicodemo, il quale si rammarica che “il testo tace completamente degli antifecondativi, il cui uso è indubbiamente illecito”. Intervengono, allora, i cardinali John Carmel Heenan e Agnelo Rossi, i quali, giustificando i motivi di tale silenzio col fatto che il papa ha avocato a sé l’intera questione, in attesa del responso della relativa commissione pontificia, sottolineano che sarebbe meglio omettere del tutto la trattazione del matrimonio, anziché parlarne senza toccare il problema più scottante. Per i progressisti intervengono i cardinali Léger e Suenens: il primo fa osservare che il matrimonio come istituzione finalizzata alla procreazione esprime il significato che il matrimonio ha per la specie, ma non quello che ha per la persona; il secondo propone che il Concilio dichiari espressamente che i lavori scientifici riguardanti la sessualità debbono proseguire, perché gli studi fatti finora sono insufficienti, mentre i pochi studiosi cattolici di questa materia si lamentano di non essere sufficientemente sostenuti dalla Chiesa.
11 ottobre 1965 – La sottocommissione conciliare comincia il lavoro di revisione e di stesura di un quinto schema, insieme con quattro esponenti della relativa commissione pontificia, cioè Jan Visser, Joseph Fuchs, Marcelino Zalba e John Ford.
4 novembre 1965 – Il cardinale Ottaviani invia una lettera al papa, nella quale espone le osservazioni critiche dei teologi di sua fiducia Ermenegildo Lio e Charles Gagnebet nei confronti della relazione prodotta dalla Commissione pontificia.
12 novembre 1965 – Viene inviato, per la discussione nell’aula conciliare, il quinto schema che tra l’altro, reca questa aggiunta: “i figli della Chiesa, nel regolare la procreazione non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero”.
16 novembre 1965 – Votazione del quinto schema nell’aula conciliare: lo approvano 1596; sono contrari 72; chiedono correzioni e integrazioni 484, per cui la sottocommissione è costretta a rimettersi al lavoro.
Novembre 1965 – La sottocommissione conciliare si è espressa in maggioranza a favore della pillola, e proprio per questo al cardinale Alfredo Ottaviani, presidente della commissione de doctrina et morum, giunge una lettera da parte del cardinale Segretario di Stato, Amleto Giovanni Cicognani, il quale afferma che il papa desidera fortemente che lo stesso Ottaviani avverta la sottocommissione conciliare che essa deve necessariamente apportare al testo del quinto schema alcune correzioni e integrazioni. La prima ed essenziale correzione è che bisogna riaffermare la dottrina contenuta nell’enciclica Casti Connubii di Pio XI e nel Discorso di Pio XII alle Ostetriche come tuttora valida contro l’opinione che si diffonde da parte di certuni i quali sostengono che quella dottrina sia ormai superata e debba quindi essere messa da parte; in secondo luogo, bisogna condannare chiaramente i metodi anticoncezionali, perché le reticenze, i dubbi e le insinuazioni sulla necessità di ammettere tali metodi sono gravemente pericolosi. E in un foglio a parte vengono indicate in esteso le correzioni e integrazioni da farsi.
Ovviamente la lettera del cardinale Cicognani viene comunicata alla Commissione conciliare e vi scatena una fortissima tempesta, perché la maggioranza, favorevole al testo approvato nell’aula conciliare, vedendo nel gesto del papa una manovra della minoranza conservatrice per imporre d’autorità la propria linea si rammarica che il Concilio sia chiamato a ratificare, all’ultimo momento, delle decisioni che non ha la possibilità di discutere, in quanto mancano pochi giorni alla chiusura definitiva del Concilio. In particolare, il cardinale Léger critica soprattutto il modo autoritario e quasi dogmatizzante di riaffermare la dottrina della Casti Connubii in una costituzione che è e vuole essere pastorale.
Novembre 1965 – Subito dopo arriva alla commissione, da parte del cardinale Segretario di Stato, Amleto Giovanni Cicognani, una seconda lettera, nella quale da una parte si precisa che le correzioni e le integrazioni contenute nella lettera precedente devono essere considerate “come consigli del Sommo Pontefice”, i quali, peraltro, “per quanto riguarda la forma, non hanno niente di definitivo, per cui non devono essere necessariamente presi alla lettera”. Dall’altra, però, si aggiunge: “La Commissione quindi può proporre anche altre enunciazioni, che tuttavia tengano conto degli stessi consigli e soddisfino i desideri di Sua Santità. Queste nuove enunciazioni saranno ponderate dal Santo Padre, e si potranno certamente approvare, se allo Stesso saranno sembrate conformi al Suo pensiero”.
La commissione si rimette, quindi, al lavoro su tutte le correzioni proposte, aggiungendo una nota, che, dopo aver citato l’enciclica Casti Connubii di Pio XI, il Discorso di Pio XII alle Ostetriche e l’Allocuzione di Paolo VI del 23 giugno 1964 ai cardinali, così conclude: “Alcune questioni che hanno bisogno di ulteriori e più diligenti ricerche, per ordine del Sommo Pontefice sono state trasmesse alla Commissione per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità, affinché, dopo che questa avrà adempiuto al suo compito, il Sommo Pontefice esprima il suo giudizio. Data l’attuale fase in cui si trova la dottrina del Magistero, il Concilio non intende ora proporre soluzioni concrete”.
29 novembre 1965 – Papa Montini approva le correzioni e le integrazioni apportate al testo dalla commissione conciliare.
3 dicembre 1965 – Il testo definitivo viene stampato e distribuito per la votazione nell’aula conciliare. Voto finale nell’aula conciliare sull’intero capitolo De dignitate matrimonii et familiae fovenda: 2.047 favorevoli, 155 contrari.
Marzo 1966 – Paolo VI, liberatosi ormai del Concilio e riacquistati i pieni poteri, amplia la commissione pontificia a 72 componenti tra teologi, medici, sociologi, giuristi e coppie di coniugi, oltre a 7 cardinali e 9 vescovi, assistiti da 10 teologi. A presiederla è nominato ancora il cardinale Alfredo Ottaviani; vicepresidenti sono i cardinali Julius August Döpfner e John Carmel Heenan.
19-29 aprile 1966 – Prima seduta della commissione pontificia, presieduta da John Francis Dearden. Sono presenti: Reuss, Anciaux, Abbo, Auer, Ford, Fuchs, Goffi, Görres, Häring, Labourdette, Lambruschini, de Lestapis, de Locht, van Melsen, Perico, Sigmond, Visser, Zalba, Hellegers, Barrett, Egenter, Semmelroth, Valsecchi.
2-7 maggio 1966 – Seconda seduta della commissione pontificia, presieduta dal cardinale Suenens. Sono presenti: Reuss, Anciaux, Abbo, Ford, Fuchs, Goffi, Labourdette, Lambruschini, de Lestapis, van Melsen, Perico, Visser, Zalba, Delhaye, Férin, Gaudefroy, Hellegers, Marshall, van Rossum, Thibaut.
4-7 maggio 1966 – Terza seduta della commissione pontificia, presieduta da Thomas Morris. Sono presenti: de Locht, Calvez, Vito, Mertens de Wilmars, Mattelart, Carlo Colombo, Burch, Barrett, Razafimbahiny, Sigmond, Lebret, Margéot.
9-14 maggio 1966 – Quarta seduta della commissione pontificia, presieduta da Claude Dupuy. Sono presenti: Barrett, Bertolus, Cavanagh, Crowley, Kulanday, Lopez-Ibor, Margeot, Marshall, Moins, Moriguchi, Potvin, Rabary, Rendu, Hellegers, Reuss, Anciaux, Abbo, Auer, Ford, Fuchs, Goffi, Görres, Häring, Labourdette, Lambruschini, de Lestapis, de Locht, van Melsen, Perico, Sigmond, Visser, Zalba.
23-28 maggio 1966 – Quinta seduta della commissione pontificia, presieduta dal cardinale Döpfner. Sono presenti: Reuss, Anciaux, Abbo, Auer, Ford, Fuchs, Goffi, Görres, Labourdette, Lambruschini, de Lestapis, de Locht, van Melsen, Perico, Sigmond, Visser, Zalba, Delehaye, Hellegers, Barrett.
La commissione si spacca: contro la maggioranza favorevole alla pillola la minoranza elabora un proprio documento dal titolo Status quaestionis, al quale la maggioranza risponde col Documentum syntheticum de moralitate regulationis nativitatum.
1-4 giugno 1966 – Sesta seduta della commissione pontificia, presieduta da José Rafael Pulido-Méndez. Sono presenti: Barrett, Feanny, Sigmond, Margeot, Razafimbahiny, Moriguchi, Vito, Conception, Sasaki, Dembelé, Lebret, Diègues, Mattelart, Ryan, Burch, Clark, de Locht, Delehaye, Fuchs, van Melsen, Zalba, Ford, Perico, Hellegers.
5-8 giugno 1966 – Settima seduta della commissione pontificia, presieduta dal cardinale Heenan. Sono presenti: Reuss, Anciaux, Abbo, Auer, Ford, Fuchs, Goffi, Görres, Labourdette, Lambruschini, de Lestapis, de Locht, van Melsen, Perico, Sigmond, Visser, Zalba, Hellegers, Barrett, Egenter, Semmelroth, Valsecchi.
La maggioranza favorevole alla pillola presenta lo Schema documenti de responsabili paternitate, rielaborato poi da Auer, Sigmond, Anciaux, Labourdette, Fuchs e de Locht
20-25 giugno 1966 – Seduta finale della commissione pontificia, presieduta dai cardinali Ottaviani, Heenan e Döpfner. Sono presenti: Gracias, Lefebvre, Suenens, Shehan, Binz, Dearden, Dupuy, Morris, Pulido-Mendez, Zoa, Reuss, Carlo Colombo, Anciaux, Auer, Ford, Fuchs, Labourdette, Lambruschini, de Locht, Sigmond, Visser, Zalba, Hellegers, Bertolus, Barrett, Dembelé, Crowley, Potvin, Rendu, de Riedmatten e Perico, con una maggioranza di favorevoli alla pillola e tre teologi in minoranza contrari. Viene votato lo Schema documenti de responsabili paternitate della maggioranza favorevole all’uso della pillola. 15 favorevoli e 4 contrari; tra i 15 vescovi della commissione 9 favorevoli (Suenens, Döpfner, Lefebvre, Shehan, Dearden, Zoa, Pulido-Méndez, Reuss e Dupuy), 3 contrari (Ottaviani, Gracias e Colombo) e 3 astenuti (Heenan, Morris e Binz).
25 giugno 1966 – Viene approvata a maggioranza la risoluzione a favore della pillola: 71 a favore, 4 contrari.
28 giugno 1966 – La relazione finale della commissione viene consegnata al papa, che ne resta turbato: non se la sente di non dare un segnale della sua volontà e cerca una strategia che possa giustificarlo a non tener conto dei risultati della commissione. Perciò si rivolge sia al cardinale Ottaviani che al proprio teologo di fiducia, Carlo Colombo, sollecitando una loro presa di posizione scritta come pezza d’appoggio.
Luglio 1966 – Il Papa riceve dal cardinale Ottaviani una relazione, firmata da John Ford, Jan Visser, Marcelino Zalba e Stanley de Lestapis, che dichiara assolutamente illeciti i metodi artificiali per regolare le nascite, e ciò alla luce dell’insegnamento tradizionale della Chiesa.
L’8 luglio Paolo VI riceve una ampia lettera in lingua francese dell’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla che apre le prospettive di una ripresa personalista e positiva della posizione della GS, nella continuità dell’insegnamento tradizionale alla luce del dettato conciliare che evidenzia il ruolo dell’amore tra i coniugi nella realtà sacramentale e santificante del Matrimonio cristiano.
Agosto 1966 – Il Papa riceve da Carlo Colombo un’altra relazione chiaramente contraria alla pillola.
29 ottobre 1966 – Paolo VI, in un discorso alla Società Italiana di Ostetricia e Ginecologia, dice che i risultati della Pontificia Commissione sul Controllo delle nascite “mi sembra, non possono essere considerati definitivi, perché hanno gravi implicazioni per quanto riguarda non poche pesanti domande di ordine dottrinale, pastorale e sociale, che non possono essere isolate e messe a parte, ma richiedono una considerazione logica nel contesto delle questioni oggetto di studio”. Perciò istituisce una nuova commissione, sempre detta ‘segreta’ costituita da sette teologi come Carlo Colombo, Ermenegildo Lio, Marcelino Zalba, Jan Visser, Josef Fuchs, Ferdinando Lambruschini e Gustave Martelet. È come un ultimo passo: presieduta dal cardinale Ottaviani la Commissione segreta potrà e dovrà garantirgli un parere contrario alla pillola.
Aprile 1967 – Qualcuno dei componenti della precedente commissione pontificia, favorevole alla pillola, vista la piega che sta prendendo la cosa, si decide a violare il vincolo del segreto e consegna alla stampa la relazione finale, cioè lo Schema documenti de responsabili paternitate, favorevole alla pillola. Si pensa di spingere in questo modo papa Montini a pronunciarsi favorevolmente, come stanno auspicando molti episcopati. Il documento esce contemporaneamente in Francia su “Le Monde”, in Gran Bretagna su “The Tablet” e negli Stati Uniti sul “National Catholic Reporter”. Cfr. J.-M. PAUPERT, Controllo delle nascite e teologia. Il dossier di Roma, Brescia, Queriniana, 1967; A. VALSECCHI, Regolazione delle nascite. Un decennio di riflessioni teologiche, Brescia, Queriniana, 1967; ID., Controversy: the birth control debate, 1958-1968, Washington-Cleveland, Chapman, 1968; C. E. CURRAN – R. E. HUNT, Dissent in and for the Church: Theologians and “Humanae Vitae”, New York, Sheed & Ward, 1969; B. HÄRING, The Encyclical Crisis, in The Catholic Case for Contraception, New York, The Macmillan Company, 1969.
Ancora 1967 e inizio 1968…
Di fronte a fatti così dirompenti e al clamore che li accompagna Paolo VI accresce la sua pressione sulla nuova commissione pontificia. Intanto, per superare quella che appare esitazione di Paolo VI, il cardinale Ottaviani gli presenta come decisivo, a nome del S. Offizio, uno “studio” di molte pagine nella realtà preparato appositamente da Ermenegildo Lio, che vuole dimostrare la totale illiceità della pillola…
Per loro era come un finale previsto da sempre, e ora presentato al Papa che “finalmente” risultava deciso, pur nella coscienza del compito che gli spettava, a dire il “no” desiderato dai difensori della tradizione e della continuità del Magistero cattolico.
NOTA IMPORTANTE
Alla luce della “rivelazione” del collega Marengo sulla bocciatura del testo “De nascendae prolis” da parte dello stesso Paolo VI mi viene da pensare, e la cosa mi pare confermata dal testo pubblicato da Marengo, che proprio esso fosse il frutto del lavoro in extremis del moralista di fiducia di Ottaviani, padre Ermenegildo Lio, che era in assoluto la pura e semplice conferma della “tradizione” non solo ante, ma in qualche modo anche anticonciliare, rispetto alla G.S. Basti pensare allo stesso titolo del documento, “De nascendae prolis”, che immediatamente punta sulla procreazione vista dalla tradizione e ribadito come “fine primario”, ma che prima in Concilio con vivaci contrasti, e poi nella stessa GS non era stata riaffermata, ma che era il punto primo della visione dell’ex S. Offizio e personalmente di Lio, suo rappresentante massimo nelle Commissioni, dall’inizio alla fine. La cosa appare importante perché di recente si è messa in dubbio la presenza di Lio in questa fase finale della elaborazione di un testo che nelle intenzioni di qualcuno avrebbe dovuto essere definitivo. E invece questa presenza importante è confermata proprio nel libro del Prof. Gilfredo Marengo alle pp. 88 e 89 che qui vale la pena di citare in esteso: “Nel gennaio del 1968 si giunse ad un ultimo esame dal quale venne la proposta definitiva. Questo passaggio finale di verifica, due settimane di lavoro (11-25 gennaio) vide all’opera Philippe, Moeller, Masala, Lio, Ciappi, Duroux e Zalba”. Lio c’era, e proprio quel testo preparato con cura fu respinto dallo stesso Paolo VI: troppo conservatore e arretrato anche rispetto alla posizione della GS.
Dunque è esplicitamente citato Lio, ed è un particolare che a prima vista poteva essere messo in dubbio, perché per una singolare casualità alla p. 279, nell’indice dei nomi e delle rispettive citazioni dell’ottimo volume di Marengo, manca proprio il rimando a questa presenza di Lio, che invece nei fatti risulta presente dall’inizio alla fine nella intera preparazione e redazione, in nome della totale fiducia in lui dell’allora Prefetto del S. Offizio, Ottaviani. Di qui qualcuno ha potuto sostenere che in realtà anche l’ultimo e definitivo testo della HV è stato governato dalla regia del S. Offizio rappresentato sempre da Lio, colui che aveva preparato quasi 7 anni prima il primo schema che fu rifiutato dal Concilio e che dette inizio alla ricerca. Questa così alla fine in pratica sarebbe tornata al primo progetto.
Constatazione importante, questa, perché proprio qui potrebbe collocarsi la vera ragione della “bocciatura” da parte dello stesso Paolo VI. Il testo della “Nascendae Prolis” nell’intenzione dei proponenti avrebbe dovuto costituire la definitiva versione dell’Enciclica – come ha rivelato e documentato lo studio di Marengo – ma la sua chiave di lettura teologica e pastorale risultò talmente legata al linguaggio ed alle posizioni del passato da essere rifiutata dallo stesso Papa: in pratica cancellata integralmente…
Così – dunque nelle settimane immediatamente successive alla “bocciatura” da parte di Paolo VI della bozza che nelle intenzioni dei proponenti, a nome e per conto più o meno evidente dell’ex S. Offizio, avrebbe dovuto essere il testo finale – si stende quello che da Marengo è chiamato testo “Martin Poupard”, che corretto e modificato in alcuni punti dallo stesso Paolo VI a luglio sarà presentato come testo definitivo, e pubblicato nella HV.
Febbraio 1968 – In realtà proprio in quei mesi finali ancora qualcosa si muove… E tra l’altro il neocardinale Karol Wojtyla invia a papa Montini uno studio contrario alla pillola redatto in francese e con titolo “I fondamenti della dottrina della Chiesa sui principi della vita coniugale”, in cui in particolare si dimostra che l’uso della pillola porta a svalutare la personalità della donna. Una convinzione autorevole, ancora, e a questo punto appare definitivamente chiaro che il Papa decide di ottenere dall’intero lavoro della Commissione pontificia un parere unanime sull’immoralità della pillola, e quindi si avvia il cammino verso il testo finale.
Marzo-Aprile 1968 – Sono mesi decisivi nei quali, come detto, si stende il testo finale della HV. Dei sette teologi (Carlo Colombo, Ermenegildo Lio, Marcelino Zalba, Jan Visser, Josef Fuchs, Ferdinando Lambruschini e Gustave Martelet) che a questo punto finale compongono la commissione, restano contrari ad una condanna papale della pillola Visser, Fuchs e Lambruschini, e il Papa non è soddisfatto: una maggioranza risicata di 4 a 3 non va bene. Tra l’altro, come documenta Marengo, talora manca il teologo Martelet. Allora, di fronte alla decisa resistenza opposta dal teologo olandese Visser, della Pontificia Università Urbaniana e dal teologo tedesco Josef Fuchs della Pontificia Università Gregoriana, a Paolo VI sembra che l’unico ancora possibilmente convincibile a cambiare parere sia il teologo della Pontificia Università Lateranense Ferdinando Lambruschini, che pure come visto sopra nel maggio 1965 aveva dato parere favorevole ad un cambiamento a favore della tesi maggioritaria. Fu un momento di sofferenza: Lambruschini – caratterialmente amletico e problematico anche apertamente nei colloqui con i suoi studenti, quando come un suo mantra personale ripeteva che “i principi sono immutabili, ma le circostanze sono sempre diverse” – pressato personalmente dal papa e dal cardinale Ottaviani vive settimane di dubbio e di angoscia, che manifesta ripetutamente durante le lezioni anche ai suoi studenti, ma alla fine cede – lo dirà apertamente – anche e soprattutto perché il Papa stesso lo autorizza a dichiarare, a Suo nome, che questa decisione non impegna l’infallibilità del Magistero…
Dunque Lambruschini acconsente, forte anche dell’incarico ricevuto esplicitamente da Paolo VI e sarà lui, il 29 luglio 1968, quattro giorni dopo l’emanazione, a presentare alla stampa di tutto il mondo l’enciclica Humanae Vitae in una sofferta conferenza-stampa in cui a precisa domanda di un giornalista risponde chiaramente che l’enciclica non rientra, comunque, nei pronunciamenti infallibili.
Lui aveva l’assicurazione delle parole del Papa, ma la pubblicazione dell’enciclica suscitò un’enorme eco nella Chiesa e nel mondo, e all’interno della stessa Università del Laterano ci fu chi lo rimproverò della cosa, in particolare padre Ermenegildo Lio, suo collega nella cattedra di morale, che fino alla fine aveva sperato non solo nel “no”, ma anche nella affermazione che esso era definitivo e “de fide”. Anche il rettore magnifico, mons. Antonio Piolanti era di questo parere e l’ostilità verso Lambruschini fu forte. Alla vicenda dunque seguì come immediata replica, e “premio” in sostanza punitivo a nome della curia che resisteva al nuovo, la nomina di Lambruschini ad arcivescovo di Perugia già il 15 ottobre 1968, prima dell’inizio del seguente anno accademico al Laterano, dove era ormai guardato come un avversario. L’8 dicembre, nella Basilica di San Pietro, papa Montini gli impone le mani e lui va in esilio, a Perugia, fino alla morte, nel 1981, a soli 70 anni…
Come nota singolare, a questo punto, ricordo che per tanto tempo, in pratica pare fino a qualche mese orsono non è stato possibile recuperare la registrazione dell’annuncio della H. V. alla stampa, cosa avvenuta invece nei mesi scorsi: un punto di arrivo, o di partenza, ora sicuro per volontà di Paolo VI stesso espressa a suo nome dal prof. Lambruschini: l’HV non esprime una verità definitiva di fede garantita dalla “infallibilitas in docendo”.
Ovviamente da parte di coloro che avevano spinto per il no la soddisfazione era giunta soltanto a metà, proprio per il fatto che Lambruschini a domanda precisa di un giornalista aveva risposto che il Papa non aveva l’intenzione che il suo “No”, convinto e pure tormentato, fosse preso per una definitiva posizione di fede della Chiesa Cattolica.
3. Dopo HV, e l’insegnamento al Laterano e dintorni.
Ovvio a questo punto il tentativo, durato a lungo, di nascondere la dichiarazione di Lambruschini, subito allontanato – sia pure promosso Arcivescovo – dalla cattedra del Laterano, dove era rettore magnifico mons. Antonio Piolanti, noto per le sua posizione di contrasto con le “Novità” del Concilio e del pontificato dello stesso Paolo VI. La cattedra di teologia morale era fino allora doppia, ma ora restava solo il prof. Lio: c’era bisogno di un altro docente. Per quanto riguardava me, nelle precedenti intenzioni dell’Università e mie, avrei dovuto prendere il posto del compianto mons. André Combes, grande maestro di spiritualità e in pratica vero scopritore della dottrina teologica di Santa Teresa di Lisieux grazie al suo lavoro di recupero dei testi originali, che era morto santamente – e in questo caso non è un modo di dire – l’8 dicembre 1969. A quella data però non ero ancora laureato, cosa che avvenne nella primavera del 1970 con la tesi, fino allora appunto preparata con la guida di Combes, sulla storia della “dottrina” spirituale di Teresa di Lisieux alla luce dei veri testi recuperati, e nel frattempo per l’anno accademico 1969-1970 Combes al Laterano era stato provvisoriamente sostituito da Padre Benedetto Calati, abate generale dei Camaldolesi, grande uomo di santità e di dottrina, ricco di esperienza e di vita intensamente donata al Signore e al prossimo. Quando a fine giugno 1970 mi fu chiesto da mons. Pietro Pavan, nuovo rettore voluto da Paolo VI stesso, se volevo insegnare spiritualità e riprendere il posto lasciato da Combes, come era stato promesso dalla precedente gestione, mi sono ben guardato dall’accettare. Su quella cattedra andava benissimo, e senza alcun confronto la sapienza, la dottrina, la cultura e l’umanità squisita di Padre Calati, che fu confermato come successore di Combes per la storia della spiritualità. A me, allora, a settembre 1970 fu chiesto dal nuovo rettore, mons. Pietro Pavan, di succedere a Lambruschini, spostando la mia destinazione dalla teologia spirituale alla teologia morale, e accolsi la proposta.
Dunque, dopo la promozione di Lambruschini a Perugia, dal settembre 1970 mi sono trovato come a sorpresa a insegnare teologia morale al Laterano fino all’anno 1974. Nei fatti una convivenza difficile: p. Lio immediatamente volle che fosse chiaro che della morale sessuale e matrimoniale non dovevo neppure parlare, e volle che i miei corsi fossero esplicitamente ed esclusivamente sul “De virtutibus”, cominciando dalle virtù teologali. Ogni accenno a temi che toccavano la morale matrimoniale, sia orale che scritto, mi veniva duramente rimproverato, anche apertamente, e lui affermava apertamente che il mio ruolo vero era e restava quello di suo “assistente” alla cattedra “unica” di morale… E soprattutto doveva essere chiaro che con lui in ogni occasione data avrei dovuto sempre affermare che la norma della HV era da ritenersi de fide e irriformabile… Per questo, anche per questo, la vicinanza fu molto difficile, anche e soprattutto perché non avevo mai accettato di condividere la sua affermazione. Rimproveri, anche minacce di espulsione si seguirono fino al 1974, quando Pavan, poi creato cardinale da Giovanni Paolo II, fu sostituito da mons. Franco Biffi, e approfittando della scomparsa improvvisa dell’allora Decano di teologia, mons. Vladimir Boublik, grande esperto di antropologia teologica, per iniziativa del nuovo decano Brunero Gherardini, della vecchia “scuola romana” di teologia ostile al Concilio e in fondo allo stesso Paolo VI, fui allontanato dall’incarico approfittando anche della vicenda travagliata del referendum sulla legge Fortuna sul divorzio.
Continuai tuttavia per altri 3 anni ad insegnare nell’Istituto Pastorale, sempre al Laterano con corsi sulla spiritualità di Teresa di Lisieux, e teologia morale alla Facoltà teologica Marianum e all’Ecclesia Mater, per Suore e laici, fino al 1977, dopo la pubblicazione (“Queriniana”, “La dichiarazione sull’etica sessuale”, 1976) ove all’interno di un saggio di 60 pagine avevo dimostrato con testi a confronto per ben 6 pagine che il Documento “Persona Humana” su tutti i problemi della sessualità, approvato da Paolo VI, ma firmato dal Prefetto della Dottrina della Fede e successore di Ottaviani F. Seper, non era come dichiarato frutto di un lavoro di ricerca internazionale di 8 anni, ma aveva al centro un lungo testo copiato direttamente da un vecchio libro dell’allora cardinale Pietro Palazzini e da lui stesso introdotto nel documento ad insaputa di tutti. Scandalo del plagio del S. Offizio! Paolo VI dispiaciuto… Nonostante la prova del plagio fosse evidente, pagina dopo pagina da 76 a 81 a fronte, per me arrivò l’espulsione… Finì così la mia “carriera” accademica teologica… Le vicende della vita talora si capiscono solo a distanza… E qualcuna non si capisce mai. Ma “tutto è grazia!”…
4 Cronaca di oggi (7 marzo 2018)
“RIVELATA” A SORPRESA UNA LETTERA DETTA “INEDITA” E SCRITTA DA KAROL WOJTYLA A PAOLO VI, PRESENTATA AL LATERANO IN POLEMICA APERTA CON LA NUOVA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA E CON IL NUOVO PONTIFICIO ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II PER GLI STUDI SU MATRIMONIO E FAMIGLIA. IN REALTA’ LA CHIAVE DI QUELLA PRESENTAZIONE, CUI CHI SCRIVE ERA PRESENTE, FU SOPRATTUTTO ANTIFRANCESCO E ANTI “AMORIS LAETITIA”
Al centro dell’evento era la presentazione, preannunciata clamorosamente da circoli noti nostalgici di una Chiesa vista nel congelamento di un passato storico, istituzionale, dottrinale e anche teologico, di un volume delle Edizioni Cantagalli (Siena) al cui interno trova spazio una lettera che il futuro Giovanni Paolo II avrebbe inviato a Paolo VI per chiedergli di dare maggiore forza obbligante al no alla contraccezione e ad una tendenza già presente in germe nella visione della GS che dava spazio, in ultima analisi, alla coscienza degli sposi e alla loro vita cristiana nel suo concreto dipanarsi ogni giorno…
Sono convinto, dopo aver ascoltato la presentazione polemica del volume, e averlo letto con attenzione, che si è trattato di una operazione fondamentalmente equivoca, se non addirittura falsificata volontariamente. Per dirla in breve il volume conterrebbe la presentazione inedita di un testo indicato come “lettera” di Karol Wojtyla a Paolo VI ove tra altre riflessioni l’allora arcivescovo di Cracovia rivolgerebbe al Papa la richiesta di approfondire e “rafforzare” la norma della H.V. anche ricordando la dottrina sulla infallibilità del Magistero papale. L’originale non si troverebbe più, ma il testo presentato è in lingua polacca, e già questo fa pensare. Il futuro Giovanni Paolo II aveva effettivamente scritto una lettera a Paolo VI, come si legge anche nella cronologia vista sopra, ma sapeva bene che il Papa non conosceva il polacco, e perciò gli aveva scritto in francese… Ora in polacco, e senza avere l’originale!?
Non solo, ma aprendo il volume rivelatore, prodotto da una coppia di teologi del cosiddetto “Laboratorio krakoviense” e presentato con grande solennità – “Karol Wojtyla e l’Humanae Vitae”, Ediz. Cantagalli, pp. 560 – col testo della “lettera” alle pp. 517-539 subito nella prima riga, a p. 517, ti imbatti in un errore marchiano di data: infatti la HV è indicata come dell’anno “1969”!
Il futuro Papa inizia con una data sbagliata! Non basta, perché all’interno lo stesso Wojtyla scriverebbe di un testo presentato prima della pubblicazione della HV “nel febbraio 1969” (sic!)…Quindi “dopo”! È invece noto, e si legge anche qui sopra, nella cronologia, che quel testo in francese era stato inviato nel febbraio 1968!
Tra l’altro appare incredibile che un uomo schietto e avvertito come Karol Wojtyla, pur scrivendo al Papa, affermi alla lettera (p. 517) che “La dottrina morale dell’enciclica Humanae Vitae è stata accolta dopo la sua pubblicazione, dall’insieme dei fedeli cristiani e soprattutto dall’episcopato cattolico con grande convinzione e profonda riconoscenza”. Si sa, e lo disse anche Paolo VI nella prima udienza dopo la pubblicazione, che l’eco di critiche, anche da parte di quasi 50 Conferenze episcopali cattoliche, fu grande e doloroso per lo stesso Paolo VI. Non per nulla la H. V. fu l’ultima Enciclica del suo servizio petrino, durato ancora per 10 anni.
Non basta: nel seguito presentato come testo autentico scritto dal cardinale al Papa stesso l’Autore ricorda testi di Paolo VI stesso, ma non li indica come scritti “da Vostra Santità”, ma “da Sua Santità Paolo VI”, come stesse scrivendo ad un altro… E ancora, tra le note al testo ci sono riferimenti anche a pubblicazioni del 1970! Come credere, dunque, che quel testo sia datato un paio di anni prima di quanto risulta dai numeri? Una sequela di cose del tutto incomprensibili, se la Lettera fosse realmente stata tale, con autore e destinatario indicati come tali…
Eppure questo non è ancora il centro della vicenda. Il testo, infatti, dichiarato inedito e introvabile nel suo originale in polacco, e con tali contraddizioni, è evidentemente presentato come una specie di forte e ripetuta raccomandazione, a Paolo VI, perché rafforzi il carattere obbligante della norma della HV, anche ricorrendo ad affermazioni includenti la nota della definitiva dichiarazione di fede, e quindi della infallibilità della norma stessa… Paolo VI non aveva voluto farlo, e questo nella mente di coloro che propongono oggi la Lettera appare come una realtà da ammettere obtorto collo, ma da superare anche con una dichiarazione più forte, invocata a più riprese come definitiva, infallibile e irrevocabile…Tra l’altro – e questo per tornare all’argomento centrale sviluppato sopra sul carattere della norma specifica della HV- ricorderò che p. Ermenegildo Lio nel 1970 pubblicò uno scritto ampio e a modo suo decisivo su “Ecclesia Mater”, n. 1 (35 fittissime e grandi pagine) in cui afferma la definiva irreformabilità e infallibilità della norma espressa dal testo della HV, che non lascerebbe alcuno spazio a diverse interpretazioni, neppure fatte da un altro Papa. Era stato il centro di tutto lo sforzo di Lio e dei teologi del S. Offizio guidato da Ottaviani durante la lunga preparazione dell’Enciclica…
Ma a questo punto conclusivo resta significativo che Paolo VI, posto anche il fatto che questa “Lettera” del suo grande Successore sia autentica e che egli l’abbia letta facendola tradurre, non ha dato corso alla richiesta giuntagli da Cracovia e firmata da Karol Wojtyla. La sua vita ha avuto ancora 10 anni di tempo per pensare di esaudire la richiesta del futuro Giovanni Paolo II, ma non lo ha fatto!
Questo è evidente, ma non è ancora tutto. Guardando la realtà degli anni successivi, infatti, risulta che Karol Wojtyla, pur avendo come Successore di Pietro ben 27 anni di tempo per soddisfare la sua stessa richiesta del 1969, non lo ha fatto, e quindi il problema resta, rendendo chiaramente evidente, come ha dichiarato Papa Francesco nella sua prima intervista a p. Antonio Spadaro, direttore di “Civiltà Cattolica”, che “tutto dipende da come si interpreta l’Humanae Vitae”: un riconoscimento del fatto che “in ultima analisi”, come dice la Gaudium et Spes, la risposta sul tema spetta alla vita e alla libertà degli sposi, nella luce del Vangelo e della chiamata alla salvezza e alla santità per tutti… Con buona pace, per concludere qui, di coloro che anche di recente hanno scritto che la vera urgenza di oggi è leggere la “Gaudium et Spes” e la “Amoris Laetitia” alla luce non del Vangelo e del Concilio, ma della “Casti Connubii” di Pio XI (1931)! Ecco il problema, oggi: in speranza aperto e vivacemente attuale. Basta ricordare l’accoglienza e la non accoglienza nei confronti della vita, della fede, degli esempi e della scelte, delle parole, della condotta e delle iniziative di Papa Francesco, oggi, con le polemiche furibonde di notissimi “esperti del passato in nome del passato” – il contrario di ogni profezia autentica – e nemici di ogni cammino che apra la strada alla Chiesa in uscita, una Chiesa la cui legge fondamentale è l’annuncio dell’amore salvifico di Dio in Gesù di Nazaret e l’accoglienza e la misericordia, una Chiesa che oggi sia nel mondo, ma non del mondo la sintesi vivente, almeno in spe, del Vangelo e del Concilio insieme.
QUALCHE OSSERVAZIONE TRA DOTTRINA E PASTORALE
Quando si afferma, anche e soprattutto in chiave nostalgica, che nella dottrina della Chiesa cattolica ci sono verità immutabili e assolutamente valide da sempre e per sempre si dice una cosa certamente vera, ma spesso si abusa di essa per negare evidenze che mostrano come in determinati contesti e su determinati punti i cambiamenti, anche importanti, ci sono stati…
Non mi riferisco, qui, a temi come l’ammissibilità della pena di morte, oggetto di recentissimo cambiamento nel Catechismo con l’autorità del Papa, ma anche a quello della libertà di coscienza, definita “deliramentum” da papa Gregorio XVI a metà del XIX secolo, e in Concilio fatta oggetto di approvazione, ma in particolare anche a temi sui quali c’era la massima affermazione di immutabilità addirittura di “verità di fede definita”, con tanto di richiamo a testi di Concili e annesso “anatema” dichiarato…
Un esempio recente, in particolare, vale la pena di citarlo. Nella sua Enciclica “Sacra Virginitas” (1954) Pio XII al n. 21 scrive che “secondo l’insegnamento della Chiesa la santa verginità supera in eccellenza il matrimonio…”. E non basta: al n. 28 dichiara che “La dottrina che stabilisce l’eccellenza e superiorità della verginità e del celibato sul matrimonio, come già dicemmo, annunciata dal Divin Redentore e dall’Apostolo delle genti, fu solennemente definita dogma di fede nel Concilio di Trento (Sess. XXIV can. 10) e sempre concordemente insegnata dai Santi Padri e dai Dottori della Chiesa”,
Difficile pensare un’affermazione più categorica: “definita dogma di fede”!
Ebbene: su questo punto Giovanni Paolo II, nella sua catechesi sull’amore umano, trattata a lungo in diverse udienze del mercoledì, il 14 aprile 1982 affermò qualcosa di molto diverso. Ecco: “Nelle parole di Cristo sulla continenza ‘per il Regno dei cieli’ non c’è alcun cenno circa la ‘inferiorità’ del matrimonio riguardo al ‘corpo’, ossia riguardo all’essenza del matrimonio, consistente nel fatto che l’uomo e la donna in esso si uniscono così da divenire una ‘sola carne’ (cfr. Gn 2,24). Le parole di Cristo riportate in Matteo 19,11-12 (come anche le parole di Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 7) non forniscono motivo per sostenere né l’«inferiorità» del matrimonio, né la «superiorità» della verginità o del celibato, in quanto questi per la loro natura consistono nell’astenersi dalla «unione» coniugale «nel corpo».
Difficile, mi pare, negare che talora si è pensato irriformabile e definitivamente patrimonio della fede cattolica anche di affermazioni e norme che in realtà non lo erano… Un tema aperto anche per l’HV, che rende ragione all’affermazione autorevole – credo – che “tutto dipende da come si interpreta l’HV”…
Con un ultimo punto interrogativo che vale la pena aggiungere. Non pare del tutto infondato che una coppia cristiana, sentendosi dire che ricorrendo alla contraccezione si trova in stato di peccato mortale, quando capita che la contraccezione non è efficace si trova di fronte al dramma della scelta abortiva… Peccato mortale prima, e peccato mortale poi… potrebbe anche essere come una spinta a qualcosa che è proprio… mortale, l’aborto procurato… Vale la pena che i pastori pensino ai drammi delle “pecore” anche in questa prospettiva…
E come conclusione personale e semplice, a me paiono profetiche tante cose, ma in materia di matrimonio, sessualità e dintorni penso che la GS, quando “in ultima analisi” richiama alla scelta di coscienza degli sposi, segni un punto decisivo per andare avanti nella fiducia, e per concludere mi tornano alla mente parole pronunciate dal grande Patriarca Atenagora, l’uomo e il pastore dell’abbraccio con Paolo VI e del ritiro delle scomuniche del 1054, che ha avviato anche il cammino ecumenico verso l’“Ut unum sint”, proseguito in questi quasi 60 anni di storia: esemplare, a questo punto, mi è sempre apparsa da mezzo secolo convincente e positiva la breve parola del carissimo Patriarca Atenagora, colui che alla fine del Concilio con Paolo VI suggellò la remissione delle reciproche scomuniche, e che parlando della morale famigliare e rivolto agli sposi affermava così: “Io sacerdote celebro il vostro matrimonio all’altare del Signore, e vi accompagno verso la vostra vita intera, ma giunto alla soglia del vostro talamo nuziale mi fermo. Lì, infatti, i veri sacerdoti siete Voi!”
In sostanza si tratta di una questione di vita coniugale e famigliare a proposito della quale tener conto dello stile di esistenza intera e profonda, e di circostanze che indicano le possibili applicazioni. Ecco il ritornello di Lambruschini sui principi che non cambiano, mentre cambiano sempre le circostanze. Tornare, dunque, al testo e allo spirito della Gaudium et Spes, con la disposizione a rinunciare ad avere sempre l’ultima parola sulla concretezza di ogni scelta altrui, e dare spazio e fiducia alla libertà della coscienza, ripeto informata e formata, dei coniugi. Rinunciare, da parte ecclesiastica come tale, alla determinazione autocratica del bene e del male quando gli argomenti in tema non sono fondati sulla Parola di Dio e sulla autentica Tradizione accolta dallo spirito del Popolo di Dio, mi pare la soluzione migliore, con la fiducia che lo Spirito Santo parla anche con la condotta concreta dello stesso Popolo, la Chiesa intera nella sua vita animata dallo stesso Spirito…

Vatican Insider 14.08.2018

No Comments

    Leave a Comment