Camaldoli 2018. Luigi Accattoli: un bilancio di cinque anni di pontificato


Stefano Ceccanti | landino.it

L’anno V di Francesco

Primo bilancio di un pontificato di rinnovamento 

 

Incontri del Landino – Monastero di Camaldoli – sabato 21 luglio 2018

 

Che propone Francesco e a che punto è il pontificato?

Propone un ritorno radicale al Vangelo e un rilancio altrettanto radicale della missione evangelizzatrice. Il papa gesuita non solo vorrebbe “Abbattere i bastioni” [titolo di un libretto del teologo gesuita Hans Urs Von Balthasar del 1953] ma propone di smontare l’accampamento e di partire tutti per la missione.

Forse il pontificato è a metà dell’opera: la prima scossa per quella che Francesco chiama “riforma della Chiesa in uscita missionaria” l’ha data con il proporla in parole e gesti; e ora siamo nel vivo del secondo tempo, che è quello – più lento – dell’avvio della riforma. A dicembre ha compiuto 81 anni e a marzo ha completato il quinto anno da papa: se avrà a disposizione altri cinque anni, forse riuscirà a completare quell’avvio che poi altri porteranno a compimento.

Provo a dare ragione di questo bilancio provvisorio con uno sguardo a volo d’uccello ai suoi cinque anni e alle critiche che riceve, più fitte rispetto a quelle rivolte agli altri papi dell’ultimo secolo. C’è una logica in questo primato: le novità che propone sono più audaci e dunque l’opposizione è più viva. Quelle novità configurano un ridimensionamento della componente istituzionale, addirittura un “rovesciamento” della piramide ecclesiastica, ed ecco che le critiche più motivate le riceve dal clero.

Indico tre provenienze specifiche del conflitto: dalle riforme che Francesco propone, dalla figura papale inedita che impersona, dalla parresia persino polemica con cui propone i suoi convincimenti e reagisce alle opposizioni.

Novità delle novità è il programma di “riforma della Chiesa in uscita missionaria” affermato nella “Gioia del Vangelo” (n. 17). Un programma che comporta scavalchi di priorità: del Vangelo sul Dogma, della pastorale sul dottrinale, del primo annuncio sui principi non negoziabili, dell’impegno diretto nel servizio all’uomo rispetto alla pedagogia della mediazione. Per dirla in breve: con lui il primo compito del magistero non è di custodire la dottrina ma il Vangelo. L’esortazione “Gaudete et exsultate”, appena pubblicata, al paragrafo 173 richiama come criterio dei criteri “l’obbedienza al Vangelo ma anche al Magistero che lo custodisce”.

Non c’è la proposta di un cristianesimo fluido, senza più certezze, come accusano gli oppositori: Bergoglio sul Credo e sull’impianto dell’azione pastorale è con la tradizione. Ne fa fede l’insistenza sul peccato, sulla confessione, su Satana; il continuo affidamento a Maria, il richiamo all’efficacia dei sacramenti. Anche il dovere cogente della carità verso ogni “carne di Cristo” era già nei canoni. Ma è vero che nella sua predicazione e nel suo governo il primo posto non spetta più all’ortodossia ma all’impegno di promuovere una fattiva risposta al comando evangelico dell’amore di Dio e del prossimo: “Non preoccupiamoci solo di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino” (“La gioia del Vangelo” 194).

Meno rilevante rispetto alla “riforma” dell’uscita missionaria – che Francesco chiama “riforma paradigmatica” – sono le riforme istituzionali: della Curia, delle finanze, della comunicazione, delle procedure per il riconoscimento delle nullità matrimoniali, della composizione del Collegio dei cardinali, dei criteri per la nomina dei vescovi, di quelli per il riconoscimento della santità.

Il programma delle riforme è vasto, il loro procedere è lento e talvolta confuso, il risultato al momento è incerto. Bergoglio è grande nella riforma missionaria, è modesto in quella delle strutture. Accenno alle due riforme meglio delineate, una giuridica, del processo matrimoniale; e un’altra di fatto, della composizione del Collegio cardinalizio.

La riforma delle nullità matrimoniali è di portata storica: sblocca l’irrigidimento canonistico degli ultimi 250 anni, riporta il vescovo al ruolo suo nativo di “giudice unico” della materia.

Quanto alle nomine di cardinali, continuando così per altri cinque anni – se li avrà – Francesco lascerà un Collegio con equilibri modificati: meno curiali, meno italiani, meno europei. Un collegio a dominante missionaria e del Sud del mondo, in grado forse di favorire una successione pontificale in continuità con la Chiesa in uscita.

Torniamo alla novità grande della riforma missionaria. Personalmente credo d’aver avvertito la vertigine del nuovo all’annuncio del nome Francesco, prima di vederlo alla loggia. Quel nome voleva dire l’uscita simbolica dalla serie bimillenaria dei vescovi di Roma: nessun papa venuto dopo il Mille aveva mai preso un nome che non ci fosse già stato in precedenza. Con Francesco davvero cambia il millennio.

Egli esce da coordinate millenarie e ci mette a rischio, a molti rischi, persino a quello di una drammatica divisione. Fa bene a farlo. Era necessaria quest’uscita da un modello plurisecolare di ministero papale, ma essa non è indolore ed è senza rete.

Dopo la novità missionaria a provocare disagio è la figura papale inedita e spiazzante proposta da Francesco. In particolare suscita reazioni il prevalere, nella nuova figura, dell’elemento soggettivo su quello istituzionale e di quello del movimento su quello stabilizzante: un papa che non è posto lì come roccia che tiene il campo, ma come pastore che spinge a nuovi pascoli.

A mio parere il punto sensibile di questo ribaltamento dei protocolli è quello politico e sociale. E qui torna la vertigine per il nome Francesco che ho già evocato. Quello che per Francesco d’Assisi era lo “sposalizio con Madonna Povertà”, per papa Francesco è la scelta di campo a favore dei poveri, nonché la preferenza per i più poveri tra i poveri che per lui sono i migranti come per Francesco d’Assisi erano i lebbrosi.

Il Vangelo alla lettera – “sine glossa” diceva San Francesco e “sine glossa” ripete Bergoglio – fa scandalo: era scandaloso il “dimorare presso i lebbrosi” da parte del figlio di Bernardone, e tutti temevano il contagio che avrebbe potuto venirne alla città; è scandalosa oggi la premura di questo papa per i migranti, e tanti l’accusano di moltiplicarne l’arrivo.

Non è solo l’insistenza sulla “Chiesa povera e per i poveri” a fare scandalo, ma soprattutto la scommessa evangelica sui poveri tradotta in un impegno diretto della Chiesa nella “soluzione” del loro problema. Un impegno che il cardinale Martini – cioè un gesuita europeo per tanti aspetti somigliante al gesuita latino americano che è Bergoglio – non avrebbe osato dire e neanche pensare: uomo della mediazione culturale, arrivava alle “Scuole di formazione all’impegno sociale e politico”, certamente; ma sarebbe restato diffidente verso i Movimenti popolari nei quali Bergoglio nuota come un pesce di quell’acqua.

Questo papa nuovo – infine – coltiva un “pensiero incompleto”, come ama dire: cioè in sviluppo. Un vescovo di Roma in ricerca, che non definisce, non chiude, non sentenzia è così diverso dai papi conosciuti fino all’altro ieri da restare confusi a figurarselo. Eppure ci avvediamo ogni giorno che Francesco è così, sa di essere così, ama essere così. Avrebbe caro che tutti i cristiani fossero in perpetua ricerca. Preoccupati di esplorare piuttosto che di non sbagliare.

L’Italia infine: il rapporto di Francesco con il nostro paese è problematico, segnato da contagio popolare e laico e da disagio ecclesiastico e identitario.

Non voglio dire che l’Italia sia il paese con il rapporto più problematico verso Francesco, ma di sicuro è tra i problematici. E’ ragionevole che il vasto programma di “riforma della Chiesa in uscita missionaria” provochi maggiore reazione nei paesi dove la situazione della Chiesa Cattolica è più costituita: e questa è l’Italia.

La simpatia popolare verso Francesco è vasta ma a dominante disimpegnata. Da tifo a distanza più che da conversione pastorale. Speculare a essa è l’allarme o anche solo la diffidenza del mondo ecclesiastico e dei cattolici identitari, che sono di meno ma più motivati.

Più ampiamente direi che nella comunità cattolica italiana non si coglie, o non si coglie appieno la gravità del passaggio epocale che stiamo vivendo e dunque non si coglie neanche l’opportunità rappresentata da questo papa. Non la si coglie né a destra né a sinistra. A destra si fa finta che le cose andassero bene prima, a sinistra si finge di credere che vadano bene adesso.

La scelta di mutare linea, fatta dal Conclave e interpretata da Francesco, è epocale e viene dalla presa d’atto della piena sperimentazione dell’altra strada, che era quella del conflitto con la modernità. Ovvero della resistenza al suo avanzare. Chiamato a esploratore del nuovo cammino, Francesco predica l’uscita, che è una necessità segnalata dalla fragilità delle famiglie, dall’abbandono dei giovani, dal calo delle vocazioni. Dalle novantanove pecore che sono fuori dell’ovile. Ma è una necessità non ancora pienamente avvertita nella compagine ecclesiastica.

Questo pontificato è una provocazione all’avvertenza e una prova di risposta, non gli attribuirei altri ruoli. I cambiamenti che sollecita non sono realizzabili in tempi brevi. Quando ci sarà avvertenza, l’uscita forse sarà tentata. Ma toccherà ai successori.

Concludo con la proiezione di questi tempi lunghi sull’Italia. Lo sganciamento dal progetto culturale e dalla battaglia condotta dai papi precedenti sui valori non negoziabili è stato tranciante e forse provvidenziale ma ne è venuto un effetto immediato di silenzio della Chiesa sulla scena pubblica che non soddisfa nessuno. Credo non soddisfi neanche il papa.

In particolare è venuta meno la voce pubblica dell’episcopato. La via indicata da Francesco sarebbe: testimonio e affermo i valori, li promuovo fattualmente ma non faccio battaglia ideologica né schieramento politico. La cessazione della battaglia e dello schieramento sono evidenti, ma la testimonianza e l’affermazione in positivo non si vedono ancora.

Luigi Accattoli

www.luigiaccattoli.it

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