Nuovo polo liberale. Cantiere in allestimento, di Giorgio Armillei


Un “paese annichilito” aveva scritto Francesco Clementi fa nei nostri dialoghi landiniani, durante le fasi più convulse della formazione del governo. Un “paese da rifondare” secondo Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera, in replica a un non meno drammatico “una repubblica che ha smarrito sé stessa dopo l’omicidio di Aldo Moro” di Giuliano Ferrara su il Foglio dello scorso 23 maggio. Inviti e giudizi inesorabilmente da associare alla formazione del governo populista giallo-verde, il primo in un importante paese fondatore dell’Unione, il primo che si pone programmaticamente in radicale discontinuità con la storia della Repubblica, riflettendo non di meno gli orientamenti maggioritari tra gli elettori. Impossibile normalizzare questo quadro di riferimento, nonostante le prime dosi di realismo somministrate da qualche ministro e dagli organi dell’Unione.

Non siamo certo un’eccezione nel panorama delle democrazie liberali: negli Stati Uniti un presidente disconosciuto dall’establishment Repubblicano ma nonostante questo capace di soggiogarlo; in Gran Bretagna la decisione di rompere con l’Unione nonostante il parere contrario della quasi totalità della classe dirigente; in Germania il successo di AfD nonostante la crescita economica, associato ora alle fortissime tensioni tra CSU e CDU; in Francia la sconfitta di Marine Le Pen solo grazie a un perfetto congegno messo in piedi nel giro di pochi mesi; per non parlare delle derive ungherese e polacca, ostentatamente illiberali.

Se, come dice Julia Ebner, estrema destra e Islam radicale attingono ad una stessa metanarrazione illiberale, una mano robusta ai movimenti illiberali viene anche dal populismo politico che, con radici a destra e a sinistra, finisce con il minacciare i medesimi pilastri delle democrazie consolidate. Gli avversari hanno iniziato a convergere: i liberali debbono dunque cominciare a reagire sul serio, a partire dalla questione del consenso. Ma attenzione: il consenso è sempre derivato e non originario, si determina in virtù dell’offerta politica e non determina esso stesso l’offerta politica, non va solo registrato ma anche costruito. Insomma, anche nella dinamica liberale del consenso il gioco è in mano a chi fa le proposte politiche.

Oggi il problema numero uno è questo: l’assenza in Italia di un’offerta politica liberale e per questo alternativa a quella populista. Vuoi per l’annichilimento di gruppi dirigenti che hanno smarrito ogni capacità di produrre leadership e narrazioni convincenti; vuoi perché ci si è illusi per settanta anni di poter neutralizzare i lati anomali della rinascita nazionale degli anni 1943-1945; vuoi perché, ucciso Aldo Moro, le istituzioni politiche hanno iniziato una transizione infinita che ne ha progressivamente indebolito la tenuta; quello che è certo è che la concentrazione illiberale gode oggi in Italia di un vantaggio indiscutibile, facilitata dalla fine del modello “redistribuzione senza sviluppo”. Ha dalla sua due versioni gemelle di populismo che le permettono di pescare contemporaneamente negli interessi di ceto del pubblico impiego, nel disagio degli esclusi, dentro l’orizzonte ristretto della piccola borghesia che lavorando su mercati interni chiede meno tasse, più protezionismo e difesa nazionalista dei confini. Ma attenzione: nessun blocco storico è (ancora?) all’orizzonte, piuttosto una combinazione transitoria di interessi. Le classi come meccanismo regolatore del conflitto sociale sono un ricordo di cui non solo la sinistra fatica ad accettare la verità. Velocità dei cambiamenti e volatilità dell’elettorato rendono ancor più determinante il lavorio sul fronte dell’offerta politica piuttosto che l’inseguimento di scomparse divisioni di classe. Un inutile inseguimento che finisce anche con il confondere la vista sui fenomeni di diseguaglianza reale.

Come abbiamo risposto – noi cattolici liberali e democratici – negli ultimi 30 anni a queste trasformazioni? Perché al di là di tutto, è vero: la tesi Ferrara trasforma una contingenza in una necessità – perché Moro e non la fine del PCI e gli anni di Cossiga? – mentre la tesi Galli della Loggia prova decisamente troppo – come dare conto allora della modernizzazione prodottasi negli degli anni Cinquanta e Sessanta e del successo del triangolo Milano-Veneto-Via Emilia che oggi viaggia tranquillamente nei parametri del pentagono europeo dello crescita e dello sviluppo tecnologico? Ma malgrado tutti i possibili ridimensionamenti delle diagnosi, l’annichilimento denunciato dalla tesi Clementi è fuori discussione. Dal 5 marzo la classe politica italiana è al seguito di Salvini e Di Maio, in questi ultimi giorni del solo Salvini. Tutto il resto appare come fuori gioco, spento, accartocciato. Compare ad intermittenza Mattarella, quando le regole glielo consentono e per certi versi glielo impongono. Assistiamo così ai primi round di una probabile difficile coesistenza, una specie di coabitazione all’italiana sulla quale i costituzionalisti dovrebbero scavare. Anche l’intervento ortodosso di Tria sul prossimo DEF si iscrive in questo capitolo. Certo, i liberali non possono continuare a nascondersi dietro a Mattarella. Il Presidente della Repubblica conferma la buona salute dei pesi e contrappesi, il che in tempi di crisi delle democrazie liberali non è poco. Ma i liberali sono a caccia di idee e di leader, non di regole e di garanti, benché senza i secondi i primi non si diano. E dunque, come abbiamo risposto se oggi ci troviamo di fronte a tutto questo?

Abbiamo cominciato a rispondere alla fine degli anni Ottanta e abbiamo continuato a farlo nei successivi 30 anni con due chiavi. La prima, una versione italiana del patriottismo della Costituzione, rileggiamo i libri di Pietro Scoppola su costituzione e 25 aprile. La seconda, le riforme istituzionali: l’Italia sta ferma perché con queste istituzioni politiche concepite per evitare che qualcuno decida troppo, non si fanno i conti con il XXI secolo – non lo dicono i giuristi, lo dicono gli economisti.

Patriottismo della Costituzione e riforma della Costituzione: solo apparentemente un ossimoro, in verità un disegno sofisticato e ambizioso. Il valore identitario del patrimonio costituzionale come alimento di una nuova identità nazionale compatibile con il tempo della democrazia costituzionale, del diritto dell’Unione europea, dell’interdipendenza, della globalizzazione e della riconfigurazione dello Sato. La riforma della Costituzione e innanzi tutto dei meccanismi con i quali si governa il sistema decisionale pubblico, legge elettorale e forma di governo, come strumento per rimettere in carreggiata il paese, smontando quanto più possibile l’inerzia frenante dei poteri di veto degli apparati pubblici colonizzati dagli interessi organizzati e dando agli elettori il massimo del potere nella decisione sui governi. La riforma “dell’organamento istituzionale”, per usare le parole di Sturzo, altro che formalismo sovrastrutturale.

Il tutto confezionato non nel vuoto ma dentro il grande lavorio del cattolicesimo italiano. Abbiamo preso sul serio il grande sforzo conciliare della Chiesa italiana, quello che trovò espressione nel documento La Chiesa italiana e le prospettive del paese, forse il momento di sintesi più intensa tra scelta religiosa e discernimento ecclesiale, in un certo modo due movimenti della stessa dinamica. Abbiamo tentato di mettere insieme the best of both worlds: stare a sinistra facendo i riformisti – contro la diseguaglianza “cattiva” e l’esclusione sociale – ma smontando la vecchia sinistra. Abbiamo sdoganato, sulle spalle dei grandi maestri, Sturzo e de Gasperi, quando per quella vecchia sinistra erano solo due conservatori. La politica e le politiche, insomma. Senza la prima le seconde non si fanno. Senza le seconde la prima resta fine a sé stessa.

Dopo trent’anni di questa cura, mentre intorno a noi il mondo cambiava senza sosta, frantumando la sovranità nazionale, globalizzando l’economia, cancellando la frattura mondiale Nord-Sud come l’avevamo appresa attraverso gli schemi del Vaticano II, macinando tutto con le nuove tecnologie dell’informazione, dopo trent’anni di questa cura ci troviamo a fare i conti con il governo giallo-verde, con il peggior parlamentarismo proporzionalistico degli ultimi settant’anni, peggiore anche della disastrata IV Repubblica francese, e con una sottile e insidiosa erosione dei paradigmi della democrazia liberale.

Come visto, l’Italia non è ahinoi da sola. E infatti le ricette che circolano come rimedio all’annichilimento sono per così dire a circolazione globale, ma ancora ad oggi sono ricette vecchie. Da un lato c’è chi cerca di redimere il populismo, platea assai ampia: si va da Theresa May ai pezzi del PD che volevano allearsi con il M5s perché in fondo si tratta di “compagni che sbagliano”. Dall’altro c’è chi rispolvera un po’ di comunitarismo post liberale, anche se in questo caso dobbiamo avere cura di distinguere la versione di rito americano – nel quale la presa di distanza dall’estremismo liberal ha tutte le ragioni di esprimersi – da quella di rito continentale, fatto di destra francese e di certo cattolicesimo clerico moderato, associabili alla destra fondamentalista evangelica Usa, ai quali libertà di coscienza e libertà religiosa di Dignitatis Humanae non sono mai andate giù. Insomma, non confondiamo il Ratzinger dei discorsi a Westminster e al Bundestag con De Maistre.
E tuttavia se dopo 30 anni di cura siamo dove siamo, what went wrong?

Proviamo a sondare due questioni: la questione nazionale e il welfare. Se Galli della Loggia sorvola su un pezzo di storia, se Ferrara prende una parte e la elegge a totalità, possiamo dire tuttavia che noi abbiamo finito con l’evitare una domanda cruciale: da dove arriva la debolezza delle classi dirigenti della politica nazionale? Dopo le scintille polemiche di qualche anno fa intorno alle utili provocazioni revisioniste di De Felice, Michele Salvati aveva proposto una chiave di lettura innovativa, introducendo la traduzione italiana di un libro di Victor Perez-Diaz sulla transizione spagnola alla democrazia. Lì si sarebbe potuto attingere per costruire, seguendo gli spunti della comparazione storico istituzionale, una risposta alla domanda su come sanare le fratture di una guerra civile dentro un nuovo ordine democratico liberale. Partendo da lì si sarebbe potuto provare a decostruire l’intreccio tra patriottismo della Costituzione e identità nazionale come strumento liberale di consolidamento della democrazia, in un gioco di contrasto tra “circostanze storiche e fattori di lunga durata” come lo chiamava Salvati nel suo saggio introduttivo. L’ossessionante frattura antiberlusconiana, sotto la quale anche la questione del revisionismo storico ha finito per essere schiacciata, contribuì ad accantonare il tema, probabilmente a danno della nostra attuale capacità di impostare la questione dell’identità – anche mettendola radicalmente in discussione – in modo diverso e contrapposto rispetto a quello di cui si sono appropriati i diversi populismi. E regalare ai populismi il tema dell’identità significa prima o poi trovarsi all’angolo.

Diversamente ma analogamente intorno alla questione del welfare. Essendo il welfare italiano per molti decenni, e ancora oggi in molte aree del paese, ingrediente non solo di una più ampia cittadinanza sociale ma anche e soprattutto di una grande e irrazionale redistribuzione spartitoria – in cui non si sa chi perde e chi vince, spesso vince chi non ha bisogno e perde chi ha bisogno, e quasi sempre vincono gli interessi della burocrazia pubblica, non a caso “welfare all’italiana” è un’etichetta inventata dai politologi che lo studiano – la combinazione tra apertura del mercato nazionale, apertura al mercato europeo e globalizzazione dei mercati su più ampia scala, ha fatto scattare un’equazione: più mercato può finalmente voler dire più opportunità e meno welfare spartitorio – e per di più a debito. Si è così avviata la costruzione di quella nuova frattura tra apertura e chiusura, tra europeismo e sovranismo che si è man mano consolidata sino ad esplodere in questi ultimi anni. Quello che alla metà del primo decennio del secolo sembrava ancora un confronto prevalentemente interpretativo, l’openness di Tony Blair contro l’antimercatismo (ricordate Tremonti?) di destra e sinistra, cominciava a trasformarsi in una nuova frattura capace di generare nuovi allineamenti politici e nuova offerta politica. E in questa frattura ha fatto fatica a farsi largo una nuova narrazione del welfare che non fosse preda degli interessi spartitori o della rappresentazione di una realtà (il fordismo sociale) che non c’è più. Anche in questo caso regalare al populismo il tema del welfare ha significato finire in una strada senza uscita.

Da dove ripartire dunque? L’alternativa alla prevalenza, spesso pericolosa, dei populismi non sembra certo dietro l’angolo in nessuna delle democrazie liberali, se si fa eccezione per l’esperimento macroniano che appare però come un modello impossibile da replicare tale e quale, del tutto interno all’étatisme francese (e nella pratica concreta, nonostante riforme economiche e prime privatizzazione, stretto in un “prima la Francia” piuttosto visibile) ma certo da prendere in considerazione quale esempio di scomposizione e ricomposizione. Un dato però appare essenziale per stabilire i confini di una possibile alternativa: accettare che benché destra e sinistra possano non scomparire dall’immaginario degli elettori, la gerarchia delle fratture sociali che si va delineando pone quello tra destra e sinistra tra gli allineamenti destinati a scivolare in secondo piano.

Prendere partito su questo punto significa, come appare subito evidente per quanto riguarda il nostro paese, fare i conti con la maggioranza giallo-verde non immaginando di riportare la Lega nel centrodestra e il M5s nel centrosinistra, ma prendendo atto che la gerarchia delle fratture ha prodotto un nuovo allineamento politico. Si è scongelato quello del Novecento welfarista e se ne va consolidando uno nuovo nel quale riusciamo ad intravedere spie del costituirsi di una nuova offerta politica sui due poli contrapposti: Macron in Francia, l’alleanza popolari-socialdemocratici in Germania, l’alleanza populista in Italia, la coalizione Brexit in GB. Arriva vicino a queste conclusioni Francesco Occhetta nel quaderno 4030 di Civiltà cattolica del 19 maggio: “attualmente le categorie di destra e di sinistra sono diventate fluide e porose, si può essere di destra e insieme anche di sinistra, i temi si intrecciano e a volte si confondono”.

Con estrema chiarezza invece Marco Valbruzzi nell’ultimo studio sulle elezioni del 4 marzo pubblicato dall’Istituto Cattaneo: “se dunque esiste una possibilità di riallineamento elettorale del sistema partitico italiano, è alle nuove dimensioni di competizione che bisogna prestare attenzione perché è da lì che può cominciare una nuova fase di consolidamento delle organizzazioni partitiche e di ristrutturazione delle alternative programmatiche”. Da qui bisogna partire. Consentire o dissentire su questo punto è lo spartiacque della stagione politica che si sta aprendo. Ma una cosa appare certa: consentire su questa nuova gerarchia delle fratture senza prendere di petto i temi dell’identità e del welfare significa con tutta probabilità andare incontro a nuovi passi falsi. Non ce lo possiamo permettere.

Bisogna dunque cominciare a provare una nuova sintesi che tuttavia rischia di incontrare subito ostacoli difficili a superarsi: il renzismo e il berlusconismo, se così possiamo dire, per un verso gemelli diversi della risposta al governo giallo-verde ma allo stesso tempo causa non secondaria dell’esito di fronte al quale ci troviamo. Sono loro che in ragione di calcoli sbagliati e di brevissimo periodo hanno ignorato le ragioni della convergenza a vantaggio di quelle dello scontro. Alimentando l’idea che di ragioni contro il populismo ne abbiano ben poche essendo stati loro in qualche maniera i primi a farvi ampiamente ricorso. Su questo punto occorre andare più a fondo. Berlusconi e Renzi sono i leader che più di altri – considerando anche la meccanica bipolare dentro la quale si sono mossi – hanno preso sul serio i dettami della cosiddetta democrazia del pubblico, cosa ben diversa dal populismo anche se del secondo sembra mimare le movenze.

Democrazia del pubblico è riduzione del ruolo dei tradizionali partiti politici, è espansione della mediazione elettorale fluida affidata ai media e ora da qualche anno ai social, così come ci ha insegnato Obama a partire dal 2008, è democrazia del leader con partito, è prevalenza della frattura leader vs opposizione al posto di quella governo vs parlamento. Può non piacere ma è così, ed è così nella gran parte delle democrazie occidentali. Può non piacere ma non ha nulla da spartire con i fondamenti del populismo; il rifiuto della democrazia rappresentativa da una parte e la chiusura nazionalistica del popolo come unità mistica dall’altra. Disintermediazione e rapporto diretto tra leader ed elettorato possono certo innescare derive populistiche ma se e solo se si muovono in un vuoto istituzionale.

Basta però lo strutturarsi quasi per automatica reazione di un campo antipopulista per dare corpo a una prospettiva liberale di governo alternativa alla maggioranza giallo-verde? Evidentemente no, la semplice dinamica vuoto / pieno dello scenario politico fornisce un contesto ma non fabbrica da sola una narrazione e una proposta. Ancora una volta tocchiamo con mano l’autonomia dell’offerta politica: leader e frame vanno costruiti, non ereditati dal cambiamento della struttura della competizione politica. Ci muoviamo in un campo nonostante tutto ancora poco esplorato.

Tenta questa avventura Yascha Mounk in uno dei libri al centro del dibattito internazionale che si sta sviluppando intorno a questi dilemmi: per dirla in breve, affrontare il populismo restando con i piedi ben piantati nella democrazia liberale. E suggerisce tre ricette da applicare: domare il nazionalismo, mixare controllo e apertura dell’economia, rinnovare lo spirito pubblico. L’esito, per quanto generoso, non convince: alcune di queste cose non si fanno per decreto e altre conviene proprio non farle, i populisti sono già all’opera sullo stesso campo e partono con un enorme vantaggio.

Ci prova anche Michele Salvati: accetta l’idea del nuovo allineamento politico tra economia aperta da un lato e sovranismo identitario dall’altro, anche se solo come fase di transizione in attesa di ripristinare la polarità tra destra e sinistra. Poi però diventa generico sul resto: ci vuole un nazionalismo tocquevilleanamente ben inteso per coniugare interesse nazionale e apertura; non bisogna fare battaglie ideologiche sul fronte delle politiche economiche; la polemica anticasta non avrà fine se non faremo iniezioni di meritocrazia nel nostro sistema a tutti i livelli. Ancora solo condizioni preliminari e neppure del tutto convincenti nel merito, come per altro quelle di Mounk.

Da ultimo gli economisti renziani Nannicini e Leonardi hanno fatto qualcosa di simile. Anche in questo caso le perplessità sono superiori ai punti di convergenza. La crescita al posto dell’austerità, la flessibilità di bilancio, i social bond di Prodi, una nuova politica economica che gestisca la domanda aggregata a livello di area euro, oltre che indicazioni dal complessivo sapore keynesiano – non ha tutti i torti Mark Rutte nel suo discorso al Parlamento Europeo di qualche giorno fa: “the basic promise of the euro was that it would bring us all greater prosperity – not a redistribution of prosperity”– appaiono ignorare l’analisi dei rapporti di forza in campo a livello dell’Unione e degli spazi di manovra e di alleanza. A meno di non scivolare fuori dall’area euro, cosa che Nannicini e Leonardi ovviamente escludono categoricamente. E anche al netto di tutto questo, il keynesismo “in un solo paese” – anzi in una sola area, l’area euro – ci aiuta a costruire un nuovo frame?

Tutto questo per dire che non disponiamo di ricette applicabili né di esempi replicabili. Ancora una volta è utile tornare a dire che appellarsi a Macron non serve, non fornisce un ingranaggio innestabile nel motore politico e costituzionale italiano. Al massimo ci ricorda, come ha fatto Angelo Panebianco sul Corriere della sera del 20 maggio, che le istituzioni fanno la differenza e che nonostante tutto trascurarne o fallirne la riforma ci ha portato dove siamo. Richiamare Macron per farci vedere come le fratture politiche – seppure in contesti storici e istituzionali diversi – cambiano la loro gerarchia interna è invece essenziale. Come è utile ricordare che fu Tony Blair alla fine del suo mandato nel 2007 a raccontare per primo che la frattura tra apertura e chiusura stava per prendere il sopravvento. E che a quella frattura la sinistra avrebbe dovuto guardare per formulare una nuova proposta vincente.

Ma nessuno ci toglie le castagne dal fuoco. Non si tratta più solo di lavorare a una riforma costituzionale e a una elettorale, cosa che per altro nessuno tra noi ha mai fatto in forma ingenuamente riduttiva. Ancora Sturzo: “la democrazia non significa partito e neppure politica, è solo la condizione e la premessa della politica”. Si tratta di provare a coniugare società aperta, nuovo welfare e identità liberaldemocratica in un contesto allo stesso tempo nazionale, sovranazionale e globale. E di farlo in una fase in cui nazionalismo e chiusura sono al governo del paese. Tutto il resto è solo un modo per restare fermi a guardare o per tornare indietro.

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