Letture per il governo giallo verde, di Giorgio Armillei


Parte il nuovo governo giallo-verde. Mattarella ha piazzato qualche paletto più o meno resistente. Gli sbandamenti più pericolosi sono stati al momento evitati. Abbiamo ora le dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio. Tra le tante incertezze che si aprono bisognerà vedere, ad esempio, come verranno giocate le partite fondamentali nelle riunioni delle diverse formazioni del Consiglio dei ministri dell’Unione, chi governerà l’analisi dei dossier per conto del governo, chi darà istruzioni a chi nei comitati tecnici, i COREPER, vere arene di negoziazione nelle quali si preparano le riunioni dei Consigli e quindi in qualche modo si pre-decide. Non dimentichiamo infatti che tutte le politiche pubbliche hanno riflessi di finanza pubblica e la finanza pubblica sta dentro il quadro di governo dell’Unione. Detto questo conviene essere ben attrezzati per capire la logica delle proposte programmatiche di questo governo e allo stesso tempo provare a fabbricare i mattoni della costruzione alternativa. Qualche lettura può esserci utile.

La politica economica? Per capire la coalizione giallo verde è utile rileggersi Rudi Dornbusch. All’inizio degli anni Novanta scrive un libro sulla macroeconomia populista. Ne avvia una definizione rigorosa: rifiuto delle politiche di stabilizzazione, rifiuto dei vincoli esterni e interni di compatibilità, politiche redistributive. Politiche dagli esiti ovviamente disastrosi. Ma il governo italiano è parte di un sistema multilivello europeo, la governance economica dell’Unione. E in virtù dell’euro non può giocare sulla svalutazione. Dal che, delle due l’una: o la politica economica giallo verde viene rimessa nel cassetto, anche nelle forme low profile delle dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio, o per realizzarne anche una parte occorre fuoriuscire dalle compatibilità europee, sebbene riviste e revisionate come si sta cercando di fare in sede di Unione.

La politica della giustizia? In questo caso torna utile un piccolo libro di Giovanni Fiandaca del 2017. L’esigenza di sicurezza e di tranquillità sfocia nella richiesta di severità penale. La rincorsa all’inasprimento penale ha largamente dimostrato di essere inefficace. E rischia di finire dritta verso il confezionamento della pena esemplare (pensiamo al caso ThyssenKrupp Torino) che riduce la persona a strumento di politica criminale. Non si tratta di ideologie: si tratta di efficacia e di difesa dei diritti. La giustizia ripartiva ha dimostrato invece di funzionare ben oltre quella retributiva e quella preventiva, in primo luogo a tutela della vittima, sempre strumentalmente in primo piano negli argomenti della coalizione giallo verde. E qui le dichiarazioni programmatiche abbondano invece di richiami a logiche retributive e preventive old style.

La politica del riportare le decisioni in Italia? Demos, spregiudicato think tank britannico, pubblica uno studio all’inizio del 2018. Globalizzazione economica e sociale hanno reso molti cittadini incapaci di guardare al futuro. Ha preso piede una “narrativa della nostalgia” sapientemente sfruttata da populisti di tutti i tipi. I somewhere hanno prevalso sugli anywhere: la terra, l’appartenenza, la comunità hanno preso il sopravvento sulla città, sullo scambio e sulla società. Prima ancora che dal “decidere cosa” l’elettorato è stato conquistato dal “tornare indietro” per riprendersi il tempo rubato dalla globalizzazione. Paradossalmente le dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio che aspirano ad essere un compendio del cambiamento si convertono in una ricerca del passato: non c’è posto per la parola speranza ed anche futuro compare tre volte in contesti convenzionali e scontati.

La politica per la democrazia diretta? Se dobbiamo stare al disegno di legge presentato nella scorsa legislatura dall’attuale ministro Fraccaro c’è da stare poco allegri. Una terapia di referendum permanenti da applicare al processo legislativo, in nome di un’idea di democrazia che cancella il ruolo dei decisori e la loro responsabilizzazione politica verso gli elettori. Immaginando così di cancellare la distinzione tra governanti e governati. Qui soccorre Sabino Cassese: un conto l’incubo della cosiddetta democrazia diretta, che è un “misto di populismo e di cesarismo”, un conto l’introduzione di strumenti di completamento e rafforzamento della democrazia rappresentativa che è l’unica democrazia dei moderni. Pensiamo al “dibattito pubblico” introdotto nella riforma del codice degli appalti, non a caso strumento partorito insieme a molti altri dall’esperienza delle democrazie rappresentative contemporanee.

Forse per questo le dichiarazioni programmatiche al Senato scelgono una linea decisamente low profile, rimettendosi al gioco parlamentare, alla collaborazione tra i gruppi parlamentari e richiamando vagamente le proposte contenute nel “contratto di governo”. Appare in ogni caso contraddittorio in questo contesto evocare la necessità di uno spirito di collaborazione tra le forze parlamentari e allo stesso tempo rivendicare, come fa il Presidente del Consiglio, gli obiettivi antisistema della maggioranza giallo verde. Quale e dove sarebbe il sistema a cui si dichiara di contrapporsi? Chi ne sarebbe parte? Dovrebbe forse questo sistema farsi coinvolgere nel suo superamento?

Un’obiezione: ancora la sinistra dei libri? Certo che no. E una seconda: tutto questo per convincersi che si ha ragione? Naturalmente no. Tutto questo per capire meglio con cosa si ha a che fare. Ragione la si avrà soltanto quando si saranno convinti gli elettori che la strada da percorrere è un’altra. Per farlo c’è bisogno di inquadrare il nuovo assetto di politics, selezionare le debolezze delle policy di chi sta governando, ma soprattutto combinare la convinzione che un’altra strada è possibile con gli ingredienti che rendono questa convinzione dotata di senso per gli elettori. Non bastano i numeri, non bastano i conti a posto, non basta aver fatto i compiti a casa, non basta qualche appeasement verso più o meno tutte le direzioni.

La madre di tutte le questioni sulla quale prendere bene le misure è però chiara: il tramonto dell’asse destra vs sinistra e la prevalenza gerarchica dell’asse chiusura vs apertura, nostalgia vs speranza, statalismo vs politica transnazionale sugli altri assi del gioco politico. Non si tratta di fare un fronte repubblicano, si tratta mettere a fuoco la realtà e di non sbagliare la mira. Anche qui le analisi si vanno da tempo moltiplicando, consensi e dissensi tra gli analisti preludono senza determinarle a diverse strategie degli attori politici. Molti sostengono si sia di fronte ad un nuovo “frame of competition” che non rimuove i precedenti ma li supera in rilevanza. Come l’allineamento lungo l’asse destra sinistra si fondava sulla piramide religione, classe, partiti di massa, stato nazionale, il nuovo allineamento che si va formando cresce con il tramontare della centralità dello stato nazionale. In altri termini la transizione verso una politica post statale non è solo questione di politics, di regole e di assetti istituzionali ma è anche questione di policy, di redistribuzione di risorse e di opportunità.

Nelle ultime settimane, nel dibattito nazionale, solo Civiltà cattolica sembra aver preso sul serio questa evoluzione. Non si tratta infatti di liquidare la discussione con un generico “destra e sinistra non esistono più” come sembra fare anche il Presidente del Consiglio nelle sue dichiarazioni programmatiche. Non è questo il punto come abbiamo appena visto. Si tratta invece di collocare nella frattura tra apertua vs chiusura verso la globalizzazione il fuoco della nuova fase politica. “Il nord ricco difende ciò che ha conquistato, il sud povero cerca un riscatto dalla disoccupazione e da situazioni sociali difficili. Queste due categorie hanno un punto in comune: la chiusura nella propria sovranità” scrive Francesco Occhetta. Convergendo così con le analisi che puntualmente ogni domenica Sergio Fabbrini approfondisce nei suoi editoriali sul Sole24ore. Per Fabbrini questo punto in comune ha già da tempo prodotto una saldatura politica che sarebbe stato ingenuo tentare di spezzare nel giro dei pochi giorni a disposizione in una trattativa per la formazione del governo. “Dall’autunno del 2011 si è formata in Italia una coalizione spuria di populisti e nazionalisti che ha messo in discussione la collocazione europea dell’Italia, rivendicando il recupero di una sovranità nazionale”. Questa è per Fabbrini la coalizione sovranista: non un’alleanza improvvisata frutto – eterogenesi dei fini – del rifiuto del PD di trattare con il M5s, quanto un’organica convergenza che fonde diverse basi sociali per un unico obiettivo. Convergenza e fusione che non corrispondono ovviamente alla lucida determinazione dell’elettore che in cabina elettorale vota, per dire, contro l’Eurogruppo ma che esprimono un’offerta sovranista ed antieuropea alle domande insoddisfatte del medesimo elettore. Una risposta organica, orgogliosamente nazional populista come nelle dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio al Senato.

Questo è oggi il primo passo da compiere, il primo indizio sul quale fare luce. Non è un caso che (ancora Fabbrini) l’antirenzismo sia la condizione per aderire al fronte giallo verde: dal 2011 passando per il referendum del 2016 sino alla formazione del governo attuale. Anti renziani giallo verdi e antirenziani di centrosinistra stringono un’alleanza oggettiva. I primi cementano un patto nazional populista che i secondi alimentano continuando a ragionare in termini di scontro tra destra e sinistra. Con l’eccezione del netto riconoscimento del valore della riforma costituzionale del 2016 bocciata nel referendum, cade nella trappola anche Walter Veltroni che si scaglia in una recente intervista a Repubblica contro quella che lui definisce “la follia dell’inesistenza di destra e sinistra”. Il problema non è però dottrinale: il problema è capire cosa fa la differenza tra gli elettori e cosa fa la differenza nell’offerta politica. Altrimenti si resta impigliati in quel Novecento nel quale naviga ancora quella parte del PD che si ispira alla filiera Gramsci, Berlinguer, solidarismo cattolico, socialismo liberale, femminismo, ambientalismo, azionismo. Appunto il Novecento.

Come non è un caso che la sinistra ulivista, da Prodi a Letta, si trovi dalla stessa parte della barricata insieme a un Veltroni che pure fondò il PD, seppure in una logica unanimistica di cui si pagano ancora le conseguenze. Unita nella difesa del progressismo e pericolosamente tentata, come in tutta la stagione berlusconiana, di costruire una nuova alleanza, concepita come fronte democratico di difesa della costituzione. Non solo il nazional populismo non è di per sé incostituzionale ma definire le posizioni dell’avversario incostituzionali solo perché molto distanti dalle proprie è un vizio perdente della sinistra italiana.

C’è dunque un passaggio cruciale da affrontare, non si tratta di regole o di schematismi intellettuali: prendere atto del cambiamento dell’asse dominante del confronto politico e decidere di costruirvi sopra un’offerta politica alternativa a quella del governo giallo verde.

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