Dal voto al governo, di Luciano Iannaccone


DAL VOTO AL GOVERNO

E’ nato un governo politico tra 5 Stelle e Lega e il futuro ci dirà cosa e come sarà. Intanto, conclusa la fase che va dal voto alla formazione di un nuovo governo, cerchiamo di capire meglio le radici dell’esito elettorale, sul quale la riflessione politica non ha brillato, soprattutto da parte dell’area di sostegno al governo Gentiloni punita dal voto. Con poche eccezioni, tra cui il commento al voto in prospettiva storico-politica e culturale pubblicato su questo blog da Giorgio Armillei il 6 marzo, ci si è limitati troppo spesso a prendere atto di un voto considerato di protesta, senza stabilire alcun nesso con il proprio precedente giudizio su una legislatura positiva, in cui il Paese era uscito dalla crisi. Oppure a cambiare con disinvoltura giudizio, alla luce della “percezione” negativa da parte degli elettori, o a enumerare gli “errori di Renzi” ovvero a rimandare ad una analisi del voto, che il PD formalmente non ha ancora collegialmente condotto. E’ quindi utile tentare di capire di più, come proverò a fare qui molto brevemente.

 

E’ sicuramente vero che i governi Renzi e Gentiloni hanno faticosamente imboccato la via della crescita: il PIL, dopo la complessiva decrescita pari all’8,6% negli anni 2008/2013, ne aveva recuperata la metà a fine febbraio 2018 per portare il recupero complessivo, a fine 2018, al 5,5% secondo previsioni condivise. Con un forte aumento degli occupati, cresciuti di un milione dal punto più basso di  caduta, e del risparmio finanziario delle famiglie, che ha nettamento superato i 4000 miliardi, con una forte ripresa dopo gli anni della crisi, in cui era largamente sceso. E con il deficit annuo che si è progressivamente dimezzato, per scendere sotto il 2% nel 2018.

 

Ma gran parte dell’elettorato, ecco il punto centrale, ha vissuto come un tutt’uno gli anni che vanno da fine 2011 fino ad oggi: la forte crescita del deficit e del debito, la sfiducia dei mercati e la caduta di Berlusconi, l’altissimo spread e il governo Monti, con  la compresenza di alto deficit e nuove pesanti tasse sugli immobili, il PIL in calo sia nel 2012 (- 2,4%) che nel 2013 (-1,7%), anche se dal 2014 i governi Renzi e Gentiloni hanno invertito la tendenza. Visti unitariamente, questi sei/sette anni si sono bilanciati, recuperando nella fase finale quanto perso in quella iniziale. Ma al recupero del risparmio finanziario delle famiglie si è contrapposto il deprezzamento degli immobili, l’altra componente del patrimonio familiare. Inoltre i   bassi rendimenti finanziari del recente passato, se hanno agevolato il grande debitore, lo Stato italiano, e i prenditori di mutui, hanno privato i risparmiatori di entrate  utili  al bilancio familiare. Ma soprattutto il disagio sociale di chi non ha lavoro o rendite su cui contare si è significativamente e drammaticamente allargato, come conseguenza di una crisi decennale.

Il malumore è montato per la magra remunerazione del lavoro di troppi, malgrado gli 80 euro,  per la persistente inefficienza pubblica e l’inarrestabile dilagare, soprattutto per piccole e medie imprese, delle complicazioni burocratiche, che sono una tassa in più, malgrado la dichiarazione fiscale precompilata e le promesse ottimistiche di Renzi. La rabbia si è rafforzata sia per il diffuso disagio sociale che in una “lotta di ognuno contro tutti”. E malumore e rabbia si sono saldati nella protesta contro le procedure e il “business” di una accoglienza che realizzava di fatto una discriminazione tra migranti ed italiani poveri e che favoriva insicurezza nelle periferie e nei paesi. E contro la vulgata del “dobbiamo accettare tutti”, aventi diritto o meno all’asilo, che troppa sinistra e troppi  dirigenti PD hanno fatto propria, oscurando il lavoro straordinariamente positivo di Minniti che è stato o criticato o sminuito. Paradossalmente Salvini, riconoscendo ieri da ministro che il lavoro di Minniti è stato “discreto”, l’ha apprezzato più di tanti esponenti PD. Per cui in campagna elettorale una capillare informazione sul lavoro di Minniti è completamente mancata, lasciando campo libero ai detrattori e al voto contro il governo.

In conclusione, l’azione e le riforme di Renzi, che rimangono un momento alto e costruttivo della politica italiana, hanno suscitato un consenso che si è progressivamente e fortemente ristretto, per la compresenza di disagi che venivano dal passato recente e di un presente non sufficientemente incisivo nel rimuoverli. Si è votato simultaneamente contro la lunga crisi, Monti, Renzi e Gentiloni.

Il voto ha quindi largamente premiato le due forze della protesta, che si sono a lungo confrontate in chiave governativa, in una dialettica in cui Salvini si è spregiudicatamente servito di ogni mezzo utile alla conquista del potere. L’unica falla nella memoria storica degli elettori ha tra l’altro riguardato proprio la Lega, che nell’estate 2011, rifiutando ogni intervento sull’insostenibile sistema pensionistico, mise l’Italia in balìa della tempesta finanziaria.

Il famoso “contratto di programma”, anche nella sua ultima versione, non può  che destare grande preoccupazione: a parte qualche punto largamente condivisibile, come quello sulla semplificazione burocratica, dominano o intenti generici o scelte irresponsabili. Gli intenti generici “tamquam non essent”, ma scelte come un giustizialismo da stato di polizia, contrario allo spirito ed alla lettera della Costituzione e il rischio di disimpegno davanti a scelte industriali ed infrastrutturali irrinunciabili sono inaccettabili e impongono una battaglia in Parlamento e nel Paese. Non parliamo poi del maggior deficit per finanziare il “superamento” della Legge Fornero, la “flat tax”, il reddito di cittadinanza “double face” e altro ancora: ben oltre cento miliardi annui senza copertura che, prima di essere un problema per Bruxelles, condurrebbero all’insolvenza dello Stato Italiano. Non possiamo che invocare il buon senso e la responsabilità dei governanti, anche per quanto attiene alla correttezza costituzionale, che appare nei 5 Stelle a corrente alternata. Quello che poi il Governo dovesse fare di buono, dovrà essere riconosciuto con la necessaria lealtà politica e senza faziosità.

L’opinione pubblica e le forze di opposizione, chiamate ad una profonda riconversione politica e culturale che le renda utili e credibili, mi pare abbiano tre compiti non rinunciabili. Il primo è la vigilanza e la lotta contro tutto ciò che nuocerebbe al Paese, cancellando gli importanti passi in avanti compiuti dal 2014. Il secondo, di fronte alla evidente debolezza del sistema politico, scegliere di portare avanti una riforma costituzionale nel senso del semipresidenzialismo alla francese ( elezione popolare del Presidente con ballottaggio seguita dall’elezione del Parlamento con collegi uninominali e ballottaggi) : non solo perché sembrerebbero esserci le condizioni, visto che da Salvini all’intero centro-destra tutti sembrano volerla. Ma anche perché introdurrebbe un forte istituto di unità nazionale per aiutare tutti a riscoprire nella Patria, come ha bene scritto Giovanni Cominelli, la casa comune.

Il terzo compito è tenere alta la bandiera di un nuovo inizio dell’Europa, nel senso sostenuto da Macron, anche se il momento è assai difficile, sia in Italia che in Europa. Solo una sovranità della democrazia politica europea può consentire all’Italia ed agli altri Stati convergenti la sicurezza e lo sviluppo economico e sociale nella misura che la sola dimensione nazionale non è più in grado di garantire.

Luciano Iannaccone

 

 

 

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