Vero e falso patriottismo, di Luciano Iannaccone


 

Il primo problema per Di Maio e Salvini, protesi al governo, sarà di come salvare la faccia (e i voti) quando dovranno rimangiarsi molte promesse di tanta spesa pubblica in più e meno tasse, che, come è noto e documentato, manderebbero rapidamente in fallimento le Stato italiano.

Il modo più intelligente (è un consiglio gratuito) sarebbe quello di annunciare che, prima di mantenere in tutto o in parte le promesse, bisognerà procedere, per verificare le risorse disponibili, ad una rigorosa “spending review”. Essa tra risparmi e  lotta agli sprechi ed ai privilegi dovrebbe comprendere in particolare   il taglio dei costi degli organi costituzionali, che godano o meno dell’autodikia, cioè del diritto a pronunciarsi essi stessi sui ricorsi contro i propri atti amministrativi (diritto in forza di leggi e regolamenti, che non sono immodificabili). E’ qui che trova il suo giusto posto il “taglio” dei vitalizi degli ex parlamentari, promossa dalla proposta Richetti, approvata dalla Camera ma non dal Senato. Ma non si tratta solo e tanto dei privilegi degli ex parlamentari, bensì  del contenimento significativo e complessivo dei costi generali e del personale apicale o meno, nella linea del “tetto” fissato dal governo Renzi per un triennio agli emolumenti apicali e ora scaduto. Una battaglia che, se condotta con severità ma senza facile demagogia,  vedrebbe unito tutto il Parlamento e sarebbe ben giudicata dai cittadini. I quali forse potrebbero almeno in parte rassegnarsi alle “promesse da marinaio” su tante erogazioni in più e tasse in meno.

 

Ma c’è un secondo fronte su cui un futuro governo, da chiunque composto, non potrà fare il “pesce in barile”. Si tratta della scelta tra un Europa con una nuova e più forte unità, quello proposta da Macron e contenuta nell’accordo di governo a Berlino, ed un sostanziale rifiuto che porterebbe ad un assemblearismo rinunciatario ed inconcludente, gradito ai Paesi est-europei del patto di Visengrad ed agli otto del nord, Olanda in testa, scesi a loro volta il campo.

Per ora, in nome del patriottismo, in Italia c’è chi respinge una nuova e più forte unità europea: in difesa dell’Italia  non si accetta un Europa più forte. Così nei giorni pari Matteo Salvini, che è passato da “Roma ladrona” alla denuncia patriottica dell’Europa nemica degli interessi nazionali. Intendiamoci, la lotta alla burocrazia europea, quando renda più difficile il lavoro e la vita di tutti, è cosa sacrosanta, ma non si possono confondere eurocrati di Bruxelles ed Europa, così come burocrazia romana ed Italia, quella lombarda e Lombardia. Come pure la difesa degli interessi nazionali contro forzature ed egoismi di altri Stati è necessaria, ma proprio per conquistare una unità più vera ed equa.

Quanto a Di Maio, il giovanotto celebra la nuova Italia a 5 Stelle e ogni volta trova toni nuovi per additare nel loro programma ( continuamente variabile a seconda dell’auditorio)  la panacea di tutti i mali. Di referendum sull’euro non si parla quasi più, va bene anche l’Europa, ma non dice quale, basta che tutti continuino a  votarlo:  i cittadini alle elezioni e gli altri partiti in Parlamento,  insediandolo al governo. La disinvoltura al potere, pronta a tuonare nuovamente contro l’Europa che rilevasse l’impraticabilità economica e finanziaria del programma a 5 stelle.

Insomma un “patriottismo” molto variegato, con due bersagli e un obiettivo. Il primo bersaglio è l’Europa dei vincoli e degli interessi stranieri che avrebbe impoverito l’Italia. Il secondo sono quanti si ostinano a parlare di un Europa più unita e più forte, insensibili al disagio diffuso ed impermeabili all’orgoglio nazionale. L’obiettivo: dare la colpa all’Europa per le proprie promesse inattuabili.

 

Ma i fatti sono testardi e ce ne sono due che si incaricano di smentire senza e senza ma la narrazione autarchica di Salvini, ispirata a “L’Italia farà da sé” di Carlo Alberto (e del ventennio, e ora anche di Claudio Borghi ed Antonio Socci). Il primo attesta senza equivoci che è stata l’Italia, in un ventennio con epicentro negli anni ottanta del secolo scorso, a condannarsi ad un gigantesco debito pubblico, lascito ingrato alle generazioni future, con l’esplosione della spesa pubblica corrente (non raramente mascherata da spesa di investimento), che ha gravemente intaccato il patrimonio umano, economico e civile che il cosiddetto “miracolo economico” aveva costruito nel ventennio precedente. Politica clientelare di governi e partiti, costi indebiti della politica e delle istituzioni, sprechi ed assistenzialismo profusi con doti di fantasia degne di miglior causa, il dilagare del pubblico come manifestazione di inefficienza e di spreco mentre si teorizzava il “salario variabile indipendente”. Le voci di Amendola e Andreatta, di Lombardini e Malagodi, di Carli e Lama, che in modi diversi denunciavano l’avvelenamento dei pozzi, furono quasi solitarie in un contesto in ben altre faccende (talora di alta politica) affaccendato. Ed il completamento dell’unione europea con l’euro apparve per questo come la grande opportunità per la società italiana di tornare su un sentiero diritto, da cui aveva deviato, attraverso politiche di efficienza e di produttività. Una opportunità mancata nel primo decennio di questo secolo.

 

Il secondo fatto sta nella vicenda di questo inizio di secolo, segnato dalla crisi mondiale del 2008: quest’ultima ha reso gli Stati europei del nord più esigenti e talora ingiusti verso quelli del Mediterraneo e verso l’Italia in particolare, per i timori legati alla sua importanza dimensionale e al suo altissimo debito pubblico, risalito vertiginosamente dal 2008 dopo lo sforzo precedente dei governi Prodi per riportarlo vicino al 100% del Pil. I necessari vincoli di bilancio non si sono saldati con una politica anticongiunturale europea di investimenti strategici e diffusi, mentre il surplus della Germania lievitava. Tutto vero, ma soprattutto la crisi e la fase positiva susseguente hanno evidenziato che per governare in modo espansivo e socialmente equo la crescente globalizzazione ( non solo economia, investimenti, lavoro e fiscalità, ma anche difesa, confini, clima) la sovranità dei singoli Paesi europei è impotente: o essa passa in parte all’Europa (che non è sopra di noi, ma siamo tutti noi) o non è. Così Macron, che ha il merito di aver posto la scelta come epocale e necessaria, così il nuovo governo tedesco  appena formato, così altri fra cui finora l’Italia, a cui Francia e Germania chiedono di mettersi alla testa con loro in questo nuovo inizio dell’Europa.

 

Per il sedicente patriottismo autarchico di Salvini e compagni, tutto ciò appare come un tradimento degli italiani e della loro storia. Ma i veri traditori dell’Italia e della sua storia sono loro, la loro ignoranza e il loro calcolo. La storia d’Italia è quella di un popolo che, anche molto prima della sua moderna indipendenza ed unità, ha trovato nell’Europa e nel Mediterraneo il proprio “ubi consistam”, da Roma repubblicana ed imperiale al Rinascimento. E i protagonisti dell’indipendenza e dell’unità italiana hanno avuto in comune, al di là di radicali contrasti su come “fare l’Italia”, la visione italiana dell’Europa e la visione europea dell’Italia. Dall’internazionalismo di Garibaldi alla visione di popolo di Mazzini con la “Giovane Italia” e la “Giovane Europa” fino al federalismo ed agli Stati Uniti d’Europa di Carlo Cattaneo e all’europeismo “ante litteram” di Cavour. Un europeismo, il suo, che come lo Stato nazionale è condizione per la costruzione di una società libera, aperta e inclusiva. Quella che egli, che riuscì a fare dell’unità italiana una grande questione europea, ha così descritto: “Io reputo che non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia d’aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all’indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali di un Cromwell; ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario”. L’europeismo di Cavour mira, come l’indipendenza e l’unità italiana, a promuovere la libertà economica, politica e religiosa che unisce regioni e popoli nel progresso civile e sociale. Ed è così che l’Europa l’ha riconosciuto.

 

Fu poi fra altri Luigi Einaudi, mentre la tragica grande guerra volgeva al termine, a riproporre nel 1918 (a gennaio, un secolo fa) quanto da lui già prospettato anni prima, e cioè il grande obiettivo di una vera Unione europea a cui era necessario conferire quote significative delle sovranità nazionali. Il tema degli “Stati Uniti d’Europa”fu ripreso dall’esilio da don Luigi Sturzo e poi dal “manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Nel secondo dopoguerra l’Italia fu con De Gasperi in prima linea nella progressiva costruzione dell’unità europea e tanti altri dopo di lui da Gaetano Martino a Mario Draghi, che ha saputo mostrare la capacità decisionale di un vero europeismo. E molti ancora dovrebbero essere ricordati.

 

 

Naturalmente sappiamo benissimo che per Salvini (e Di Maio) le figure che abbiamo evocato sono personaggi minori a loro confronto: ce ne faremo una ragione, consolati dalla certezza che “raglio d’asino non sale  in cielo”. Ma resta il fatto che la grande tradizione politica, culturale e civile italiana ha visto nell’Europa una condizione di attuazione della nostra storia e della nostra identità di popolo e di nazione libera e democratica. E che quindi la scelta di dare dimensione europea a quella parte di sovranità nazionale che altrimenti diverrebbe  illusoria, assieme ad una rinnovata capacità decisionale della società e della politica liberale, porta  a compimento, alla luce delle nuove urgenze poste dalla globalizzazione, un lungo processo nazionale ed europeo.

Fuori da questa tradizione e da questo sentire troviamo l’Italia del municipalismo deteriore da una parte e il ventennio fascista dall’altra, che non seppe rielaborare il lascito di Roma se non in termini teatrali e caricaturali da una parte ed aggressivi dall’altra. Anch’esso però, nella sua obbligata autarchia, si colloca a livelli ben più alti (o comunque assai meno bassi) rispetto agli attuali imbonitori:  la tragedia che finisce in farsa.

Quello che è decisivo contestare è l’abuso di titolo: Salvini e compagnia, se non cambiano registro, non sono patrioti, ma la mistificazione caricaturale del patriottismo. Quello vero, fatto di storia e di protagonisti che ho sommariamente ricordato, è esattamente il contrario. E tra Cavour e Di Maio, tra Salvini e De Gasperi la scelta non mi parrebbe particolarmente difficile.

 

Luciano Iannaccone

 

 

 

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