La vera sfida di Salvini e Di Maio, di Giorgio Armillei


Su il Foglio di lunedì 12 marzo Claudio Cerasa supera sé stesso nell’analisi della situazione del PD. Si supera ma non tira le fila del ragionamento, si ferma prima dell’ultimo passaggio. Lo si può intuire in filigrana: ma chiaro e netto come la lunga analisi no, si fa fatica a vederlo. Tre sono le strade oggi davanti al PD. La prima è quella rifiutata da Martina: il PD trova una qualche forma di composizione con il M5s, elaboriamola come vogliamo ma in sostanza si tratta di un accordo tra PD e M5s. La seconda è quella degli eredi della “ditta”, dentro e fuori del PD. È ora che il PD torni a fare il partito di sinistra, socialdemocratico, inclusivo, insediato socialmente, non vecchio ma insomma erede di qualcosa e non nuovista. La terza, quella evocata e non argomentata da Cerasa, vede ormai il PD nel 2018 come il primo passo verso qualcosa di nuovo, in risposta all’allineamento bipolare ancora in formazione sul piano del sistema dei partiti. E dunque alternativo al populismo sovranista del M5s e della Lega.

Populismo di sinistra, socialdemocrazia e nuovo liberalismo sono le tre prospettive. Cosa fare dunque, andando oltre le dispute di breve periodo tra ex DS ed ex Margherita, come giustamente chiede Salvatore Vassallo? Il tentativo di confezionare una risposta deve infatti cercare di mantenere un livello elevato di freddezza e tenersi alla larga dalla delusione e dall’amarezza. I sentimenti fanno parte di questa storia ma solo con i sentimenti questa storia non si cambia.

Il populismo di destra e quello di sinistra hanno in realtà molti punti di contatto. Sono molte anche le diversità ma i primi sono superiori alle seconde. Pensiamo ai recenti voti parlamentari sulla riforma costituzionale, sulle politiche degli accordi commerciali, sulle politiche istituzionali e finanziarie dell’Unione europea, sulla politica estera. Oppure al No al referendum costituzionale Renzi-Boschi. Tutti ambiti nei quali l’allineamento tra Lega e M5s è stato totale, in Parlamento come nei media. Anche gli elettorati la pensano in buona parte così. Legarsi dunque con formule più o meno flessibili al M5s significherebbe per il PD semplicemente ingrossare le fila del populismo di sinistra. Si può fare, in una democrazia parlamentare proporzionalistica le coalizioni si fanno sulla base dei risultati e delle combinazioni possibili, ma bisogna dire che questo si vuole fare.

La socialdemocrazia ha oggi il volto del novecento. Può essere il volto che gode del “momentum” Old Labour o quello triste della dissoluzione francese. Sempre di un volto del novecento si tratta e di un volto, occorre non dimenticarlo, ad oggi comunque perdente. Considerare dunque Renzi e il renzismo come una parentesi “marziana” e legarsi alle formule riverniciate della “ditta” – rinunciando persino agli assunti di base del PD nato con Veltroni – significa fare la fine di Hamon.

Cosa fare dunque per evitare di imboccare la strada della sindrome populista o quella della malinconia socialdemocratica? Qui le risposte di Cerasa non sono sufficienti. Non basta infatti tornare al 3 dicembre 2016. Non basta riprendere in mano (chi lo dovrebbe fare tra l’altro?) la bandiera della trasformazione governante del sistema istituzionale italiano: una bella riforma semipresidenzialista con annessa riforma elettorale, all inclusive, e torniamo al voto per un liberante “chi vince governa”. Non basta perché non serve a evitare al PD i primi due scenari; non basta perché non si vedono all’orizzonte le coalizioni che dovrebbero votare queste cose in parlamento; non basta perché la sfida non è più (solo) quella che il paese si porta dietro da 35 anni, darsi cioè regole istituzionali funzionanti da democrazia governante.

La sfida si sta facendo anno dopo anno più grande, più larga, più minacciosa se vogliamo. E non è solo la sfida su come far funzionare l’Unione europea, una cosa per niente secondaria. Non a caso Salvini, Grillo, Farage, Orban e via dicendo sono tutti da una stessa parte della barricata, con toni diversi ma politicamente alleati, come mostra la visibile soddisfazione per i reciproci successi. È la sfida del rilancio della democrazia liberale, quella messa in discussione dallo spazio conquistato dai Putin e dai Xi Jinping, dall’appeasement di Sarkozy, dal sofferto contenimento di Trump da parte di istituzioni politiche nate sì per mettere ambizione contro ambizione, potere contro potere e quindi difendere libertà e diritti fondamentali, ma pur sempre dotate di una soglia di sostenibilità.

A fronte di questa sfida il PD non basta più, la riforma costituzionale non basta più, pur restando una condizione essenziale per far funzionare la politica, il Jobs Act non basta più, la legge Fornero non basta più. A fronte di questa sfida l’appoggio al M5s o la restaurazione socialdemocratica impallidiscono per inadeguatezza strategica e sproporzione storica. Il PD – non da solo – dovrà sacrificarsi per far nascere un progetto politico di attualizzazione della democrazia liberale, ponendosi all’opposizione delle coalizioni sovraniste e populiste che in forme diverse hanno vinto le elezioni di domenica 4 marzo. Un’opposizione che conta poco meno del 50% degli elettori. Ne vale la pena.

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