Prima del 5 marzo 2018, di Giorgio Armillei


Proviamo a fare una temeraria riflessione post elettorale due giorni prima del voto. Sopravviverà il PD a Renzi? Così qualche anno fa Beppe Tognon in uno dei nostri incontri landiniani a Camaldoli, in pieno momentum renziano. Era da intendersi come un: resterà in piedi il PD con un leader come Renzi? Oggi la stessa domanda si ripropone con una variante: il PD sopravviverà a Renzi o Renzi sopravviverà al PD?

I sondaggi non sono buoni per il PD, nonostante gli stop and go e le inevitabili incertezze. Il PD è il secondo partito nella classifica dei risultati sulla quota proporzionale alla Camera. Il gruppo parlamentare del Movimento 5 stelle è il più numeroso alla Camera e se la gioca con il PD al Senato. La coalizione di centrodestra ha la maggioranza relativa dei seggi sia alla Camera che al Senato. Non è chiaro se una coalizione PD – Forza Italia più cespugli disponga dei numeri per fare una maggioranza. E comunque non è difficile poi immaginare una deriva centrifuga di pezzi di ceto dirigente PD indisponibili ad alleanze di grande coalizione con il centrodestra, nonostante l’accurata selezione dei candidati e il controllo di Renzi sulle liste.

Una specie di GroKo è però il sogno dei riformisti del PD. Ma la GroKo all’italiana, ammesso che ci siano i numeri, può stare dentro due diversi schemi. Il primo all’insegna della continuità, business as usual: si tenta per così dire di ripartire dal via, un’impresa piena di rischi. Ripartire dal via vuol dire pronosticare uno stallo post-elettorale: e fin qui ci siamo. Dallo stallo alla costruzione di governi a mandato presidenziale il passo è breve. Una GroKo senza nessuna primazia porta dritto al primato del Quirinale. E anche fin qui il pronostico è plausibile. Il ripetersi di esperienze di governi a mandato presidenziale condurrà “funzionalisticamente” il sistema all’apertura di una nuova stagione costituzionale: se governi presidenziali debbono essere, allora che lo siano con la piena responsabilizzazione politica del Presidente della Repubblica e con i dispositivi costituzionali del caso. Questo terzo step – cuore della strategia continuista – è però del tutto aleatorio. Lo schema della continuità rischia dunque la politica dei due tempi: il primo ad esito certo, il secondo ad esito incerto.

Il secondo è lo schema della discontinuità: la rupture. Parte da una scomposizione e dal successivo riallineamento. Il secondo tempo deve cominciare subito e non essere dunque un secondo tempo. Globalizzazione ed evoluzione dell’Unione europea hanno sovvertito il quadro della politica del Novecento costruito sugli assi del controllo del mercato e del bilanciamento tra libertà e doveri. Il PD è stato concepito come una forma innovativa di partito dentro quel quadro. Insomma, un partito per una nuova politics ma per un vecchio menù di policy. Quel quadro si sta scongelando e viene sfidato da una nuova polarizzazione tra apertura e chiusura, tra globalizzazione e protezionismo, tra unionismo e sovranismo.

C’è dunque una nuova frattura che si va formando e che sta assumendo una posizione di supremazia rispetto alle altre, che pure non scompaiono del tutto. Una frattura che nasce intorno a un conflitto sempre più forte, sempre più radicato e che si va stabilizzando. I primi segni elettorali di questa frattura risalgono al referendum francese che bocciò il trattato costituzionale europeo. Tony Blair mise chiaramente in luce questa trasformazione già alla fine del suo mandato nel 2007. Il segno più clamoroso venne poi nel 2016 con Brexit e Trump. Gli ultimi sono emersi l’anno scorso, ancora in Francia, con le elezioni presidenziali e per qualche verso anche nel referendum costituzionale italiano del dicembre 2016.

La strategia elettorale del PD ha per la verità identificato la formazione di questa linea di frattura. Tre sono però le incertezze. Innanzi tutto, la frattura diventa comportamento elettorale non per deduzione logica ma perché conquista il cuore degli elettori. In secondo luogo, se anche la frattura anticipasse una disponibilità “affettiva” a nuovi comportamenti elettorali, non disponiamo né di un soggetto né di un sistema politico strutturati per muoversi secondo la sua nuova logica. E infine la traduzione della linea di frattura impone di confezionare un’offerta di policy che chieda non solo più Unione europea ma soprattutto una diversa Unione europea.
Vale la pena dunque provare a indurre uno shock nel sistema per accelerare la traduzione della frattura in un sistema politico il più possibile coerente. Ciò che serve a sinistra è un big bang, magari cominciando dalle città che si propongono come motore della crescita e come sistemi territoriali in grado di aggregare il fronte dell’apertura e della globalizzazione. Si tratta di uno spazio che nessuno sta cercando di occupare seriamente. Reform centrism lo chiama The Economist: meno stato, più città e reti di città con strumenti di governance flessibili. Non basta dunque cambiare le regole e non basta cambiare i soggetti. Occorre anche ridislocare e ri-dimensionare i livelli di governo.

Il quadro europeo non aiuta: la sinistra un tempo di governo non è riuscita ad aggiornare la terza via degli anni Novanta e si dimena tra irrilevanza e rigurgiti protezionisti, anche quando vanta successi elettorali come l’Old Labour di Corbyn e il suo transformative socialism. Macron è invece l’unico che pur dentro uno schema tutto francese ha cercato di tradurre in offerta politica il nuovo allineamento degli interessi in scomposizione e ricomposizione. Non a caso in Francia i vecchi riferimenti politici dei moderati sono in grande difficoltà, per non parlare del FN e dei socialisti, e i sovranisti di destra e di sinistra si sono ritrovati accomunati nella sconfitta. L’operazione non si è realizzata in modo pieno e accanto alla frattura tra apertura e chiusura persiste un’aggregazione più tradizionale che mette insieme una parte dell’elettorato centrista con una parte dell’elettorato tradizionalmente socialista. Ma le appartenenze di provenienza sono state incrinate da una proposta dirompente lungo un asse che non corrisponde più né alla vecchia divisione di classe né a quella ideologica.

Ecco il lato importabile del macronismo. Non si tratta di provare a macronizzare il sistema costituzionale, impossibile sotto il profilo della politics – la sinistra italiana non ne ha mai voluto sapere dell’architettura istituzionale della V repubblica – e neppure sempre sostenibile per quello delle policy. Si tratta di provare ad andare – macronianamente – oltre il paradigma del PD così come lo conosciamo. Andare oltre vuol dire scalzare il vecchio bipolarismo tra destra e sinistra, abbandonare la litania della sinistra che deve tornare a fare la sinistra, sposare il linguaggio del cambiamento che viene dalle realtà urbane e puntare a un’Unione Europea fatta di poteri efficaci e non di stati pseudo sovrani né di statalismi a dimensione continentale.

Non farlo significa restare intrappolati e guardare gli altri vincere. Il PD di Renzi oscilla tra una tentazione neo-dorotea, una sempre più flebile percezione della necessità di una rottura e la rassegnazione verso quella che appare come una combinazione sfavorevole di condizioni. In questi anni ha ospitato slanci coraggiosi, battute d’arresto, maggioranze spurie, errori a ripetizione, politicismo e opportunismo. Ora rischia di avere gruppi parlamentari allineati e coesi ma non sa più per fare cosa e con chi. Senza discontinuità forti che prendano atto di tutti questi mutamenti di scenario, la domanda provocatoria di Beppe Tognon con cui abbiamo cominciato questo pezzo rischia una risposta: né Renzi né il PD sopravviveranno.

1 Comment

  1. Luca ha detto:

    Molto bene!

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