Verso un governo “a prescindere”?


da “HuffPost”, di Luca Diotallevi

http://www.huffingtonpost.it/luca-diotallevi/verso-un-governo-a-prescindere_a_23327574/?utm_hp_ref=it-homepage

Tutte le ultime legislature erano state annunciate come costituenti. Sarebbe ingenuo, o superficiale, pensare che non lo siano state. Le riforme, infatti, si fanno in molti modi: alcuni visibili, altri molto meno visibili. In quest’ultimo caso l’ombra o le luci abbaglianti cui si ricorre servono a ostruire lo sguardo e attenuare il controllo dei cittadini e di chi li rappresenta politicamente. Per questo tipo di riforme non si danno né annunci né referendum.

Con la fine della legislatura si è compiuto un altro passo verso una inedita forma di governo. Si è compiuto un altro passo verso qualcosa che si potrebbe amaramente definire un “governo a prescindere”. Verso un governo a fiducia presidenziale; verso un “governo parlamentare senza parlamento” in una sorta di “presidenzialismo senza elezioni”.
Il passo avanti nella direzione del “governo a prescindere” è stato compiuto – scelta senza precedenti – evitando che Gentiloni si dimettesse in concomitanza dello scioglimento delle Camere, della campagna elettorale e di nuove elezioni. Il vertice è stato toccato in queste ultime ore con una definizione di “affari correnti” e “ordinaria amministrazione” da parte dello stesso governo interessato che agli uni e all’altra dovrebbe attenersi.
Che bisogno c’era di questo atto se l’operazione “governo a prescindere” era perfettamente costituzionale, come si sosteneva a gran voce?

Quella dei limiti della azione di governo a Camere sciolte può essere considerata nella sostanza materia da semplice direttiva di Palazzo Chigi? A chi, quando, come Gentiloni ne risponderà?

Come mai questa definizione di “ordinarietà” viene spiegata dai suoi sostenitori con riferimento alla “eccezionalità” del momento?

Non stona neppure un po’ che questa sopravvivenza “a prescindere” di un governo formalmente “parlamentare” viene giustificata anche con la elevatissima probabilità che le elezioni non producano maggioranze, quando queste elezioni si svolgeranno con una legge elettorale sulla quale questo stesso governo ha posto la fiducia? Ciò facendo non si offre una preziosa indicazione (e un precedente) a ogni futuro governo che voglia sopravvivere “a prescindere”? Basta che questo governo faccia approvare una legge elettorale che rende difficile la formazione di maggioranze e il gioco è fatto.

Con la invenzione del governo Gentiloni come “governo a prescindere” si è compiuto un ulteriore passo in una direzione intrapresa da tempo dal “partito” che dalla fine degli anni ’80 si oppone a riforme istituzionali ed elettorali il cui effetto sia quello di riconsegnare lo scettro politico all’unico principe democratico: l’elettorato. I primi passi furono quelli di Scalfaro nel 1994. L’operazione a suo modo emblematica resta quella con cui Napolitano, prima di conferire a Monti l’incarico di formare un governo, nominò lo stesso Monti “senatore a vita”, sottraendolo così a priori e per sempre al dovere democratico di rispondere agli elettori del proprio operato politico.

Alcune decisioni della Corte Costituzionale hanno dato un grande contributo a questo disegno, così come il conatus in suo proprio esse perseverandi di tanti parlamentari. Un conato che non mancherà neppure nel prossimo parlamento, come assicura un protagonista di questo progetto come l’on.le Verdini. Del resto, non si dimentichi neppure che il passo più recente verso il “governo a prescindere” è stato compiuto al termine di una legislatura che per la prima volta ha visto tutti i principali leader politici fuori dal Parlamento (Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo).

Il progetto del “governo a prescindere” manifesta così la verità della ideologia della “centralità del parlamento”. Questa retorica è servita solo a contrastare (populisticamente) una domanda che da decenni proviene dalla larga maggioranza dei cittadini: la richiesta di poter contare come nelle altre democrazie nella scelta del titolare del potere esecutivo.

Nel frattempo, al coperto di questa retorica, si è lavorato costantemente all’allargamento degli spazi di manovra del Quirinale, ovvero di un potere immaginato e che tuttora si presenta come super partes e meramente arbitrale. Il progetto del “governo a prescindere” è avanzato dapprima sconfiggendo Berlusconi e alla fine annettendosi Renzi e il Pd (partito nato invece per sostenere e sfidare con la propria vocazione maggioritaria la vocazione maggioritaria originaria del centro-destra di Berlusconi e dunque per assicurare all’Italia una democrazia competitiva e governante).

Renzi aveva sì cominciato spostando virtuosamente il baricentro politico dal Quirinale a Palazzo Chigi, ma poi – e già prima del 4 dicembre dello scorso anno – ha cambiato rotta (poco importa se per interessi, errori o incapacità) finendo così in una palude dalla quale non sembra più neppure voler uscire.

Personalmente ho qualche dubbio sulla costituzionalità della operazione che fa sopravvivere Gentiloni come “governo a prescindere”. Tuttavia credo che ammettere (senza concedere) che non si sia in presenza di alcuna violazione della lettera della Costituzione aiuta a comprendere quanto sia urgente una riforma della stessa in chiave presidenziale.

Infatti, anche i sostenitori del “governo a prescindere” sostengono ormai apertamente una tesi affine a quella dei democratici riformisti: l’esecutivo di un paese come il nostro ha bisogno di una legittimazione che un parlamento e una legge elettorale come gli attuali non possono dargli.

Ora, però, a questo problema si può rispondere in due modi. Uno è quello del “governo a prescindere”, progetto che implica un Quirinale formalmente arbitro e sostanzialmente giocatore. Un altro modo, di segno opposto nel merito e nel metodo, è quello di riforme trasparenti che ci assicurino una forma di governo presidenziale o semipresidenziale (con il corredo di una legge elettorale maggioritaria).

Gli esempi che potrebbero essere fatti a sostegno di questa alternativa al progetto del “governo a prescindere” sono tanti ed eclatanti: l’ultimo ci viene dalla Francia di Macron. Il sistema dei partiti francese non è oggi meno frammentato di quello italiano, anzi. Macron, il più votato al primo turno, prese un 24% dei voti che in Italia lo porrebbe sul piano del Pd e molto al di sotto di M5S e centro-destra.

Il “doppio turno”, tanto per il presidente che guida dell’esecutivo quanto per i parlamentari, ha però virtuosamente costretto chi voleva vincere a prendere il 51% e gli elettori a votare con realismo più che con rabbia. Il risultato di un assetto istituzionale come quello è una Francia resa politicamente stabile dagli elettori e non dal “palazzo”.

Perché mai un elettore italiano il 4 marzo dovrebbe sforzarsi di votare razionalmente? Tanto il governo c’è, “a prescindere”. Che altro potrà fare l’elettore italiano il 4 Marzo, se non semplicemente sfogarsi? E, sfogandosi, non farà altro che fornire nuovi argomenti alla retorica del “governo a prescindere”. (O l’elettore deve sentirsi tranquillizzato dalledichiarazioni rese da Gentiloni a Fabio Fazio?)

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