LA  NOTTE BUIA DI FERRUCCIO DE BORTOLI di Luciano Iannaccone


 

Stefano Ceccanti | landino.it

I commentatori politici italiani “schierati” si dividono in due categorie. La prima comprende quelli che non fanno mistero del loro posizionamento, sia “pro” o “contro”. I secondi vogliono apparire neutrali: a tal fine alcuni bacchettano ogni schieramento, considerandoli “tutti eguali” nei  programmi elettorali. Essi sono così assimilabili, ma naturalmente solo e soltanto su questo specifico punto, al grande Schelling che Hegel accusava di proporre una visione indifferenziata del reale, simile alla “notte in cui tutte le vacche sono nere”. In tal modo,  sostenendo che tutti  sono lontani dalla necessaria serietà e concretezza, inducono a pensare che, se le cose stanno così, meglio votare per chi promette di più e meglio, magari qualcosa di buono arriverà.

Mi pare che Ferruccio De Bortoli, con il suo intervento su “La fragilità italiana sul debito pubblico” sul “Corriere della Sera” del 30 dicembre, tenda a militare in questa categoria, come sintetizza l’occhiello “Gli sfidanti alle prossime elezioni sono per fare più deficit, anche riducendo le tasse, e tentare di crescere di più. Per i conti dello Stato, nessuna terapia”.

La pietra di paragone, scrive De Bortoli, è il “fiscal compact”, votato dagli Stati europei nel 2012 e destinato ad entrare, nelle forme che verranno definite, nell’ordinamento comunitario nel 2018. Esso prevede il pareggio strutturale di bilancio di ogni Stato membro e l’impegno ad eliminare in vent’anni la parte di debito pubblico che eccede il 60% del Prodotto interno lordo, il che significherebbe per l’Italia azzerare complessivamente un debito eccedente pari a più del 70% del Pil con una riduzione ogni anno di un ventesimo di questa eccedenza. Vero che nel 2012 questo impegno, nelle drammatiche turbolenze finanziarie e dello spread, è stato approvato da tutto il parlamento, Lega Nord esclusa. Vero che negli anni successivi, accanto ad un impegno di risanamento di cui dirò, è mancato un risultato più netto nella riduzione della spesa pubblica corrente, soprattutto per la coriacea ed indecente (anche e soprattutto ai piani alti degli appannaggi pubblici) resistenza degli interessi toccati. Vera “la fragilità italiana sul debito pubblico”, su cui l’Italia, indipendentemente dall’esistenza o meno del “fiscal compact”, non può ritardare ad intervenire. Ma gli sfidanti di oggi alle elezioni italiane sono tutti uguali ?

 

Qui la denuncia di De Bortoli comincia a mostrare la corda: “Tutti sono per fare più deficit, anche riducendo le tasse, e tentare così di avere più crescita”. Tutti chi ? Certamente i 5 Stelle, che lo hanno teorizzato  e che aumenterebbero il deficit, con le loro proposte elettorali, di più del 5% del Pil, portandolo così intorno al 7%. Sicuramente  Berlusconi e Salvini, le cui proposte sommate  (minimo pensionistico universale a 1000 euro, flat tax senza compensazioni, abrogazione della Fornero ed una miriade di piccole promesse, dal bollo auto alle dentiere  gratuite e quant’altro ancora) valgono  più del 5% del Pil e porterebbero il deficit complessivo non lontano dal 10% del Pil. Niente da dire, caro De Bortoli, su queste enormità ? E soprattutto come può affermare che “tutti”, quindi anche il Pd ed i suoi alleati, “sono per fare più deficit” ?

 

 

Contro questa inaccettabile generalizzazione stanno i risultati ed i propositi dei governi Renzi e Gentiloni, che il Pd rivendica facendone il perno della propria proposta elettorale: dal 2014, pur promuovendo la crescita, si è  ridotto  il deficit di più di un punto percentuale, portandolo sotto il 2% e stabilizzato il debito, cresciuto in percentuale vertiginosamente negli anni immediatamente precedenti per il calo del Pil, portandolo dal 131,8% del 2014 al 131,6% del 2017  al 130,5% (dati Confindustria) previsto per il 2018. E ciò pur in presenza di un’inflazione fino al 2016 quasi nulla e quindi non cooperante alla riduzione percentuale del debito. E  sono state rilanciate economia ( Pil + 4% dal 31/13/2013 al 31/12/2017) ed occupazione con un milione di posti di lavoro in più. Come si può descrivere questa politica come “fare più deficit”? E come si può assimilarla  a quella dei partiti avversi, che infatti promettono di sostituirla con un’altra ?

 

Quanto al “Fiscal compact”, deve essere concepito non come una mannaia. ma come una direzione in cui avanzare attraverso   una dinamica di crescita di pil e di occupazione,  dato che il  debito cresce per il deficit di bilancio e diminuisce percentualmente per la somma di incremento del Pil e di inflazione. Occorre che il deficit, pure se in progressiva discesa, non sia bruscamente eliminato perché i contraccolpi negativi sul Pil sarebbero maggiori dei vantaggi. E’ il “sentiero stretto” sui cui hanno camminato i governi Renzi e Gentiloni, sotto la direzione tecnica di Padoan e su cui finalmente i progressi accelerano. Se nel quinquennio che ci attende la somma di inflazione ed incremento del Pil fosse mediamente del 3% annuo e il deficit medio annuale fosse tra l’1% e l’1,5%, con la conferma della progressione in atto del pil ed un leggero aumento dell’inflazione il debito scenderebbe dal 131,6 di fine 2017 al 119,2% di fine 2022, cioè del 2,5% annuo. Meno del 3,5% nominale medio ventennale previsto dal “fiscal compact”, ma comunque un cambio di marcia notevolissimo innestato della politica economica di questi anni. E rimane inoltre l’opportunità da utilizzare, a discesa del debito risolutamente imboccata, di un intervento straordinario sul patrimonio pubblico, che riduca ulteriormente il debito.

 

Questo percorso deve però saldarsi con quello di un nuovo inizio dell’Europa, la quale tragga dalla cessione di sovranità degli Stati coinvolti la forza e la legittimazione ( cioè la sovranità) per un indispensabile livello sovranazionale di politica estera ed economico-finanziaria, che promuova in particolare una strategia di rilevanti investimenti privati e pubblici, e con essi sviluppo ed occupazione. Questa fondamentale dimensione manca contenutisticamente nell’accenno di De Bortoli alla “riforma franco-tedesca dell’Unione” che comprenderà sia rigore dei bilanci nazionali che la dimensione di investimenti e sviluppo, finanziati anche con indebitamento sovranazionale ed a cui l’Italia, con il lavoro di questi anni, ha oggi le carte in regola per partecipare. Evidentemente De Bortoli, a differenza di Macron , non ci crede:  dovremo farcene una ragione.

 

Se poi egli, scrivendo che “Tutti sono per fare più deficit” pensa a Renzi ed alla sua proposta del “2,9%”, di cui ho scritto sul Landino il mese scorso, la malizia è evidente. Renzi va giudicato per quanto ha fatto con il governo da lui presieduto, non per una idea avanzata in un libro, aperta alla discussione e che conteneva comunque come punto qualificante una operazione sul patrimonio pubblico per la riduzione del debito. Quindi la consapevolezza della necessità di “una seria discussione sul rientro dal debito” nel caso del governo, del Pd e di Renzi non è affatto “clamorosamente mancata”. La proposta del “2.9%” è oggi felicemente superata dai fatti perché l’obiettivo proposto da Renzi  (una somma di incremento del Pil ed inflazione significativamente superiore al deficit, e quindi una discesa del debito assieme alla riduzione fiscale ed alla maggior crescita), che appariva ancora in fieri in primavera, si è decisamente avvicinato dal secondo semestre 2017 proprio per la capitalizzazione del pluriennale lavoro governativo.

 

“Gli elettori hanno il diritto di sapere le cose come stanno”, “Un po’ di buona volontà e più sincerità. Meno promesse al vento”: sono in totale accordo con De Bortoli sia la proposta politica ed elettorale del Pd che  l’azione concreta dei governi Renzi e Gentiloni, oltre al sottoscritto che conta meno di nulla. Perché non riconoscerlo ? Forse per portare qualche mattone alla linea editoriale del giornale su cui scrive. Guardi che a rendere difficile ai lettori il capire le cose come stanno sono proprio non pochi articoli del suo giornale, in particolare in tema di bilanci di legislatura,   spesso  portavoce della  disinformazione disinformata delle note “stelle” tanto care all’editore.

 

 

Luciano Iannaccone

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