Una critica liberal e federal al “sovranismo” Macron (a partire da un’omelia)


di Luca Diotallevi su “Avvenire” del 16 Dicembre 2017.

Con il suo primo discorso da arcivescovo di Milano in occasione della festa di sant’Ambrogio monsignor Mario Delpini ha aperto uno squarcio nel dibattito pubblico. La semplicità delle parole impiegate non deve ingannare. La ricchezza del loro significato emerge immediatamente, se le collochiamo nel confronto pubblico in corso. Penso, tra l’altro, alle parole pronunciate dal presidente della Repubblica francese Macron alla Sorbona lo scorso settembre.

Quel discorso di Emmanuel Macron è stato celebrato da una grande schiera di commentatori. Alla opinione pubblica è stata presentata l’idea che la scelta di fondo sia ormai tra i sovranismi populisti e la linea proposta da Macron. (Posta così, la risposta non può che essere: meglio Macron). A chi però vuol capir meglio in cosa consiste la differenza tra Macron e i sovranisti, le parole di Delpini offrono uno spunto sinora trascurato.

Jürgen Habermas, tra i primi e i più autorevoli a schierarsi con il presidente francese, ha indicato con precisione la chiave di volta della visione di Macron: la cultura della «sovranità». Al cuore del discorso-manifesto del presidente francese si legge infatti: «Il y a une souveraineté europeenne à construire» (c’è una sovranità europea da costruire). Dove sarebbe allora la differenza tra la proposta dei sovranisti e quella di Macron? Sia quelli che questo, infatti, parlano di sovranità. La differenza sta nel fatto che mentre i primi propongono di ritornare a un ordine imperniato su tanti Stati sovrani, magari frazionandoli ulteriormente, al contrario il presidente Macron propone qualcosa di molto simile a uno Stato di scala europea. Insomma, tra i sovranisti e Macron corre una differenza di scala, non di modello. Ora, se si resta dentro lo stesso modello, tra sovranisti e Macron la scelta è ovvia. In un mondo come quello attuale, nel quale isolarsi è pura illusione, la proposta di Macron è certamente preferibile rispetto a quella dei sovranisti. Ciò nondimeno, almeno al momento, la sua non è una proposta radicalmente diversa da quella degli altri. In queste condizioni, nel confronto in corso tra micro-sovranisti e macro-sovranisti il vescovo milanese ha introdotto il tema dell’«alleanza».

«Alleanza» evoca un paradigma assolutamente opposto quello della «sovranità». È sufficiente ricordare che «alleanza» traduce il latino foeduse che a questo rimanda l’aggettivo ‘federale’. Andando oltre questo indizio si scopre che il paradigma imperniato su berit (ebraico), foedus, alleanza – il paradigma federalista – è teoricamente e storicamente la alternativa al paradigma della sovranità. Vediamo almeno alcune dimensioni di questa alternativa. La prima rimanda direttamente alla diversa matrice teologica dei due modelli. Per dirla nel modo più semplice, il modello della sovranità è scandito dalla successione Dio/re/popolo, il modello federale o ‘dell’alleanza’ è scandito dalla successione Dio/popolo/re. Nel primo modello (radicato nel cristianesimo eretico di Ario) Dio delega il proprio potere a un sovrano plenipotenziario che lo rappresenta in terra. Nel secondo modello Dio offre una alleanza di emancipazione al popolo e a servizio di questa alleanza sono posti pro tempore e sotto condizione tutti coloro che esercitano un potere pubblico. Nel modello della alleanza non ci sono sovrani, ci sono solo ministri (servi). La stessa differenza appare anche nei rapporti interni al popolo. La lingua inglese, ad esempio, distingue con cura il contract (nella sovranità) dal covenant (nella alleanza). Il carattere gratuito e unilaterale delle «decime» cui Delplini invita tutti i milanesi rimanda al covenant, non al contract.

Una seconda importante differenza tra i due paradigmi è che il sovrano è e deve essere solo uno (come nella polis), mentre i ministri della alleanza sono e debbono essere molti (come nella civitas). Infatti, solo se molti e diversi, i poteri dei ministri si limitano anche l’un l’altro ed evitano che qualcuno di essi divenga sovrano (cfr. i «pesi e contrappesi«, i «checks and balances » del costituzionalismo anglosassone). Inoltre, nel modello della alleanza le autorità economiche, religiose, familiari, scientifiche, e via dicendo, hanno la stessa dignità pubblica e lo stesso statuto ‘ministeriale’ dei poteri politici.

Insomma: il paradigma della sovranità è monarchico (anche quando, come in Francia, non c’è alcun re) mentre il paradigma federale o ‘dell’alleanza’ è poliarchico (anche se, come in Gran Bretagna, c’è una regina). Sovranità fa rima con laicità, alleanza fa rima con libertà religiosa. Nel modello della sovranità la qualità di ciò che è pubblico è la neutralità, nel modello della alleanza o federale è la varietà e la responsabilità. Infine, nel paradigma della sovranità la legge dello Stato è il fondamento dei diritti, mentre nel paradigma dell’alleanza o federale la legge non è solo quella dello Stato e tutte le leggi stanno sotto il diritto. Qui il giudice non è chiamato ad applicare la legge, ma a cercare ogni volta e attraverso un confronto pubblico di dire il diritto (iuris dictio).

La lista delle differenze tra paradigma della sovranità e paradigma federale è molto più lunga. Più che completarla, però, è urgente cogliere l’utilità di riconoscerle. Aver presente queste differenze aiuta a capire che, se il nostro futuro sempre più dipenderà dall’esito del cammino che parte della Ceca (la prima Comunità Europea, quella ‘del carbone e dell’acciaio’) e attualmente si chiama Ue, da nessuna parte è però già scritto che questo esito debba avere i caratteri della sovranità. (Finalmente anche nel nostro Paese alcuni tra i quali Sergio Fabbrini hanno cominciato a porre il problema). Richiamare l’opposizione tra il paradigma federale o dell’alleanza e quello della sovranità aiuta anzi a comprendere che le radici di ciò che oggi è la Ue non furono affatto poste sotto il segno della sovranità.

De Gasperi, Adenauer e Schumann le posero in alternativa all’ordine fondato su questo modello e che aveva generato Guerre Mondiali e totalitarismi. È legittimo che vi sia chi, come il presidente Macron, si batte per dare alla Ue connotati diversi da quelli originari. Ed è anche ragionevole che, in presenza di mali peggiori, si faccia causa comune con Macron. Sarebbe però una perdita secca smarrire la coscienza della alternativa tra paradigma della sovranità e paradigma della alleanza o federalista. In questo modo si mancherebbe anche di offrire una sponda al presidente francese nella ipotesi che le sue parole nascondessero una intenzione migliore, al momento ancora impossibile da dire ‘in francese’.

Parimenti sarebbe grave dimenticare che il presente delle aree più dinamiche dei Paesi Ue, da Londra a Milano e alla gran parte della pianura padana, da Amsterdam alla valle del Reno, è tale perché le loro istituzioni sono più affini al paradigma federale che a quello della sovranità. Tanto i dati politici quanto i dati socioeconomici dicono che la proposta di Macron è molto meno realistica di quanto possa apparire. (Davvero si può mettere tutta l’area Euro dentro un unico ‘scatolone statale’? E se mai ci si riuscisse, che ne sarebbe della sua vitalità, della sua varietà, a cominciare dalle sue global cities?).

Ancora, sarebbe grave dimenticare che la schietta matrice ebraicocristiana del paradigma della alleanza o federale non ha mai impedito a non credenti di riconoscervi una prospettiva civile non confessionale, bensì aperta a credenti e non credenti di tanti tipi. Infine, sarebbe grave dimenticare che il magistero del Vaticano II, quello di Paolo VI e dei pontefici che lo hanno seguito, ha insegnato le qualità irrinunciabili del paradigma della alleanza o federale. Basti pensare a quanto è stato insegnato in materia di libertà religiosa e di sussidiarietà orizzontale o alle pagine dedicate da Francesco alla città nella Evangelii gaudium. Perché rassegnarsi al sovranismo? Grande o piccolo che sia. Perché non lasciarsi aprire gli occhi e considerare anche le altre possibilità?

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