Perché il continuismo cattodem non convince


Con il consueto equilibrio dello storico attento ai dettagli e alle dinamiche di sistema, Guido Formigoni torna* su un trittico fondamentale in questa fase di post transizione e di mancato consolidamento: le regole istituzionali, gli allineamenti politici e infine il rapporto tra politica ed economia nel tempo della globalizzazione. L’analisi è accurata ma lo sguardo sembra ancora una volta preda di una linea continuista che sotto traccia attraversa tutto il percorso di una parte del cattolicesimo democratico dalla fine degli anni ottanta in poi. Dall’analisi si giunge così a considerazioni di prospettiva che appaiono poco convincenti. Vediamo più in dettaglio.

Del pregiudizio sulla sovrastrutturalità delle regole istituzionali. Così potremmo chiamare il senso del discorso iniziale di Formigoni. Contano le volontà politiche, le culture politiche, gli interessi politici: le regole sono secondarie e non determinano il destino delle policy. Le cose non stanno così. Non solo non stanno così nella storia politica delle democrazie avanzate ma non stanno così neppure nella cultura del cattolicesimo politico italiano. Dalle discussioni in sede di assemblea costituente alla stagione delle riforme di fine 900 è tutto un susseguirsi di strategie e di decisioni dirette a conformare attraverso le regole istituzionali gli esiti del gioco politico nazionale. E dunque a fare policy con la politics. Sarebbe ben strano concludere che De Gasperi, Elia, Scoppola, Ruffilli hanno perso il loro tempo dietro a questioni sovrastrutturali.

Dell’impossibilità di avere Macron senza De Gaulle. Sarebbe altrettanto strano immaginare, per venire al secondo elemento, un Macron senza le regole istituzionali della quinta repubblica riviste con le riforme del 2000. Senza gollismo costituzionale non avremmo Macron si potrebbe tranquillamente dire. La costruzione di un allineamento politico nuovo tra apertura europeista e chiusura sovranista è stata non solo resa possibile ma in qualche modo fabbricata dagli assetti costituzionali francesi. Tanto che lo stesso allineamento non si riesce a produrre in Italia, nonostante gli equilibri politici e gli orientamenti culturali presentino caratteristiche assai simili, esattamente perché noi non disponiamo di quegli attrezzi istituzionali. O meglio ne dispongono paradossalmente Comuni e Regioni ma non ne dispone il sistema politico nazionale.

Non si tratta quindi di inseguire la ricostituzione di un tramontato spirito ulivista che assai spesso, Formigoni dovrà concederlo anche se non nel suo caso, nasconde l’inseguimento dell’alleanza rocambolesca messa in piedi dall’Unione prodiana nel 2006. Proprio da quel 2006 si è scelto di puntare sul PD come partito dell’Ulivo, così letteralmente Salvatore Vassallo nella relazione di Orvieto: un genitivo oggettivo e non soggettivo. Un partito nuovo e non un PD federazione di partiti, di anime, di culture. Quella scelta ha consentito gli unici (pochi) successi dei governi PD di questa legislatura e da quella scelta deve ripartire il PD. Certo lo scenario è ora diverso: la sconfitta nel referendum e l’ondata populista hanno cambiato le carte in tavola. E tuttavia solo quel modello di PD può dare una prospettiva ai governi della prossima legislatura, governi che saranno strutturati proprio sulla frattura tra apertura europeista e chiusura sovranista e non più soltanto su quella assai indebolita tra destra e sinistra. Governi e maggioranze che non potranno non rimettere in moto processi di riforma costituzionale, guardando proprio al modello francese. Proprio nel senso in cui scriveva Leopoldo Elia nel 1970: “perché dobbiamo eleggere una serie di parlamentari che contano mediocremente e non possiamo invece scegliere un capo del governo nel quale si accentrano i maggiori poteri di indirizzo politico?”.

Non ultimo quel modello di PD può impedire che dalle prossime elezioni esca ancora una volta il solo Berlusconi come leader riformatore e antipopulista. Situazione del tutto inefficace, in considerazione dei rapporti di forza tra liberali e populisti all’interno del centrodestra, e per di più espressione plastica di una totale incapacità di cambiamento e di riforma delle élite politiche del centrodestra e del paese.

Dell’allineamento tra apertura e globalizzazione. Un altro passaggio critico del discorso di Formigoni. Verrebbe innanzi tutto da ricordare come un sindacalista rigoroso come Marco Bentivogli abbia più volte ricondotto all’istinto conservatore di culture e interessi politici la puntigliosa ricerca dei mali della globalizzazione e la meno dettagliata e convincente presentazione dei rimedi. Viva la globalizzazione, dice Bentivogli: ancora una volta ci troviamo di fronte alla frattura tra apertura e chiusura, una frattura che attraversa i vecchi mondi di destra e di sinistra: il voto parlamentare europeo e nazionale sul trattato CETA lo ha dimostrato plasticamente. Non sembra dunque esserci spazio per posizioni di compromesso: o si torna al sovranismo statalista o si riformano e si aggiornano le pratiche e le regole del globalismo istituzionale. Un globalismo fatto di istituzioni economiche, politiche, religiose, scientifiche. Senza primati e senza egemonie. Quella a cui ci richiama Papa Francesco, fuori da scorciatoie populiste o politiciste.

Ecco perché l’analisi di Formigoni non appare convincente. L’indice del libro è quello giusto: regole istituzionali, alleanze e riforme; globalizzazione e crescita. Ma i capitoli sono scritti guardando a una tradizione intellettuale che rischia di consegnarsi alla marginalità, forse vittima dei suoi idoli prima ancora che delle sue idee.

* https://www.c3dem.it/prospettive-e-attese-elettorali/

1 Comment

  1. mario fadda ha detto:

    Nella stimolante riflessione proposta – condividendo molte delle cose scritte da Guido Formigoni, ma anche molte delle critiche qui esposte – mi soffermo sul passaggio che cita Elia del 1970, perché mi pare che quell’idea sottintendesse una soluzione di tipo presidenziale.
    Un passo avanti fu certamente il tentativo che Prodi realizzò con il “quaderno bianco” che fu proposta elettorale non fondata solo sul carisma di una persona, ma su una visone di prospettiva, in cui la richiesta di sostegno elettorale veniva proposta a fronte di un preciso programma a termine.
    Lo definisco passo avanti nel senso che si proponeva un programma, non solo un consenso verso la personalità del conduttore; quanto chiaro e sostenibile fosse il quaderno bianco lo valutarono, in maniera non plebiscitaria, gli elettori e poi tutti ricordiamo come finì la parabola di Prodi.
    L’esperimento successivo, con i quattro programmi renzi, civati, cuperlo e pittella soffrì di tutti i limiti di essere un’autopresentazione a fini elettorali, piuttosto che il tentativo di andare oltre i limiti del quaderno prodiano.
    Tuttavia c’è un filo rosso (una volta si amava dire così) nella politica italiana, che risale ancora più indietro nel tempo, a quello che fu il tentativo di uscire dalle pastoie del quadripartito e che fondò il primo centrosinistra sull’idea che si potesse governare per “programmi”.
    Ahimè, con quel termine poi ci si limitò a operare, peraltro modestamente, con azioni di tipo economico e sociale e non con una visione complessiva dell’azione di governo, che rapidamente decadde nel peggior clientelismo DC/PSI e poi negli anni ’70 e ’80 che ci siamo caricati sulle spalle.
    Dunque perché non andare verso le elezioni con una proposta più coraggiosa e articolato su due linee temporali? la prima modulata sulla scadenza elettorale, cioè le cose da fare in cinque anni e la seconda disegnata su coordinate più ampie e strategiche, con una riflessione sulle politiche europee e mondiali – dove da tropo tempo siamo assenti – che diano respiro alle scelte nazionali giustificandole e rinforzandole.
    Viviamo in un Paese libero (con tutti i suoi difetti!) perché oltre mezzo secolo orsono, mentre molti si ribellarono alla violenza, imbracciando le armi, altri si chiusero in una stanza a scrivere una “costituzione fondata sul lavoro”; altri ancora, chiusi in una cella su un’isola, pensarono che la soluzione dopo trent’anni di guerra (dal ’14 al ’45 l’Europa ha vissuto la sua seconda “guerra dei trent’anni”) consistesse in una nuova forma di unità e la chiamarono “comunità”.
    Poi si andò a votare e vinsero i “partiti”: non ripetiamo quell’errore.
    Perché non tentare di andare a segno con proposte chiare, ben definite su tempi elettorali e tempi strategici, da discutere nei mesi che ci separano dal voto di (?) maggio?

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