Perché Dio esista – di Alessandro Barban


PERCHE’ DIO ESISTA
Alessandro Barban

Il monachesimo, la vita consacrata e la chiesa, ma anche la società contemporanea, sono provate da diverse sfide, che segnalano una profonda crisi spirituale nel corso dell’attuale cambiamento d’epoca. Questa crisi spirituale si sta diffondendo come un virus e attacca gli uomini e le donne di oggi senza risparmiare la chiesa, la cultura e la nostra storia perché riguarda lo spirito del nostro tempo. La crisi è stata affrontata da tanti punti di vista: politico, economico, filosofico, sociale, ecologico e religioso. Ma forse ci siamo impediti di vederla nella sua più seria e reale prospettiva: che “il processo della nascita dell’uomo democratico rappresenta un processo di decristianizzazione della cultura, che provoca la rottura … tra cultura e fede. Siamo davanti ad una forma di estraneità del tutto inedita”, che tocca lo spirituale della nostra esistenza.

Da questo punto di vista, uno dei segni più evidenti della crisi spirituale in corso consiste nella sostituzione del paradigma linguistico: “le antiche parole decisive della vita umana, ancora vigenti … sino a qualche generazione fa, erano eternità, paradiso, verità, natura, legge naturale, fissità, adultità, spirito, mascolinità, sobrietà, sacrificio, rinuncia, autorità, diritto, tradizione. Oggi … si trovano le parole finitezza, alterità, pluralismo, tolleranza, sentimento, tecnica, salute, cambiamento, aggiornamento, corporeità, donna, consumo … singolarità, sessualità, democrazia, convinzione, comunicazione, partecipazione”.
È interessante l’analisi proposta da G. Zagrebelsky che osserva che ogni società in ogni epoca ha le sue parole-chiave. Nella Grecia classica era paidéia, l’educazione dell’uomo bello e buono; nella Roma repubblicana la parola era la res pubblica, sostenuta dal consenso di tutti e finalizzata al bene di tutti; nella Roma imperiale, era invece la pietas che Virgilio vide nella figura di Enea e di Ottaviano; nel medioevo la vita era determinata dalla salus animarum, ma si svolgeva anche attorno alla fedeltà verso il principe e al proprio onore; il Rinascimento scoprì la humanitas mettendo al centro del mondo l’uomo; l’illuminismo divulgò le parole moderne di libertà, uguaglianza e fraternità; l’epoca dei Risorgimenti dell’ottocento si lasciò guidare dalla parola Nazione … fino ad arrivare alle parole di progresso e di modernità del Novecento. E oggi? Le parole-chiave della nostra società competitiva che dominano il nostro presente post-moderno sono ricchezza, potere, fama: “sono forze travolgenti che crescono crescendo e, alla fine, non lasciano scampo. All’inizio, si opera per possederli. Alla fine, se ne è posseduti”.

È sempre il linguaggio la culla del cambiamento e per uscire dal labirinto della nostra babele avremo bisogno di ben altre parole, perché la crisi spirituale, in cui ci troviamo, necessita per essere superata, di pensieri aperti e di parole creatrici per dire visioni coraggiose e inedite su Dio, sul creato, sull’uomo, e sulla storia, che domandano energie propriamente spirituali, oltre che intellettuali e psichiche. Ma c’è bisogno anche di una precisa postura nel tempo: “C’è chi è dominato dal ricordo del passato … Quel passato dominante ispira anche un certo tipo di futuro da costruire … operando nel presente. Questa è la principale e più armoniosa combinazione: il passato ti guida a vagheggiare e costruire un futuro del quale cominci nel presente a porre le basi. Ma c’è anche chi è dominato da una visione del futuro e quindi da un’ideologia che lo disegna e lo propone. In questo caso il passato è ignorato … Infine, c’è chi vive il presente … Non conosce il passato e pensa ad un futuro prossimo … che di fatto è un presente leggermente esteso … Nessuna forma di temporalità: pensano all’oggi, e a un domani di pochi giorni o addirittura di poche ore … La grandissima maggioranza delle persone vive in questo modo”.

Certo, la fede cristiana avrebbe i contenuti e lo slancio per attraversare e superare la crisi (complessa, stratificata, labirintica) che soffriamo. Ma di fatto le cose non stanno proprio così, perché la configurazione della cristianità che si è pensato e proposto negli ultimi secoli è entrata in un cortocircuito con la cultura occidentale causando la complessità della crisi in corso. Dobbiamo ancora di più – anche rispetto a quanto già proposto dal concilio Vaticano II° – liberare le potenzialità evangeliche della fede cristiana perché diventi sale, luce, lievito per scrutare i segni dei tempi e imparare ad interpretarli alla luce del Vangelo stesso. “Rispetto a cinquant’anni fa -scrive S. Dianich – anche gettando solo uno sguardo superficiale al nostro mondo, dovremmo aggiungere fra i più vistosi segni dei tempi l’impressionante rimescolarsi demografico, che sta avvenendo sul pianeta, con la sostituzione delle forme tradizionali di popoli, culture e religioni, nel passato unitarie e monolitiche, con nuove forme di aggregazioni sociali di grandi dimensioni, nelle quali s’intrecciano nella vita quotidiana popoli, religioni, lingue, culture diverse. Se a questo fenomeno si aggiungono, nei paesi di antica tradizione cristiana, la crescita progressiva di un costume che si sta sciogliendo vistosamente dai suoi tradizionali legami con l’ethos cristiano, così come una diminuzione progressiva, soprattutto nelle nuove generazioni, della fede in Gesù Cristo e della sua credenza in Dio, la chiesa ne ricava con evidenza il bisogno di darsi una nuova forma, per cui non risulti più appiattita sulla cultura tradizionale dei <<popoli cristiani>>, eventualmente da restaurare, ma sempre e comunque come un fermento nuovo per il mondo nuovo”.

Le analisi dimostrano che – dentro al grande rimescolamento demografico in atto, che è l’evento saliente della nostra epoca e che continuerà ancora per molti anni – stiamo vivendo almeno due profondi processi di trasformazione:
– il primo si segnala come un faticoso esodo dalla cristianità occidentale, che è caratterizzato da una lunga transizione: dalla secolarizzazione moderna al nichilismo postmoderno;
– il secondo si caratterizza come un ritorno di Dio, e ciò che è in gioco non è tanto la fine della cristianità europea, quanto la relazione dell’uomo post-moderno e/o post-secolare con il cristianesimo e con la Trascendenza. Tradotto in una domanda: l’uomo/donna di oggi ha tempo, libertà e apertura per ascoltare il Vangelo di Gesù e per credere nella Trinità?

Per quanto è sotto i nostri occhi, non possiamo non osservare il declino progressivo di incisività e di rilevanza provato non solo dai numeri, ma dalla stessa qualità della presenza e della consistenza storica della chiesa, della vita consacrata e non da ultimo del monachesimo stesso. La cristianità di Trento e del Vaticano I è morta, e quella borghese del ‘900 è ormai agonizzante. Il cristianesimo ha perso freschezza e vitalità. Ha ragione R. Panikkar quando afferma che abbiamo bisogno di “una nuova ma genuina consapevolezza cristiana” che egli chiama cristiania (Christianness). Si tratta di una evoluzione personale della fede cristiana che ha sete del regno di Dio e vive l’esperienza di fiducia dello/nello Spirito santo come cambiamento cosmico nell’avventura dell’universo. Ciò che egli chiama anche: dimensione cosmo-teandrica.
È una intuizione straordinaria, ma vi siamo ancora lontani … perché, ritornando alla nostra analisi, si deve riconoscere che non viviamo solo i due processi di trasformazione che abbiamo menzionato, ma più scenari contemporaneamente. Per questo il nostro cammino esistenziale e di fede è complesso, impegnativo e spesso labirintico. Ne ricordiamo alcuni.

Primo scenario: l’apporto del web della società globale e il meticciato delle etnie, delle culture e delle religioni
Ormai viviamo in una società globale in cui, non solo ci si muove con gli attuali mezzi di trasporto da una parte all’altra del mondo velocemente e senza frontiere insuperabili, ma siamo sempre più connessi tra noi. La tecnologia e il web ci permettono di viaggiare, di pensare, di parlare e di lavorare anche stando fermi a casa, perché la rete è parte essenziale della vita ed è reale spazio della libertà personale (dagli scrittori e dai libri che uno preferisce leggere, alla musica che vuole ascoltare etc.). Non è vero che il cellulare o l’iPhone ci isola gli uni dagli altri, o ci isola dal mondo, anzi lo crea sia virtualmente, sia realmente; una persona può decidere di stare da sola o con gli altri; può spegnerlo o connettersi. È divenuto indispensabile per conoscere, cercare, leggere, studiare, scrivere. Non è vero che la tecnologia distrugge il lavoro, lo cambia semplicemente. In un domani molto prossimo saranno i robot a eseguire le operazioni chirurgiche, ad insegnare, a fare i lavori pesanti, ripetitivi, o a smaltire e trasformare i rifiuti, a produrre l’energia sostenibile, a snellire le pratiche burocratiche, e avremo dei computer a guidare le auto, i treni o gli aerei, mentre il futuro lavoro umano chiederà creatività, cultura e contemplazione, perché la rete si rinnova di continuo, reinventa tutto, collega realtà diverse e ne costruisce di nuove.
L’intelligenza umana dovrà confrontarsi con l’intelligenza artificiale e i suoi algoritmi. Certamente, l’umanità avrà più tempo a disposizione e sarà necessario un certo livello di cultura e di spiritualità per viverlo in pienezza. A renderlo più umano questo mondo tecnologico di domani sarà la sfida della generazione dei millennials o coloro che sono della generazione x. Ma c’è dell’altro. È ormai iniziato il trasferimento di consistenti masse umane da un continente ad un altro, e si sta creando un meticciato di etnie e di culture che dovrà sempre più integrarsi. La Terra verrà abitata da una popolazione con nuovi connotati fisici e spirituali. E lo sviluppo di quest’ultimi dipenderà senz’altro dal contributo delle grandi religioni mondiali.

Secondo scenario: il ritorno di Dio in Occidente ovvero i nuovi postmoderni volti di Dio
Ci limitiamo qui a ricordare solo due autori: Z. Bauman e U. Beck, che ci presentano due nuovi volti postmoderni di Dio.
Per Z. Bauman Dio ritorna nella società postmoderna come un Dio cireneo che porta la croce del continuo scegliere tra tante possibilità offrendo alcune verità assolute. Il soggetto postmoderno è fragile, indeciso, ritiene di conoscere tante cose, ma gli sfugge il senso ultimo della propria esistenza, fa tante esperienze anche nell’ambito religioso, ma si affida alla fine a quel Dio che lo rasserena o lo rassicura in un benessere psicosomatico, che ha risposte nette di fronte al disagio dell’attuale civiltà che alimenta angoscia, anonimia, e depressione. Da qui tante conversioni verso un Dio più o meno fondamentalista (e questo è un processo trasversale che tocca la stessa chiesa cattolica in certi movimenti ecclesiali e in alcune nuove congregazioni per arrivare ai pentecostali e all’Islam etc.), che non tollera dubbi e non vuole domande perché non chiede la responsabilità – anzi la esonera – e solleva la stessa libertà personale. Come fare la scelta giusta di fronte alla molteplicità delle offerte della tecnica e del consumismo, o davanti alle diverse opzioni religiose, o a scelte decisive dell’esistenza e ai problemi quotidiani? Il dramma del soggetto postmoderno consiste nella fragilità della sua stessa identità personale che non regge alla lunga né la liquidità, né lo spaesamento del suo tempo, perché si trova condannato a continue scelte e non deve perdere l’occasione migliore. Il compito del Dio che ritorna e dei suoi predicatori è quello di promettere sicurezza, cura e una vita di un certo successo. In questo modo Z. Bauman descrive questa ambigua realtà: “Gli uomini e le donne assillati dall’incertezza di tipo postmoderno non vogliono predicatori che li ammoniscano nelle loro debolezze e sull’insufficienza della ragione e della volontà umana. Cercano invece dei consiglieri efficaci capaci di convincerli che a essi non manca niente di quanto occorre a una vita di successo, e che indichino loro come trovarlo; che ridiano coraggio agli smarriti dimostrando che per ogni difetto esiste un rimedio e che i clienti/pazienti riusciranno a realizzare tutto ciò che desiderano purché seguano i loro consigli e li mettano in pratica con la dovuta serietà”.

Invece, per U. Beck l’uomo postmoderno è ormai divenuto post-secolare, che non vuol dire che sia necessariamente un non-credente o un laicista, ma un individuo che si crea un’idea personale di Dio e predispone una sua propria religiosità. Egli è spesso un’anima galleggiante nella fluidità quotidiana con una visione e una prassi individualista e frammentata della vita, ha maturato esperienze plurime e spesso fallimentari a cominciare dalla sua stessa famiglia di origine alle proprie convivenze, ha cambiato diversi lavori, residenze e amicizie. Infine, ha una conoscenza più o meno sommaria della propria religione e delle altre religioni. “Nel contesto europeo dell’individualismo moderno – scrive U. Beck – non esiste più una fede religiosa che non sia filtrata dalla cruna della consapevolezza circa la propria vita, la propria esperienza e la conoscenza di sé … Il singolo si costruisce, a partire dalle sue esperienze religiose personali, la propria copertura religiosa individuale, la propria <<sacra volta>>. L’individuo decide della propria fede … Ciò tuttavia non significa la fine della religione, bensì l’ingresso nella narrazione, ricca di contraddizioni, della <<religiosità secolare>>.

Terzo scenario: l’emergenza ecologica tra educazione ambientale e eco-spiritualità
Molti lo sospettano, ma pochi hanno il coraggio di affermarlo: il cambiamento climatico in atto domanda un cambiamento di civiltà, una conversione ecologica, e una vera e propria ascesi verso la vita della terra e verso un’equa distribuzione dei beni. Dovremo passare ad una civiltà post-fossile mentre stiamo diventando più consapevoli che c’è un legame evidente tra ecologia, giustizia, economia e società. Il premio Nobel P.J. Crutzen ha definito la nostra epoca antropocene, in cui l’uomo ha provocato di fatto il cambiamento della biosfera avendo causato la trasformazione antropica della natura. Sono almeno tre le aree di emergenze ambientali globali:
1. Il clima. Ormai si è certi che anche cessando ogni emissione antropica di CO2 metano si rallenterebbe di pochissimo il riscaldamento causato dalle emissioni dell’ultimo secolo. I climatologi ritengono irraggiungibile l’obiettivo di non superare in questo secolo la temperatura media di 1,5° concordata al Vertice di Parigi del 2015. Abbiamo solo da poco tempo assunto il compito storico di passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.
2. Il petrolio e il carbone sono ancora considerate da molti paesi come la Cina e l’India le fonti di energia necessarie per superare il gap economico e tecnologico con i paesi industrializzati dell’occidente. Non si calcolano i costi ambientali e umani dell’inquinamento. Al centro degli sforzi vi è l’obiettivo di portare le proprie società al livello della modernità industriale. L’idea dominante è quello di rincorrere i livelli e il modello economico dell’Europa o degli USA, per cui costruire più città, più acciaierie, più autostrade, più grattacieli, più agricoltura intensiva e più commercio di merci siano sinonimo di crescita, sviluppo e benessere.
3. La perdita di biodiversità sull’intero pianeta. Si registra da decenni un numero consistente di specie minacciate o a rischio d’estinzione, un degrado degli habitat naturali o rurali a causa di insediamenti urbani e produttivi, e ai veloci cambiamenti climatici. Anche l’agricoltura mondiale è seriamente minacciata dal progressivo impoverimento della biodiversità.

Con un motto potremo dire: meglio, diverso e meno, che corrisponde alla triade: efficienza, incoerenza e sufficienza. È determinante l’efficienza tecnologica per ottenere le maggiori prestazioni usando meno risorse naturali. È necessario la incoerenza nell’impiegare materiali e forme di energia più compatibili con la natura. Infine, la sufficienza richiama la sobrietà personale e sociale nel rinunciare alla frenesia consumistica. Inoltre, la crisi ecologica sta mettendo in luce che lo sviluppo economico e lo stile di vita occidentale non sono sostenibili, e urge mettere in discussione il modello di continua crescita e di benessere dell’era consumista. L’altra faccia dell’ecologia è la giustizia verso i popoli più poveri, che soffrono povertà materiale, culturale, ambientale e climatica. Con la globalizzazione si è allargato l’orizzonte della responsabilità e della solidarietà. Infatti, non solo conta sempre più come vivono e cosa fanno gli esseri umani più vicini a noi, ma ancor di più gli abitanti delle zone più remote. Mai come oggi può valere il comandamento: ama il tuo lontano come te stesso.
Per promuovere la “casa comune” è necessario – secondo papa Francesco – un’ecologia integrale che riparta proprio dall’uomo per un umanesimo eco-compatibile. Da qui l’importanza dell’educazione ecologica che, da presa di coscienza dei problemi ambientali, è divenuta analisi coraggiosa dei miti moderni della ragione strumentale, cioè critica capace di smontare lo cultura dello scarto (mentalità dell’usa e getta), la cultura dello spreco (un modo superficiale e miope di fruire il benessere), e la cultura della rottamazione (in rapporto alle cose, alle persone e agli affetti) … capace “anche a recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio”. In effetti papa Francesco propone dei contenuti fondamentali per la spiritualità ecologica:
– La conversione integrale della persona per entrare nella sana relazione col creato. Infatti, la crisi ecologica è “un appello a una profonda conversione interiore”, come “sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita”.
– Il cammino di ascesi per attuare la limitazione dei bisogni, per rispettare la terra e i suoi ritmi vitali, per imparare a condividere le risorse e ridistribuire i beni, per fare scelte quotidiane concrete: cioè “superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale”. Si tratta di “un modo alternativo di intendere la qualità della vita”, vivendo “uno stile di vita profetico e contemplativo”.
– La tradizione della sobrietà, interpretata non come mortificazione, ma come liberazione dal consumismo esasperato.
– La pratica dell’attenzione e della semplicità
– La visione panteistica dell’esperienza spirituale in cui trascendenza e immanenza si incontrano, perché “l’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”.

Quarto scenario: ancora sulle spiritualità post-secolari
Anche nel tempo della secolarizzazione c’è bisogno di dare un senso spirituale alla vita. Ma si tratta di una spiritualità nuova, appunto post-secolare. L’epoca attuale vive ancora della secolarizzazione generalizzata, ma la possiamo denominare post-secolare perché, malgrado il compiuto disincanto del mondo, sono sorte nuove forme di spiritualità che vanno oltre, oltrepassano sia la secolarizzazione ateistica, sia il religioso tradizionale. In una parola: sulle stesse connessioni secolarizzanti viaggiano ricerche e proposte plurali di spiritualità come risposte al bisogno di senso dell’esistenza. Proprio questo bisogno di dare e/o trovare un senso alla propria vita è il dato significativo di quest’epoca post-secolare. Ciò che il secolare ha frammentato e diviso tra politica e religione, tra modernità e tradizione, tra feriale e festivo, tra religioso pubblico e religioso privato, cioè tra razionalità e trascendenza, il post-secolare non teme di riunire, di fare riferimento al senso originario della religione, sia come esperienza del religare, cioè come relazione tra l’io e l’oltre, sia del re-legere, cioè come traduzione dell’umano nel divino e viceversa. Il post-secolare fa riferimento ad una società orizzontale con una molteplicità di stili di vita, che ha elaborato spiritualità individuali con propri alfabeti religiosi libere da appartenenze istituzionali. Il contrappunto dell’esodo dalla cristianità sì dà come distacco, “quasi che la religione fosse emigrata <<nel mondo>> spostandosi dalle chiese alle strade, dai riti liturgici alle pratiche secolari, dall’obbedienza ai magisteri alle scelte individuali. Così nascono forme di spiritualità secolare, di misticismo ateo, di religiosità senza Dio, di ateismo cristiano, ciascuna con le sue pratiche, verità, pratiche””. Da questo punto di vista, la teologa americana Linda A. Mercadante ha definito ben cinque profili personali di coloro che si dichiarano <<spirituali ma non religiosi>> (spiritual but not religious). Dissenzienti sono coloro che hanno rotto ogni legame con le fedi istituzionali. Ci sono poi i Casuals che hanno esperienze casuali con le pratiche religiose in modo discontinuo ma sempre se corrispondono al loro benessere psicofisico e al loro equilibrio emotivo. Al terzo posto gli esploratori, denominati turisti spirituali o ibridi che pur non volendo del tutto lasciare gli ambiti tradizionali sono curiosi di conoscere o provare spazi spirituali alternativi. I Seekers non hanno trovato una loro propria casa spirituale e sono sempre aperti a nuove e continue esperienze. Infine, gli Immigrati che migrano da un’esperienza all’altra, da una comunità all’altra, e da un’identità all’altra.
Tutto ciò ci dice che l’io post secolare è un soggetto inquieto alla continua ricerca del senso della vita, attratto sì dallo spirituale ma senza pervenire veramente all’io spirituale che cerca Dio, perché rimanendo imbrigliato dalle sue esperienze religiose autocentrate e spesso narcisistiche – che oggi possono essere tantissime – si ritrova come un io molteplice dalle molte identità spirituali e stili di vita. Mai come nel nostro tempo, individualizzazione e differenziazione sono da considerare con estrema attenzione: è come se ciascuno ricevesse la propria identità solo se definita in contrapposizione ad altri, al punto che essa viene creata artificiosamente anche in ambienti in cui non c’è.

Quinto scenario: Due domande sulla chiesa
Mi limito a fare due domande, che dovrebbero essere maggiormente approfondite. Si ritiene che il concilio Vaticano II sia ancora oggi la risposta per affrontare la nostra crisi? Certamente sì, ma non so per quanto tempo ancora. La storia accelera e i processi si stanno complicando. Innanzitutto, penso che dovremo interpretare in modo differente l’evento del concilio Vaticano II. Superata ormai la dialettica della ermeneutica polare della continuità e della discontinuità rispetto al concilio stesso e al passato corso storico della chiesa (J. Ratzinger), e accolta la lettura dell’esodo dalla cristianità, si dovrebbe ormai riconoscere che la grandezza dell’ultimo concilio consiste nell’essere stato il culmen del cammino della fede della chiesa, come nobile sintesi della tradizione sia del primo che del secondo millennio. E allo stesso tempo, si dovrebbe dire che il Vaticano II è fons della fede cristiana da annunciare e declinare in termini moderni agli uomini e alle donne di oggi. Ho dei seri dubbi che la chiesa post-conciliare sia stata capace di tirar fuori da questo tesoro le cose nuove dell’aggiornamento conciliare e le cose antiche della tradizione. Molti contenuti promossi dello slancio conciliare sono stati riletti in chiave tridentina e ridotti a tradizionalismo … Ritengo che il deficit che abbiamo avvertito e – per molti versi sofferto – nei decenni post-conciliari consista proprio nel fatto che la riforma del Vaticano II doveva continuare ad elaborare – ma anche recepire – le risposte teologico-pastorali nuove e concrete rispetto a Trento e al Vaticano I per disegnare un volto nuovo di chiesa. Tutto ciò doveva essere elaborato dai Sinodi e reso possibile da scelte pastorali coerenti nella prospettiva ecclesiale del popolo di Dio riproposta dal Vaticano II. Ma ciò non è avvenuto: è stato volutamente frenato, ritardato, bloccato. Qualcuno ha affermato che dopo l’evento conciliare ci si aspettava la primavera, invece è sopraggiunto l’inverno. Ed oggi registriamo un ritardo e ancora di più una vera e propria impasse, che penalizzano la vitalità sistemica della chiesa. Ritardo ed impasse, a cui cerca di rispondere Papa Francesco. Ed ha ragione S. Dianich a richiamare che “la prima ri-forma che si impone alla chiesa, sembra essere proprio quella di un deciso superamento nella mentalità del popolo di Dio dell’immagine della chiesa che possa dedicarsi ai suoi fedeli, senza mettere in primo piano l’attenzione ai cattolici marginali, ai battezzati che hanno abbandonato la fede, così come agli uomini religiosi di altre religioni e ai non credenti”.

Cosa sta indicando o proponendo Papa Francesco?
Il Papa – nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, che per la vita della chiesa si sta rilevando come il documento guida del suo pontificato, nella quale ha rifocalizzato e rilanciato la proposta conciliare – è cosciente dell’impasse post-conciliare, che ha trovato – a mio avviso – il suo acme in due specifici documenti-guida: nella Dichiarazione Dominus Jesus (6 agosto 2000), che metteva in discussione il dialogo interreligioso (vedi il caso di p. J Dupuis), e nel Motu proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007), che sembrava legittimare ogni critica alla riforma liturgica e dare slancio al tradizionalismo liturgico. Da questo punto vista, non deve sfuggire la ricaduta tradizionalista che ormai si assiste da alcuni decenni anche sulla vita spirituale, ridotta a pietà e devozioni individualistiche.
Tuttavia, l’intenzione di papa Francesco è quella di proseguire il cammino riformatore del Vaticano II attraverso la proposta di una chiesa in uscita che non fa proselitismo ma si sviluppa per attrazione, una chiesa povera per i poveri, che sappia vivere ed offrire la misericordia evangelica di Dio. Basterà? Quello di Francesco è il tentativo di scuotere e di cambiare l’attuale prassi ecclesiale, che preferisce stare a vedere ritirandosi nel proprio statu quo clericale, perché teme i cambiamenti istituzionali di una chiesa più aperta, più flessibile, e più coinvolta con le situazioni di confine degli uomini di oggi dentro l’attuale società pluralista. Di fronte alla consapevolezza che nel corso di pochi anni, non solo in Europa ma anche in altre aeree del mondo, la maggioranza della popolazione possa non essere più cristiana, egli sta proponendo di rinnovare uno stile pastorale, che partendo da relazioni umane dal basso più accogliente e più fraterne, abbia al centro della propria azione la vita delle persone (soprattutto gli scartati) che vivono al di fuori della chiesa e della società, attento ad non avere paura ad assumere posture e valutazioni evangeliche di fronte i temi più salienti del nostro mondo (dall’immigrazione all’ecologia, dalla famiglia ai divorziati, dai muri fra i popoli alle evidenti ingiustizie e disparità economico-sociali), per addivenire ad una nuova pratica/azione della chiesa (più sinodale) e della società (più democratica). Non credo che Francesco ritenga opportuno proporre dall’alto un’idea organizzativa ed istituzionale di chiesa. Non gli interessa una verità concettuale di chiesa, ma prospetta l’azione della chiesa stessa nel suo far vedere ed esperimentare la verità del vangelo: “l’azione di chi si fa prossimo a qualcuno oltre ogni confine, l’azione di chi prega e pregando incontra il Padre di tutti, l’azione di un cattolico che proprio perché cattolico non sta solo con i cattolici. Ma soprattutto l’azione che fa percepire ciò che sfugge al pensiero”.

Gli studiosi sono d’accordo nel ritenere che è più difficile cambiare la propria mentalità/azione che accettare un destino infausto. E il senso ultimo del pontificato di papa Francesco consiste proprio in questa consapevole alternativa: tornare indietro verso un tradizionalismo più o meno convinto – come sperano ancora in molti – non si può, ma anche stare fermi e attendere gli eventi – come consigliano altri – non è più possibile. Egli crede fermamente che si debba andare avanti e che si possa farlo solo attraverso una reale qualità della fede e una profonda conversione evangelica. Non mi pare che il Papa sia preoccupato dei numeri, dei modelli organizzativi e delle strutture. Mentre il tempo e la storia faranno morire le istituzioni ecclesiali obsolete, lo Spirito le sostituirà con delle nuove. Non sarebbe la prima volta nella vita della chiesa.

Ed è proprio dentro a questo orizzonte di cesura storica e di crisi spirituale, che ci percepiamo e ci viviamo spesso come delle anime galleggianti nella fluidità postmoderna. Infatti, il tempo post secolare di questo cambiamento d’epoca è veloce, ci sorprende, ci pungola, ci scuote, e soprattutto porta con sé visioni culturali inedite rispetto alla nostra tradizione filosofica, un ambiguo ritorno di Dio che interpella la teologia, c’è qualcosa di trasversale da discernere che non è sempre facile cogliere e accogliere dentro la crisi ecologica, sentimenti ed emozioni umane che si formano e si plasmano di nuovo dopo ogni esperienza religiosa dell’io-molteplice, babeliche pratiche famigliari, trasformazioni sociali mai viste precedentemente, mentre cerchiamo di dare senso alla nostra vita. Mentre intuiamo che rimarrà ben poco del nostro mondo attuale.

La crisi in atto, che è crisi anche della chiesa, deve essere affrontata al più presto attraverso una pronta e coraggiosa riforma, che il concilio Vaticano II° avvertiva necessaria ed indicava, ma che ora domanda una nuova visione spirituale e una corrispondente riorganizzazione delle strutture ecclesiali. La storia insegna che sono stati spesso il monachesimo e gli ordini religiosi ad intraprendere al proprio interno un cammino di rinnovata qualità spirituale, che ha portato poi la stessa chiesa ad uscire dal proprio statu quo. I segni della nostra crisi spirituale sono ormai evidenti a tutti e sembrano irreversibili: mancanza di ascolto attivo della parola di Dio e perdita della centralità della liturgia, svuotamento della vita spirituale a favore della devozione e delle proprie pratiche di pietà, immobilismo acritico della vita ecclesiale con il conseguente rischio di atemporalità che caratterizza spesso la vita dei preti, dei laici e di diversi movimenti, chiusura verso ogni sguardo profetico sulla situazione attuale sia della chiesa che della storia degli uomini. I nostri veri interessi sono sempre più mondani finalizzati alla sicurezza economica e al potere. Tutto questo poi è accompagnato da forti sentimenti di disfattismo, di pessimismo, se non di vero cinismo (non solo nella società, ma anche dentro la chiesa stessa), che svuotano la speranza dell’annuncio pasquale. Infatti, si deve costatare un progressivo declino etico che si diffonde come un virus andando a minare la responsabilità ecologia, la difesa e il sostegno dell’umanità più bisognosa superando ogni razzismo e disparità, l’impegno e il servizio politico nella promozione della democrazia, la promozione di un’economia condivisa (sharing economy) che promuova il bene comune. È in gioco la stessa forma Ecclesiae, ma sono in gioco ancor di più la forza spirituale e la bellezza dell’annuncio cristiano.

In questa situazione stratificata, complessa, e spesso anche labirintica potremo perderci. Sinceramente credo che non dovremo perdere di vista la questione di fondo. In essa si intrecciano due elementi essenziali: da un lato, il radicamento della nostra vocazione monastica camaldolese nello specifico spirituale di S. Romualdo, tenendo presente la storia millenaria della nostra Congregazione, e dall’altro la ricerca e la tensione personale e comunitaria capaci di esprimerne la profonda significanza spirituale. Non si tratta di imitare o ripetere il carisma romualdino-camaldolese secondo forme antiche e per molti versi obsolete, ma di interpretarlo, ripresentarlo e viverlo sia alla luce della spiritualità pasquale del kerigma testamentario, sia dentro le domande e le sensibilità spirituali che emergono velocemente dal vissuto esistenziale, relazionale ed evolutivo del nostro presente. Dentro gli scenari che ho cercato di descrivere sopra.

Mi domando: qual è lo spirituale che noi monaci/monache camaldolesi abbiamo da donare agli uomini/donne del nostro tempo?
Il 21 novembre 2013 papa Francesco fece visita alle nostre sorelle camaldolesi di S. Antonio abate a Roma, e nell’omelia pose ai monaci e alle monache di tutto il mondo un quesito cruciale: “Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?”. Anche noi rischiamo di cadere nella nostalgia del passato, di appiattirci nelle incombenze del presente sempre più accelerato, o disegnare da soli il nostro prossimo futuro. Ma così non saremo dei monaci. La domanda del papa ci ricorda che i monasteri sono luoghi dove si attende nella fede provata dall’ascolto della parola di Dio, nel canto della preghiera dei salmi, nel convenire fraterno della comunità e nel lavoro umile e disinteressato il venire di Dio nel suo domani. Un Dio che oggi -come abbiamo visto- non è più atteso nella sua alterità divina, ma oggettivizzato dai nostri bisogni immediati. Credo che il monachesimo non deve temere di qualificare il suo vivere spirituale come solitudine abitata dal silenzio, che vive solo della Presenza amante e dialogante. Nel tempo del caos acustico e del frastuono, le energie interiori contro imbonitori e inquisitori le troviamo facendo silenzio. Il mondo attuale, ma anche la chiesa, ha estremo bisogno di questa pratica antica, perché solo nel silenzio possiamo fermarci e trovare la nostra solitudine esistenziale non come una condanna e un tormento, ma come un incontro contemplativo con la nostra creaturalità vivente, scendendo dentro di noi nella scomposizione-ricomposizione del nostro sé, abitando la nostra stabilitas personale, e diventando consapevoli delle motivazioni interiori della nostra chiamata monastica. Abbiamo intrapreso la vita monastica per ascoltare un altro silenzio: là dove non solo non c’è il caos, ma dove non vi è il possesso. R. Panikkar parla del silenzio della mente, del silenzio della volontà e silenzio della azione non-violenta. Infine, scrive: “Solo il silenzio dà spazio alle libertà. E Dio è libertà. Solo il silenzio è lo <<spazio>> dell’esperienza di Dio”. Solitudine e silenzio si richiamano reciprocamente, ma entrambi sono chiamati all’incontro e alla comunione che fa nascere all’ascolto e al gratuito. La solitudine silenziosa, o il silenzio solitario è ricerca spirituale di un’armonia tra opposti richiami, ugualmente vitali: l’essere tra sé ed essere con gli altri, l’essere tra noi in una instancabile attesa che impara ad ascoltare il domani di Dio, cioè l’essere tra noi con l’Altro … l’essere tra Noi.

Ma c’è ancora un altro elemento fondamentale dello spirituale monastico: l’ombra. La luce divina si fa strada, emerge, si dà come dono solo a partire dalla nostra ombra. Lux luce in tenebris. Possiamo vedere solo nel rapporto tra luce e non luce, tra luce e ombra. Allora l’attesa è un diradamento del nostro buio/ombra, della nostra cecità, perché il domani di Dio è oscuro. Nessuno lo conosce. Il monaco osa annunziare profeticamente questo domani, perché il domani di Dio è il domani preparato da Dio per l’uomo e per il creato. E se mancasse la profezia, vi sia almeno la speranza. Se non ci guida la profezia, lasciamoci guidare dalla speranza che c’è un domani di Dio di luce e di perdono per ciascun uomo e ciascuna donna, per la chiesa, e per tutti i popoli della terra.

La vita monastica è vita contemplativa nella misura in cui è distacco, differenza, ascolto, sguardo, apertura e ospitalità. Credo che sia ormai finito il monachesimo autosufficiente e autoreferenziale che grazie alla sicurezza delle sue mura, all’affermazione della sua tradizione religiosa, al riconoscimento ossequioso da parte degli altri afferma con una certa sicumera: Dio esiste.
Penso che il monachesimo debba essere nel nostro tempo una realtà di silenzio dialogante che sussurra una parola evangelica all’orecchio, di solitudine comunione, di armonia della/nella differenza, di attenzione perché sa attendere il domani di Dio ma anche quello dell’uomo, di ringraziamento e di lode per il dono del creato e della vita che lo attraversa e lo sostiene, ma soprattutto di ospitalità dei molteplici cammini esistenziali e religiosi presenti nella nostra storia … solo perché Dio esista.

La contemplazione monastica camaldolese sia il coraggio e il rischio di un Dio che esista ancora in noi e nei cuori degli uomini e delle donne che incontriamo, perché diventi “l’azione di chi si fa prossimo a qualcuno oltre ogni confine, l’azione di chi prega e pregando incontra il Padre di tutti, l’azione di un cattolico che proprio perché cattolico non sta solo con i cattolici. Ma soprattutto l’azione” quotidiana di vivere il più alto (Dio) nel più profondo (anima) nella comunione con il tutto.

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