Macron. What else?


Il discorso alla Sorbona di Emmanuel Macron ha riaperto con grande impatto mediatico la discussione sul futuro dell’Unione Europea. Non ho idea di come sia stato ascoltarlo, certo che a leggerlo si resta colpiti. Arduo immaginare stile e toni simili su questo o altri temi in un Gentiloni, in un Rajoy, in una Theresa May. L’ambizione, il tono dell’appello, l’engagement del pubblico e dell’opinione pubblica francese ed europea sono d’altri tempi. Fanno pensare ai fondatori, fanno pensare a Kohl e Mitterand. Non si può non riconoscere a Macron il coraggio dell’assunzione di responsabilità: coraggio che significa rischio politico ed elettorale. A Renzi e a Berlusconi forse potrebbe essere chiesto altrettanto, ma penso che non siano proprio in grado di farlo presi come sono da Pisapia e da Salvini.

Onore a Macron e alla voglia che la Francia manifesta di essere una grande democrazia liberale. Certo con una storia che la rende peculiare e diversa dalle altre democrazie liberali europee ma disposta a scommettere sull’Unione come forma di organizzazione politica capace di risolvere problemi che né il mercato né gli stati membri sono in grado di risolvere in modo equo ed efficiente. Detto questo è inevitabile cercare di capire di quale Unione stiamo parlando.

L’Unione di Macron è un pezzo di superstato europeo sovrano. Un pezzo, perché si ferma a sicurezza militare, frontiere, moneta e ancora vaghi poteri di bilancio. Un pezzo, perché erige barriere protezionistiche in nome delle libertà e dei diritti dei cittadini europei. Un pezzo, perché limita le politiche industriali all’innovazione e al digitale. Un pezzo, perché punta a “tasse di scopo” e non a una tassazione generale. Eppure stato, tasse e sovranità sono gli strumenti del sogno europeo di Macron. Le sei chiavi della sovranità accompagnate da cinque nuove imposte. Con a suggello un netto “sovranità e democrazia sono indissociabili”. Un pezzo di superstato che da noi ha spaventato anche il buon Sergio Fabbrini, da anni impegnato a spiegare che così come siamo messi oggi non può andare ma che la soluzione va inventata e non copiata estraendo dal cilindro un superstato europeo anche se a pezzi. Unione di stati e non stato europeo, come dice Fabbrini, questa dovrebbe essere la via.

E’ possibile che il lessico di Macron ci porti fuori strada e che dietro tanto stato ci sia qualcosa di molto meno distante dal modello composito e pluralista di Fabbrini? La sensazione è che il più liberale tra i riformisti francesi sia comunque ben piantato nella tradizione culturale e costituzionale francese dalla quale con coraggio e lucidità esce ma solo per riproporla, anche se parzialmente e con equilibrio, a livello europeo. Anzi con una punta di malizia qualcuno dice che in questo caso l’europeismo è solo la proiezione europea della visione delle élite francesi. E sappiamo che parlare di élite in Francia significa avere a che fare con qualcosa allo stesso tempo compatto e influente. Anche se occorre dire che Macron ha dimostrato di essere capace di scatti in avanti e di sparigliamenti anche eccentrici rispetto a tanta compattezza.

Ora però siamo sinceri: non abbiamo altro in campo. Non abbiamo più la strategia tecnocratica del funzionalismo, quando si trattava di togliere poteri agli stati nazionali e regolare le quattro libertà. Quando si trattava di fare spazio a quel mercato unico che per Macron resta la migliore garanzia della nostra prosperità e della nostra attrattività, in perfetta sintonia con la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Un’operazione certo non indolore dal punto di vista redistributivo – lo sappiamo noi in Italia – ma che comunque poteva godere di una relativa libertà di manovra, aiutata da quel potente strumento di costruzione dell’Unione che è stato ed è il suo diritto che mixa civil law e common law, per fortuna molto diritto e poco stato. In campo abbiamo le May, le Le Pen, i Salvini e così via. E lì in mezzo un’Angela Merkel più brava a mediare che a sognare.

Dobbiamo quindi fare il meglio con il possibile piuttosto che dedicarsi a coltivare la geometria dell’impossibile. Ci troviamo un po’ in questa condizione, noi riformisti che non amiamo confidare nello stato e che pensiamo – non per gusti personali ma per meditate considerazioni critiche – che l’erosione dello stato sia uno dei frutti positivi della globalizzazione che ha ricondotto la politica al suo ruolo di parte, sottraendogli un primato sociale tutt’altro che scontato se non per le ideologie politiche del novecento socialdemocratico e di molto solidarismo cattolico.

D’altra parte la scelta neo isolazionista della Gran Bretagna, con un’opinione pubblica incline alla sindrome Downton Abbey del suo primo ministro, non ci lascia alternative. Sarà compito della Germania moderare e riconfigurare l’étatisme di Macron. Ma o si va da quella parte oppure, guardando alle tensioni e agli istinti delle opinioni pubbliche e di pezzi di establishment dei paesi membri, si torna agli stati nazionali. E non sarebbe per niente un bene. Un’Unione fatta di più poteri strutturati funzionalmente secondo gli interessi che debbono regolare, poliarchica, a superpower and not a superstate, sta scritta in qualche libro e riposa nella memoria di qualche leader sconfitto. Non sta sul tavolo delle scelte possibili.

Macron entra così alla Sorbona proponendo stato e tasse. Un po’ di stato per l’Europa, quello che ora non c’è e che dovrebbe prendere forma, e meno stati nazionali. Più tasse europee e non so quanto meno tasse nazionali. Sembra un classico tax and spend che chi fatica da decenni a cambiare la sinistra di governo nelle democrazie avanzate può trovare sgradevole. Ed in effetti lo è anche se giustificato da una grande operazione di institution building per “fare l’Unione Europea” a fronte dell’esaurirsi del funzionalismo minimalista dei padri fondatori.

Probabilmente il gioco vale la candela: possiamo acconciarci a questa iniezione di statalismo. Macron ha in mente qualcosa di più sottile e radicale che un dirigismo vecchia maniera, come ci rassicura The Economist. Non sarà una passeggiata non solo a causa delle spinte nazionali sovraniste ma anche in ragione della giusta prudenza di opinioni pubbliche sì europeiste ma con le antenne alzate quando si parla di redistribuzione delle risorse in cui qualcuno prende e qualcuno dà. Come non escludere che il discorso di Macron resti poco più che un bel discorso? E tuttavia non possiamo contribuire a rendere le profezia scettica qualcosa che si autoavvera.

La fine del secolo socialdemocratico è la fine dello stato nazionale e non la fine dello stato: è questa la linea macroniana. Una linea che si colloca sul fronte dell’apertura e non su quello della chiusura, passando per la frattura cruciale della nostra fase politica nazionale e europea. Tuttavia non sarà un caso se dalla leadership europea sia scomparsa ogni traccia di cattolicesimo politico liberale riformista, cioè di un pensiero e di una pratica politica non sovranista e dunque non statalista.

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