Il pudore: un lusso che il riformismo non si può più permettere


Secondo uno dei luoghi comuni che imperversano nel dibattito politico l’esito del referendum costituzionale del 4 Dicembre avrebbe messo fuori gioco Renzi. Invece Renzi è lì. Comunque vada, nella prossima legislatura sarà parlamentare e integrerà le garanzie materiali che la attività politica gli ha già dato con altre ancora più consistenti. Cosa dovrebbe mai temere?

Obiettivi politici vincolanti non ne ha. Gli abbiamo visto sostenere di tutto. Una cosa ed il suo opposto. Anche in materia elettorale od istituzionale. Ultimamente ha anche parlato bene delle preferenze.

Il 4 Dicembre è stata sì una grande sconfitta, ma per il riformismo italiano. È anche vero che nel caso contrario sarebbe stata una vittoria piccola, ma tra una piccola vittoria ed una grande sconfitta corre un abisso. Ed è in questo abisso che ora ci troviamo.

In questo abisso sta affogando uno dopo l’altro quasi ogni argomento riformista, quasi ogni voce riformista. Anche i più lucidi, per parlare di riforme debbono vincere la sensazione orribile di apparire illusi e ridicoli, anche e soprattutto se si tratta di riforme elettorali e costituzionali.

Eppure questa paura va vinta. Non foss’altro, i recenti referendum veneto e lombardo hanno mostrato che, come ai tempi dei referendum Segni sulla legge elettorale ed ancor prima ai tempi di quello sulla “scala mobile”, nella opinione pubblica italiana è consistente la domanda di innovazione istituzionale: spezzettare e limitare i poteri politici, renderli più contendibili e più responsabili. Piuttosto ad essere minoranza tra gli elettori è la linea (assolutamente legittima) perseguita dai conservatori guidati dal Quirinale: da quello di Scalfaro a quello dei suoi successori. Togliere agli elettori un voto pesante è condizione per far governare un potere sostanzialmente irresponsabile. (La recente vicenda Bankitalia docet.)

Occorre vincere questa autocensura riformista, e lasciarla semmai a quegli “intellettuali” il cui unico timore è uscire dalla luce dei riflettori. Occorre non smettere di ricordare che il caso in cui versa la politica italiana, che con il suo infinito stallo strangola l’intero paese, è assai simile a quello in cui versava la IV Repubblica francese: frazionamento dei partiti, legge elettorale proporzionale, governo parlamentare. La Francia ne uscì con la riforma di De Gaulle: semipresidenzialismo e doppio turno. Ancora oggi il grado di frazionamento del sistema politico francese non sarebbe inferiore a quello italiano. (E’ sufficiente guardare ai risultati del primo turno delle recenti presidenziali francesi vinte al secondo turno da Macron).

Sarebbe allora questa (semipresidenzialismo e doppio turno) la ricetta magica per risollevare la politica italiana (direttamente) e (indirettamente) il paese? Probabilmente sì, magari con l’aggiunta di una dose di vero federalismo. Tuttavia, se si vuole, il nodo cruciale può essere detto in modo ancora più semplice: costringere chi vince a prendere il 51%; obbligare a governare già solo con il 51%, ed impedire al parlamento di mutare il significato politico di un risultato elettorale: se il capo dell’esecutivo deve ottenere la fiducia dal parlamento lo deve poter anche sciogliere, se non la deve ottenere, non deve poterlo sciogliere (tra le due alternative – sostanzialmente equivalenti – si potrebbe persino scegliere con un referendum di indirizzo, come tra monarchia e repubblica).

Analizzati a questo livello, i sistemi elettorali ed istituzionali delle principali democrazie differiscono in maniera trascurabile, certo molto meno di quanto in genere ci si vorrebbe far credere. Rappresentarli come infinitamente vari serve solo a giustificare il permanere dell’Italia in un regime di studiata irresponsabilità della politica.

Qui sta il nodo, e per tanti versi il nodo di tutti i nodi politici. Finché lo si evita, o lo si occulta, anche quello tra populisti ed antipopulisti resta ben concertato un gioco delle parti (che difatti spesso ci si scambia).

In queste condizioni, ed avviandoci ancora una volta verso un voto che caparbiamente si è voluto in ogni modo non esprimesse una maggioranza, si deve aver il coraggio di affermare qualcosa che suona molto male, ma che in prospettiva riformista non ha alternative: anche la più strampalata, sospetta o improbabile delle maggioranze verrebbe ampiamente giustificata dal perseguimento dell’obiettivo appena indicato: una riforma costituzionale.

Luca Diotallevi

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