Conflitto e unità. Chiesa e paese al tempo di Bassetti


Dopo gli anni dell’interventismo episcopale di Ruini, teorizzato esplicitamente nel 1991 e poi praticato fino al 2007 mettendo da parte pezzi di Concilio e magistero di Paolo VI, e gli anni del clerico moderatismo di Bagnasco, plasticamente rappresentato dai due convegni di Todi all’inizio del decennio, si apre la stagione bergoglista di Bassetti. La Conferenza episcopale italiana cambia di nuovo linea, mai rinnegando ovviamente quanto fatto in precedenza, ma assestando colpi non secondari all’eredità più recente. Si tratta di capire come correzioni e assestamenti tornino a quel Concilio e a quel Paolo Vi messi per un po’ da parte. Ma andiamo con ordine.

Bassetti cambia le parole d’ordine. Non sono la specialità del suo modello retorico ma certamente ne abbiamo di nuove. Ecco allora apparire una “nuova questione sociale” fatta di pericoli per il dominio della tecnica, per l’eclissi dell’umanesimo, per la minaccia all’equilibrio ambientale del pianeta. Passando per la centralità dell’annuncio e del Vangelo sine glossa. Per essere fermento di nuovo umanesimo in questo contesto i cristiani debbono praticare una “spiritualità dell’unità” che è il modo con il quale valorizzare le diversità e il pluralismo nella Chiesa. Cultura della carità e inclusione sociale dei poveri diventano la traccia per il cammino della comunità cristiana in mezzo agli uomini e alle donne di questo tempo. Lavoro, giovani, famiglia e migrazioni sono così ambiti “da non disertare”, questioni urgenti con le quali fare i conti.

La Chiesa esperta in umanità, un’espressione della Popolorum Progressio di Paolo VI, giustifica l’orizzonte della ricognizione di Bassetti: l’esigenza di unità, di coesione, di riduzione dei conflitti prevale su ogni altra cosa. Non c’è più “scelta religiosa” ma una specie di scelta pastorale. Non ci sono più valori non negoziabili e questione antropologica, se non come parte della più ampia questione sociale. Al loro posto troviamo l’appello a evitare una divisione tra cattolici dei principi morali e cattolici dell’impegno sociale. E l’uso per così dire sintetico del discernimento come modalità delle relazioni tra la Chiesa e il mondo, secondo l’insegnamento di Papa Francesco e in parziale continuità con il discernimento ecclesiale del Convegno nazionale di Verona del 2006, al termine dell’era Ruini.

Questo il piatto servito da Bassetti. I commentatori hanno colto il cambiamento di tono e il sostanziale allineamento alla linea pastorale presentata da Papa Francesco al convegno ecclesiale nazionale di Firenze del 2015. Il giudizio che ne è scaturito è largamente positivo: dialogo, pastoralità, attenzione alle questioni sociali vengono più o meno esplicitamente contrapposti allo scontro, all’invasione di campo, al dogmatismo culturale della traduzione ruiniana del magistero di Giovanni Paolo II. Al di là della correttezza filologica e storica di questa ricostruzione, comunque prevalente nei grandi giornali, dobbiamo però chiederci come si struttura l’impianto che regge la prolusione bassettiana e come questo impianto reagisce alle situazione presente della Chiesa in Italia e alle questioni più urgenti della società italiana.

Bassetti prende atto delle trasformazioni dell’ambito religioso nella società italiana. Per un verso si riallaccia alla grande lezione di Paolo VI e del cattolicesimo post conciliare rappresentata dall’Evangelii Nuntiandi e dal Convegno ecclesiale del 1975: distinguere tra secolarizzazione come processo tipico delle società contemporanee, di per sé non solo compatibile ma decisamente invocabile sulla base della tradizione cristiana, e secolarismo come riduzione del fatto religioso a questione socialmente irrilevante. In questa presa d’atto si possono scorgere però anche i segni di quella che appare come l’accettazione di una sorta cristianesimo a bassa intensità, rinvigorito nei suoi richiami religiosi ma compatibile con la radicale individualizzazione che caratterizza la società italiana e la vita della Chiesa stessa. Un cristianesimo più forte nel ridotto del campo religioso, più attento alle ragioni del dialogo ma più debole nel saper alimentare nuove sintesi culturali capaci di dare risposte alle grandi questioni del paese. Un cristianesimo che si ferma sulla soglia dei problemi, lasciando per così dire l’esercizio del discernimento a metà. Un cristianesimo nel quale con difficoltà si intravede il modo con il quale dare corpo a un rinnovato impegno pubblico dei cattolici italiani “nel solco di una tradizione che ha sempre avuto a cuore le condizioni dei più umili senza tuttavia rinunciare a grandi ambizioni” come dice Pietro Scoppola in uno dei suoi ultimi libri.

Questo appare un punto cruciale. Lo sforzo per fare sintesi tra sussidiarietà dell’azione della Chiesa, quella giustamente ricordata come mai rinunciabile da Benedetto XVI in un bellissimo e poliarchico paragrafo 29 della Deus Caritas Est, e grande ambizione per continuare a dare un futuro al paese, è apparso evidente in qualcuno degli interventi pubblici di Bassetti negli ultimi mesi, pensiamo alla questione immigrazione. A proposito di questa sintesi la prolusione sembra tuttavia fare come un passo indietro o comunque evita di fare un passo avanti. E’ vero che un impegno pubblico sistematico spetta innanzi pluralisticamente a tutto il laicato cattolico e alle sue forme associative, anzi ne costituisce il modo proprio di essere nella Chiesa e nel mondo. Ma come sempre nella storia del cattolicesimo italiano questo impegno vive di un confronto, di una condivisione e di una collaborazione costante tra le diverse parti della comunità cristiana. Pensarlo diversamente e in modo separato, lasciando in nome del pluralismo tutto lo sforzo dell’elaborazione a un dialogo evanescente ed evocativo, significa condannarlo ad una probabile marginalità priva di ambizioni.

A metà del suo discorso al Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, Papa Francesco pone una domanda alla Chiesa italiana dopo averla esortata ad evitare i rischi dell’efficientismo organizzativo e del dogmatismo dottrinario, “cosa ci sta chiedendo oggi il Papa?” e la risposta è molto chiara: vescovi e laici debbono decidere insieme. Lo potremmo tradurre con un abbiamo bisogno di un cammino di discernimento ecclesiale, con i suoi tempi, i suoi luoghi, la sua ermeneutica della Parola qui ed oggi, la sua ermeneutica della storia del paese qui ed oggi. Un discernimento che non suppone concordismo e non rifugge dal conflitto. Ancora Papa Francesco: “discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo”. La spiritualità del conflitto, avrebbe detto Pietro Scoppola.

Leave a Comment