Quando il radicalismo aiuta i populisti


Da una parte l’impraticabile strategia della chiusura, impraticabile perché inefficace ed economicamente dannosa. I trend di lungo periodo rendono infatti auspicabile il contributo dei migranti al saldo demografico. Come essenziale è il non arretramento nel profili professionali del flusso migratorio. In questa fase rischiamo infatti che i processi si invertano danneggiando imprese, produzione del reddito e conti del welfare. A fine 2016 il numero degli stranieri iscritti alle anagrafi italiane era cresciuto rispetto a fine 2015 di solo 21.000 unità. La linea del tandem populista Lega – Movimento 5 stelle è dunque innanzi tutto economicamente sbagliata.

Dall’altra l’altrettanto impraticabile strategia dell’apertura senza se e senza ma, vittima di quello che è stato efficacemente definito “estremismo umanitario” nel quale si addensano mai sopiti istinti antioccidentali e l’incapacità di misurare in forme moralmente adeguate il rapporto tra fini e mezzi. Come gestire ad esempio il fatto per cui solo il 50% degli ingressi irregolari in Italia negli ultimi tre anni si trasforma in richieste di asilo? E come dunque replicare a ragione alle misure di controllo straordinarie adottate dagli stati membri confinanti? Gli estremisti umanitari non trovano risposte e si rifugiano in una specie di riedizione da sinistra della linea dei “valori non negoziabili”. Cei, Avvenire e molte ONG li troviamo qui.

Il governo italiano, scontando incertezze e danni dell’assenza di una politica efficace dell’Unione, tenta di porre rimedio e di bilanciare accoglienza, diritti e responsabilità. Il codice di condotta per le ONG è solo un tassello di questa strategia. D’altra parte il dibattito economico sulle migrazioni è apertissimo e la ricerca di soluzioni equilibrate ed efficaci è costante. Dai liberisti radical che offrono argomenti per una libertà di circolazione senza limiti – sarà il mercato a trovare un equilibrio – agli istituzionalisti che esigono regole e limiti per generare efficaci strategie di integrazione e assimilazione, tutti convergono su un punto: non sono possibili politiche di apertura “in un solo paese”. E se non cresce la “scala” delle azioni di regolamentazione e implementazione non si può che attestarsi prudentemente su livelli minori, controllati ed efficaci di apertura.

Un cedimento al realismo che ignora la ricerca profetica di orizzonti più accoglienti e la responsabilità di proteggere chi si trova in condizioni di estremo e radicale disagio? Le cose non sembra stiano così con buona pace dell’estremismo umanitario. Lo stesso Papa Francesco, costantemente utilizzato come icona della strategia più radicale, parla sì costantemente di coltivare una generosa apertura ma allo stesso tempo richiede che questa apertura sappia generare “nuove sintesi culturali” dentro città che “integrano i differenti, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro” (Evangelii Gaudium 210). Tutte funzioni che come risulta evidente richiedono sofisticati meccanismi istituzionali di regolamentazione, controllo e costruzione sociale. L’assoluto richiamo alla libertà di partire e di restare finisce con il rompere le condizioni di questa difficile costruzione istituzionale, oltre a generare effetti di rimbalzo che in una democrazia di massa non tardano a produrre risultati di maggiore e più stridente chiusura. Specie tra i gruppi sociali più svantaggiati che entrano in una perversa spirale di guerra tra poveri, non ultima matrice di ulteriore spinta populista.

L’intera tradizione della Chiesa cattolica tende d’altra parte a bilanciare tutti questi aspetti, rifuggendo dal radicalismo improduttivo e invitando a un più faticoso esercizio di discernimento ecclesiale. Il punto è ancora una volta la relazione tra i principi e la tutela concreta dei diritti della persona che si ottiene soltanto attraverso processi di inserimento, integrazione e assimilazione. “La regolamentazione dei flussi migratori secondo criteri di equità e di equilibrio è una delle condizioni indispensabili per ottenere che gli inserimenti avvengano con le garanzie richieste dalla dignità della persona umana” (Compendio Dottrina sociale della Chiesa 298).

Le politiche per l’immigrazione aprono innumerevoli questioni. Al netto di quelle rumorosamente agitate dai populismi e quasi sempre falsificate dalle analisi dei fatti (l’immigrazione danneggia l’economia, l’immigrazione sottrae posti di lavoro, l’immigrazione riduce i salari) si tratta di questioni che vanno affrontate misurando gli effetti delle proprie decisioni e confrontando quegli effetti con gli obiettivi. Ancora una volta populismo di destra e di sinistra si danno una mano per ostacolare serie politiche riformiste.

* i dati sono tratti da AA.VV. “I rifugiati e i richiedenti asilo in Italia, nel confronto europeo.”, in Banca d’Italia QEF, Occasional papers n.377, aprile 2017.

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