Civiltà cattolica e le Settimane sociali di Cagliari: un tentativo di rianimazione


Mentre il Fondo monetario internazionale nel suo Country report 2017 continua a raccomandare all’Italia un veloce completamento delle riforme del mercato del lavoro, dalla contrattazione decentrata alle politiche attive del lavoro, ancora bloccate dal conservatorismo sindacale e dai veti delle burocrazie ministeriali, il mondo cattolico si avvia a celebrare a Cagliari nel prossimo ottobre la 48ma Settimana sociale dei cattolici italiani sui temi del lavoro.

Per la verità la riflessione preparatoria non presenta spunti di grande novità. L’evocativo itinerario metodologico (denuncia, ascolto, narrazione, buone pratiche, proposta) si associa a un troppo scontato indice delle questioni (disoccupazione giovanile, povertà, donne, scuola/lavoro) che si conclude con l’immancambile richiamo all’impatto della rivoluzione tecnologica. Silenzio su tutto il resto, cioè silenzio sulle questioni che meritano un esercizio concerto e puntuale di discernimento ecclesiale che tenti di mettere in dialogo comprensione e precomprensione cristiana del lavoro con i “problemi più urgenti” come insegna Gaudium et Spes 46. Tutt’altra musica, per capirci, rispetto all’Agenda di speranza per il futuro del paese che occupò la Settimana sociale di Reggio Calabria nel 2010 mettendo in gioco analisi e proposte concrete fin dai documenti preparatori.

A quella che potrebbe apparire come una deriva metodologica e narrativa della Settimana sociale di Cagliari, sembra quasi voler porre rimedio Civiltà cattolica nel suo ultimo quaderno. In dieci dense pagine Francesco Occhetta fa implicitamente a pezzi – con garbo ma senza sconti – il “Bignami” del sinistrismo social-cattolico italiano in materia di economia e lavoro, rimettendo in fila uno per uno tutti i “problemi più urgenti” sul tappeto.

Si comincia (p.269) dalla mitica prima parte della Costituzione che lungi dal cristallizzare una sorta di dirigismo economico in materia di lavoro afferma al contrario il primato della società e delle sue forme organizzative, l’impresa in primo luogo, nel porre le condizioni perché si diano opportunità di lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale” come dice il titolo della Settimana sociale. Il principio lavorista della Costituzione italiana è dunque il segno di una compatibilità virtuosa tra lavoro e mercato e non di un loro insanabile contrasto. Nel nostro sistema costituzionale “solidarietà non significa più stato” come dice efficamente Olivetti su Avvenire di oggi 10 agosto.

Si prosegue (p.270) invocando una nuova egemonia riformatrice del sindacato ispirata all’elaborazione della nuova generazione di dirigenti CISL – si veda il riferimento alla segreteria Bentivogli della FIM – e non al cupo conservatorismo del vecchio sindacato di classe, quello che si affida ai “Bignami di Piketty” e che rischia di fare come dice Bentivogli la fine dei socialisti francesi. Un’egemonia che si sviluppa sotto l’etichetta del “viva la globalizzazione” e non sotto quella della “politica della paura”.

E ancora (p.271) si fa piazza pulita di tutte le resistenze ideologiche sul Jobs act e sulle riforme pensionistiche, riconoscendone i risultati concreti, spingendosi fino a citare gli 800.000 nuovi posti di lavoro, stigmatizzando la “lump of labour fallacy” che porta a credere al gioco a somma zero nel mercato del lavoro tra giovani generazioni in cerca di lavoro e lavoratori occupati. E si sottolinea come ancora molto debba essere fatto in termini di riforme pensionistiche pensando al rapporto tra occupati e pensionati, al carico contributivo, allo squilibrio tra i diversi tipi di rischio coperti dal welfare all’italiana.

Ma non finisce qui. Anche la difesa ad oltranza della centralizzazione della contrattazione collettiva diventa bersaglio (p.273) dell’analisi di Occhetta. Quella centralizzazione che secondo il FMI produce disparità e deprime la competitività delle imprese. Al contrario la contrattazione di secondo livello non solo deve acquisire un ruolo centrale nella tutela del lavoro, secondo la cultura sindacale contrattualista e pluralista, ma può consentire la personalizzazione necessaria a tenere conto dei nuovi lavori, dell’innovazione tecnologica e della strategia industria 4.0, dando alle rappresentanze aziendali un potere effettivo.

Infine – appoggiandosi alle parole di Papa Francesco – il colpo finale (p.276) al populismo e alle sue proposte del reddito di cittadinanza. Il tema non è infatti il reddito per tutti ma il lavoro per tutti, partendo dalla visione personalistica del lavoro già abbondantemente dissodata nell’insegnamento sociale della Chiesa: il lavoro in senso oggettivo e il lavoro in senso soggettivo della Laborem Exercens 6 di Giovanni Paolo II.

Insomma Civiltà Cattolica e Francesco Occhetta, per altro componente del Comitato organizzatore della Settimana sociale, danno un po’ di linfa a un esangue appuntamento. Populismo di destra e di sinistra non fanno una bella figura. Il moderno riformismo di ispirazione cristiana che oggi è ben rappresentato dalla FIM di Bentivogli ne esce come l’unico in grado di far fronte alle esigenze del paese. In continuità con le riforme del mercato del lavoro che sulla scia Treu Biagi Ichino il governo Renzi ha realizzato negli ultimi anni. Un vero esercizio di discernimento ecclesiale.

1 Comment

  1. Marco Demarie ha detto:

    Confesso di non sapere esattamente che cosa intendano essere oggi le settimane sociali dei cattolici. Mi auguro che la Chiesa italiana le consideri un’occasione di libertà, in cui le diverse componenti di quell’ambiente oggi così eterogeneo che un tempo si sarebbe chiamato mondo cattolico prova a contribuire con idee praticabili nell’hic et nunc italiano (cioè europeo, mediterraneo, globale) al miglioramento degli assetti sempre instabili della società umana e alle chance che in essa sono date a coloro che in essa si trovano a sperimentare condizioni di disagio – di povertà, diciamo pure – di cui non hanno responsabilità alcuna. Forse qualcuno potrebbe anche aspettarsi, dalla Settimana di Cagliari, qualcosa che suoni come un messaggio di speranza o un vento di profezia. Mentre la speranza è bene così raro che l’accettiamo con gratitudine in qualunque circostanza, vorremmo esprimere qualche apprensione rispetto ai contenuti profetici. La scelta di incentrare sul lavoro umano i lavori è stata acuta: è il tema intorno a cui ruota l’intera necessità di ripensare l’organizzazione delle nostre società avanzate e, per così dire, occidentali minori, come la nostra italiana: demografia, democrazia, solidarietà, produttività, formazione, immigrazione, tecnica, tempo hanno fatto un salto di qualità che non solo richiede, ma che già sta trasformando il lavoro umano, fine o strumento che sia: e come, non lo sappiamo ancora bene, né quello che vediamo all’opera ci piace sempre. Meno di tutto, però, ci piace, in questa materia, “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, appellandosi a qualche dover essere: se il lavoro dovrà essere “libero, creativo, partecipativo e solidale”, allora semplicemente non sarà, nel senso che non ci sarà (o non sarà lavoro). Certo quelle dimensioni saranno con qualche probabilità importanti e forse crescentemente tali, specie nel lavoro di noi popoli (per il momento più) fortunati; ma non dovremmo nasconderci che il lavoro sarà altresì “coatto, ripetitivo, disciplinario e competitivo”. Il punto è come riusciremo a gestire queste compresenze, componendo opportunità, emancipazione, durezza e fallimento (sì, esistono; sì sono inevitabili: e magari utili), in un modo che non butti fuori dal gioco nessuno che voglia giocare. Non siamo ancora pervenuti – temo – nel mondo dei fini. Se quindi la “libertà ecc.” del lavoro è una speranza, o meglio un’aspirazione, siano benedetti coloro che ce la ricordano, strappandoci per un momento almeno al rischio di affogamento nella mondanità del mondo; se invece si tratta di costruire la piattaforma profetica del “lavoro cattolico”, suggerirei di procedere con una certa cautela. Il programma della Settimana sembra voler esaminare, nel loro contesto e nelle loro effettive condizioni di possibilità, esperienze di innovazione lavorativa concreta, in genere nel settore privato commerciale e nel privato sociale, e questo sembra essere un punto di partenza positivo.

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