Bassetti, i cattolici, la politica


Il presidente della Conferenza episcopale italiana Bassetti interviene con decisione nel dibattito sulle politiche di controllo dell’immigrazione. Nulla di strano anche se avremmo preferito ascoltare parole del laicato cattolico, dell’Azione cattolica italiana per esempio, altrettanto decise ed equilibrate. Al contrario di quelle del direttore di Avvenire che, come nel caso dell’endorsment per il Movimento cinque stelle di qualche mese fa, hanno generato solo molta confusione. Insomma un richiamo all’etica della responsabilità appariva ormai indispensabile. Bene dunque ha fatto Bassetti, al di là dei retroscena con cui vaticanisti e non hanno raccontato l’episodio.
Non è una sorpresa. Nella sua intervista a Repubblica del 30 luglio aveva abbondantemente chiarito che la Chiesa cattolica non è un partito politico ma allo stesso tempo è impegnata a “discernere i segni dei tempi” così come il Concilio Vaticano II ha raccomandato. Un discernimento orientato da tre principi, secondo Bassetti: annuncio, unità e carità.

L’intervento di Bassetti ripropone tuttavia, ben al di là della questione immigrazione, un sopito e non risolto problema: cosa ne è del cattolicesimo politico in Italia? La neutralità di Papa Bergoglio in materia di politica italiana, salutata dagli articoli di Civiltà cattolica come una svolta netta rispetto all’interventismo episcopale degli anni di Ruini e al clerico moderatismo di quelli di Bagnasco ben rappresentato dai convegni di Todi, sembra essere una rappresentazione quantomeno incompleta dello stesso orientamento del Papa, oltreché lasciare del tutto insoddisfatta la questione sul cattolicesimo politico. Qualche autorevole osservatore ha già da tempo fornito una risposta: il cattolicesimo politico in Italia non c’è più.

Ma cosa intendiamo con cattolicesimo politico? Nella storia del novecento italiano questa domanda ha molte risposte. Prendiamo quella recentemente riproposta da Paolo Pombeni. Quattro sono gli elementi in gioco: la presenza dei vescovi nella sfera pubblica; la diffusione dell’insegnamento sociale della Chiesa; l’intervento degli intellettuali cattolici nella vita politica e culturale; l’azione organizzata del laicato cattolico in materia politica e sociale. Un ordine forse non casuale considerando la storia nazionale.
La netta opzione di Bassetti per una politica dell’immigrazione ispirata al realismo cristiano è dunque espressione di cattolicesimo politico? Direi proprio di si. Non è dovere della Chiesa tutta intera, vescovi, religiosi, laici e presbiteri, applicarsi (Gaudium et Spes 46) alle questioni più urgenti della società? E non è tuttavia proprio del laicato (Evangelii Nuntiandi 70) occuparsi di queste cose, cioè del “mondo vasto e complicato della politica”? E il laicato (Apostolicam Actuositatem 18) non se ne deve occupare in modo particolare in forme organizzate, fermo restando (Gaudium et Spes 42) che non esistono soluzioni e risposte univoche essendo del tutto legittima la coesistenza di più orientamenti pratici?

A queste domande gli ultimi appuntamenti pubblici della Chiesa italiana, dai Convegni ecclesiali nazionali alle Settimane sociali, a quelli del laicato associato come l’Azione cattolica, danno risposte flebili. O almeno non mettono espressamente a tema la questione. Dieci anni fa era di nuovo Pietro Scoppola a porre la questione a modo suo: “vedrei in questo processo morale, culturale e anche politico gli spazi per un impegno rinnovato per i cattolici italiani al di là degli schemi e degli strumenti del passato, nel solco di una tradizione che ha sempre avuto a cuore le condizioni dei più umili senza tuttavia rinunciare a grandi ambizioni”.

Pensiamo ad alcune di queste grandi ambizioni che oggi riguardano le prospettive del paese: Europa dei sovranisti o Europa degli unionisti? Proteggere il lavoro dal mercato o proteggere il lavoro nel mercato? Rimpiangere le vecchie alleanze tra blocchi, liquidando i tre anni di governo Renzi come vorrebbero tutti insieme populisti e vecchia sinistra, oppure insistere con partiti pragmatici aperti a tutti, facendo tesoro degli elementi forti di innovazione di questa esperienza?

Il cattolicesimo in Italia dispone di una tradizione culturale con la quale si possono impostare risposte serie e strutturate a tutte queste domande, in un comune esercizio di discernimento. La democrazia è controllo dei rappresentati sui rappresentanti (Centesimus Annus 46) lungo tutto il circuito delle istituzioni politiche, da quello europeo sovranazionale a quello locale. Non c’è spazio per le avventure populiste o per le ideologie della democrazia diretta. Una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione (Centesimus Annus 35) è quella che meglio rispetta la dimensione soggettiva del lavoro. In questo schema non c’è alcuna opposizione al mercato: anzi il mercato è uno strumento per la libertà del lavoro e dell’attività economica, purché esso sia regolato per “garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società”. La responsabilizzazione e la personalizzazione nei partiti e nelle istituzioni di governo (Un’agenda di speranza per il futuro del paese 31) sono un modo per far crescere la trasparenza del processo decisionale e per avere una politica allo stesso tempo meno invasiva e più forte. Ecco come la tradizione del cattolicesimo politico può incrociare tre questioni urgenti (populismo, jobs act, PD) per il futuro del paese.

E’giusto dunque continuare ad interrogarsi. Confinare il cattolicesimo politico tutto entro i limiti della sola mediazione personale non sembra essere una soluzione che rafforza il perseguimento di “grandi ambizioni”. Sarebbe paradossale che l’itinerario del cattolicesimo politico italiano si risolvesse in un silenzio del laicato e nella parola isolata dei Vescovi proprio nella fase in cui l’abbandono della dottrina dell’interventismo episcopale annunciata da Ruini fin dal 1991 si è affermata nei fatti con il pontificato di Bergoglio.

1 Comment

  1. Pietro Giordano ha detto:

    Perfettamente d’accordo Giorgio!
    Lo sostengo da circa dieci anni, durante i nostri incontri camaldolesi.
    In questi anni, sopratutto in ossequio alla stagione ecclesiale, coincidente col papato di Giovanni Paolo II, abbiamo assistito ad una diaspora politica dei “seguaci” del cattolicesimo politico, determinata o da adesione alla “linea” ecclesiale o da carrierismo personale, il tutto spesso condito da un ripudio inconfessato del Concilio Vaticano II. Solo una minoranza, spesso proveniente dal cattolicesimo democratico, ha vissuto la diaspora come obiettivo ideale dopo la fine della DC.
    Spesso, in buona o in cattiva fede, si è contrabbandata la giusta fine del Partito dei Cattolici, con la fine di una presenza culturale del cattolicesimo politico italiano, in forma strutturata e organizzata (si sono preferite le scuole di partito ove le culture provenienti dall’implosione della prima Repubblica, si sono mischiate senza riuscire il più delle volte a fare sintesi, come dimostrano le scissioni e le divisioni, a destra come a sinistra).
    Fino a Ratzinger – per più di un ventennio – è sembrato che il laicato cattolico abbia delegato, in gran parte, ai “chierici” il ruolo ad esso consegnato dal Concilio (non quello di Trento…), riducendosi ad una sorta di megafono mal funzionante (CL, ecc…). Con la neutralità di Francesco, il megafono sembra diventato afono.
    Non credo si possa stare inerti di fronte a sfide epocali quali: il lavoro che cambia con il progresso tecnologico (non solo il jobs act, che tra l’altro condivido); l’ambiente (vedi per esempio la posizione di Trump); il nuovo welfar; la revisione di un modello capitalistico che mostra, dopo il 2007, tutti i difetti fino ad allora nascosti. Infine, la sfida di un cancro che cela totalitarismi già visti: il populismo (da te giustamente citato).

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