La Chiesa di Francesco oggi. Salvador Pié-Ninot. Camaldoli 2017


di Salvador Pié-Ninot (professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e della Facoltà Teologica di Catalogna a Barcellona)

Qual è il cambiamento verso “la Chiesa in uscita” che vuole Papa Francesco, come proposta centrale della Evangelii gaudium, dove propone di “indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (nº1). Ma tutto questo attenti alle “tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale” (nº221), che esistono con il modello di Chiesa “rinchiusa in una citadella privilegiata” (Inizio del giubileo 2015: MV, nº4), in qualche modo presente nella Chiesa anche attualmente?

Infatti Papa Francesco parte da questa situazione quando afferma: “La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo l’evento del Concilio Vaticano II. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un forte soffio della Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una citadella privilegiata, era il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre” (MV, nº4).

La Chiesa in uscita

In questa cornice, la parola d’ordine di Papa Francesco sta promuovendo una “Chiesa in uscita” (EG 20): questa è una novità, dal momento che per lui il primato nella missione della Chiesa è la missione è non tanto la comunione interna, anche ovvia, e così quando utilizza la comunione aggiunge l’aggettivo preciso “missionaria” (nº23). Infatti, per Francesco, il primato sta nella missione, vale a dire, “l’uscita Chiesa senza frontiere” (nª210), anziché la comunione, che è stata la prima nota proposta dalla ChL 30 per le associazioni dei laici. E per tanto un’importante sfumatura che ci riporta alla descrizione conciliare AA 20, dove la prima nota dell’Azione Cattolica era precisamente “l’apostolato” o missione.

“Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti. Abramo accettò la chiamata a partire verso una terra nuova (cfr Gen 12,1-3). Mosè ascoltò la chiamata di Dio: «Va’, io ti mando» (Es 3,10) e fece uscire il popolo verso la terra promessa (cfr Es 3,17). A Geremia disse: «Andrai da tutti coloro a cui ti manderò» (Ger 1,7). Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo (nº20).

“La sua gioia di comunicare Gesù Cristo si esprime tanto nella sua preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi più bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio-culturali” (nº30)

“La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figliol prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà”̀ (nº46).

Nell’Amoris laetitia si fa esplicita questa Chiesa “in uscita” con la formulazione diventata molto nota quando afferma “che spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale di campo” (nº 291). In più si sottolineerà anche che “la famiglia è sempre stata il più vicino ‘ospedale’” (nº. 321).

Nel suo discorso al Congresso delle Grandi città (27.XI.2014) offre due forme di questa “uscita”: “la prima, uscire per trovare il Dio vivente nella città e nei poveri. Uscire per incontrarsi, per ascoltare, per benedire, per camminare con la gente a rendere più possibile l’incontro con il Signore. Rendere accessibile il sacramento del Battesimo. Chiese aperte. Segretarie con orari per le persone che lavorano. Catechesi adeguate nei contenuti e agli orari della città. La seconda forma è diventare Chiesa samaritana, con un cambiamento nel senso della testimonianza, dato che nella pastorale urbana la qualità la donerà la capacità di testimonianza della Chiesa e di ciascun cristiano, come testimonianza che attrae e suscita interrogativi nella gente”.

Due annotazioni sociologico-pastorali della EG toccano più direttamente i nostri paesi europei nei quali non si dà tanto una presenza pubblica della Chiesa notevolmente visibile. La prima annotazione, constata Francesco, è “che in alcuni luoghi si e prodotta una “desertificazione” spirituale”; per questo sottolinea che come “nel deserto si torna a scoprire il valore di ciò che essenziale per vivere, così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso manifestati in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita… Siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce” (nº86). La seconda annotazione sottolinea che “anche là dove sono un “piccolo gregge” (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale e luce del mondo” (nº 92).

Si deve tenere presente anche un aspetto decisivo della EG sulla sua
comprensione della Chiesa ‘in uscita’, come modo radicale di essere missionaria, vale a dire “l’inclusione sociale dei poveri” (nº186) dato “il luogo privilegiato
dei poveri nel Popolo di Dio” (nº197). In effetti, qui si ricorda una precisa formulazione teologica di Benedetto XVI dove affermava che “questa opzione per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per farci ricchi con la sua povertà” (nº198). A questo proposito, Francesco richiama una riflessione interpellante per tutti coloro che non sono poveri o socialmente emarginati, con queste chiare indicazioni di Paolo VI: “I più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni più generosamente al servizio degli altri” (nº190).

D’altra parte, la posteriore enciclica Laudato si’, riferendosi ai testi citati ora, afferma che “nelle condizioni attuali della società mondiale, il principio del bene comune diventa immediatamente un’opzione preferenziale per i poveri. Questa opzione consiste nella destinazione comune dei beni della terra, per capire questa opzione è ormai un requisito etico fondamentale per l’effettiva attuazione del bene comune” (nº158).

Concludiamo con queste sfide per questa Chiesa in uscita. Accenna Francesco: “la formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale” (nº102). Allora dice che “il genio femminile è necessario dove vengono prese decisioni importanti nella Chiesa” (nº103), dato che i laici devono formarsi per “assumere responsabilità importanti nelle loro Chiese” (nº102).

Il nucleo essenziale del Vangelo

“Se intendiamo porre tutto in chiave missionaria, questo vale anche per il modo di comunicare il messaggio… Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso. Il problema maggiore si verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Dunque, conviene collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva” (nº34).

“Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa” (nº35).

“Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che «esiste un ordine o piuttosto una “gerarchia” delle verità nella dottrina cattolica… Questo vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale” (nº36).

“Anzitutto bisogna dire che nell’annuncio del Vangelo è necessario che vi sia una adeguata proporzione. Questa si riconosce nella frequenza con la quale si menzionano alcuni temi e negli accenti che si pongono nella predicazione. Per esempio, se un parroco durante un anno liturgico parla dieci volte sulla temperanza e solo due o tre volte sulla carità o sulla giustizia, si produce una sproporzione, per cui quelle che vengono oscurate sono precisamente quelle virtù che dovrebbero essere più presenti nella predicazione e nella catechesi. Lo stesso succede quando si parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della Parola di Dio” (nº38).

Infatti, come diceva Paolo: “se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Dato che senza la risurrezione sia la predicazione, sia la fede sono “vuote”, cioè svuotate di ogni significato o di ogni valenza salvifica, quindi ‘inefficaci’ o ‘vane’. Per questo la Pasqua diventò la prima e più grande festa cristiana già nel secolo II per il suo significato cristologico mà anche fortemente antropologico data dalla scotante ed universale domanda umana sul “contro-senso e interrogativo” della morte…

Tutta questa proposta di Francescco suona como un invito pressante a confrontarsi con la fine della cristianità e con una secolarizzazione avanzata, che non significa la fine della religione, bensì un mutamento delle condizioni di credenza davanti ai due tratti tipici del fatto religioso contemporaneo: l’individualizzazione e il pluralismo (C. Taylor). Per questo il suo significato non è evidentemente la fine della possibilità della fede e dell’appartenenza ecclesiale, ma l’inefficacia di un modo di pensare la fede che non tenga conto del mondo disincantato in cui viviamo e di una forma di Chiesa strutturata ancora secondo il paradigma della cristianità.

L’immagine del Poliedro: verso quale modello ecclesiale di comunione di Francesco?

“Anche tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili” (nn. 234s. cf. l’epitaffio di Ignazio di Loiola del s. XVI: non coerceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est).

“Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti” (nº236).

“A noi cristiani questo principio parla anche della totalità o integrità del Vangelo che la Chiesa ci trasmette e ci invia a predicare. La sua ricchezza piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti, tutti. La “mistica popolare” accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa. La Buona Notizia è la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli. Così sboccia la gioia nel Buon Pastore che incontra la pecora perduta e la riporta nel suo ovile. Il Vangelo è lievito che fermenta tutta la massa e città che brilla sull’alto del monte illuminando tutti i popoli. Il Vangelo possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco: non cessa di essere Buona Notizia finché non è annunciato a tutti, finché non feconda e risana tutte le dimensioni dell’uomo, e finché non unisce tutti gli uomini nella mensa del Regno. Il tutto è superiore alla parte (nº237).

“Lo stesso Spirito Santo è l’armonia, così come il vincolo d’amore tra il Padre e il Figlio. Egli è Colui che suscita una molteplice e varia richezza di doni e al tempo stesso costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae” (nº117)

L’immagine del poliedro è proposta di nuovo da Francesco così: “L’insieme degli interventi dei Padri nel Sinodo sulla Famiglia mi è parso un prezioso poliedro, costituito da molte legitime preocupazioni e da domande oneste e sincere” (Amoris laetitia, nº4). Tutto questo comporta che “L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o “diversità riconciliata”. In questo stile arrichente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arrichiscono il bene comune” (nº139).

Vale la pena ricordare che Bergoglio voleva fare la tesi di laurea su Guardini e la sua opera: Der Gegensatz. Versuche zu einer Philosophie des Lebendigkonkreten (Mainz 1925): L’opposizione polare. Saggio per una filosofia del concreto vivente (Roma 2014; trad. sp.: El contraste, Madrid 1985). Infatti Guardini como filosofo delineò una teoria degli opposti reali che lo aiutò a comprendere alcuni aspetti del mistero della Chiesa, dato che per lui l’essere umano acquista il senso della totalità nella Chiesa, perché questa allarga gli orizzonti della persona, della realtà e del mistero. Nel suo saggio sull’ opposizione polare analizza questo ritmo che attraversa tutta la realtà, dato che l’opposizione/contrasto è un elemento fondamentale della vita umana concreta. Questa opposizione/contrasto è il vincolo tra due realtà che si respingono e che non possono essere ridotte l’una a l’altra, come ricorda Francesco quando si riferisce alle “tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale” (nº221)”.

Questa opposizione polare (Gegensatz) di Guardini dà un risultato molto diverso dalla contradizione (Widerspruch) hegeliana, con le sue figure della sfera e la spirale o dalla lotta di classe di Marx, che preferisce non trasformare il conflitto mà bensi lottare contro. Insomma, la immagine del poliedro e la sua contrapposizione alla sfera sono chiavi per capire il criterio del tutto superiore alle parti. Per questo il metodo di Guardini delle opposizioni polari diventa un criterio per il discernimento storico del “concreto vivente” molto adatto alla Chiesa e Popolo di Dio.

Questo porta a una visione un pò diversa dalla comunione ecclesiale non nella chiave della sfera “dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno”. Una applicazione concreta la si vede nell’Amoris laetitia quando “si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale” (nº297), dato che “le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (nº 300).

Pietà popolare

L’impostazione sulla pietà popolare è molto originale quando Francesco afferma: “Si tratta di una vera “spiritualità incarnata nella cultura dei semplici” (Aparecida/CELAM). Non è vuota di contenuti, bensi scopre e li esprime più mediante la via simbolica che non con l’uso della ragione strumentale, e nell’atto di fede accentua maggiormente il credere in Deum (aspetto itinerante: ‘credere verso Dio’) che il credere Deum (aspetto cognoscitivo: ‘credere Dio’: ST II-II, q.2.a2). È “un modo legitimo di vivere la fede, un modo di sertirsi parte della Chiesa, e di essere missionari” (Aparecida)” (nº124).

È “un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione” (EG 126). È evidente, infatti, come nell’Europa secolarizzata una prospettiva quale disegnata sulla pietà popoplare richieda di essere contestualizzata, dato che forse troppo speso essa possa risultare l’effetto più tipico di una secolarizzazione avanzata. Quando, per esempio, constituisce quella sfera in cui ci si rifugia al margine di una vita in cui si stenta ad esprimere la fede e l’appartenenza ecclesiale (poiché non si hanno strumenti adeguati per ripensare la fede e vivere l’appartenenza alla Chiesa nel contesto di un mondo disincantato), c’è da dubitare del fatto che essa sia sempre luogo teologico ed espressione del sensus fidei. Con ragione si può dire che l’iscrizione del cristianesimo nel contesto culturale di un popolo è cosa diversa della pietà popolare, dato che è una realtà più comprensiva.

Ciò non toglie, tuttavia, che vada raccolto anche in Occidente un aspetto esenziale della prospettiva avanzata da Francesco: la necessità che la Chiesa, in tutti i suoi soggetti, rimanga in ascolto del modo in cui la fede viene vissuta e diviene cultura, anche laddove mancasse il linguaggio adeguato e formato per espirmerla. Cioè quello che Francesco dice: “È come con Maria: se si vuol sapere chi è, si chiede ai teologi; se si vuol sapere come la si ama, bisogna chiederlo al popolo” (A. Spadaro, Intervista, 459).

Apendice: sulla “novità” dell’Amoris laetitia

È chiaro che l’Amoris laetitia è “Magistero ordinario non definitivo” che disgraziatamente i famosi “quatro cardinali” e diversi siti-web anno intepretato come una “pura opinione” del Papa Francesco, quando invece è una “interpretazione autentica della Parola di Dio”, essendo in più frutto di due Sinodi dei Vescovi, che si deve accogliere e attuare, anche se non è magistero definitivo è per altro guida “prudente” –che questo vuol dire ‘ordinario’!- per tutta la Chiesa (cf. i nostri due articoli su questo tema a L’Osservatore Romano: 24.8.2016,1.7 e 17.3.2017,7).

Qual è la novità, il “rinnovamento nella continuità” che propone il magistero ordinario non definitivo dell’Amoris Laetitia? Senza dubbio sta nell’enfasi e nella priorità sulla persona e sulla famiglia in base alla sua storia particolare -con le sue gioie e debolezze – attraverso una valutazione prioritaria del carattere decisivo della “coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore” (nº303) i di “laici preparati” (nº312). I tre principi sono: gradualità (ns.295.325), partire dalla coscienza (ns.222.303) e discernimento pastorale (nº300).

Sarà quindi in questo uso del legame tra la coscienza del soggetto e la necessità ineludibile di discernimento pastorale che starà il rinnovamento e la novità più significativa che coinvolge Amoris Laetitia. Sicuramente, però, questa novità del Papa Francesco essendo innovativa nel suo approccio e nella sua articolazione ha sollevato delle critiche dei non disposti –anche forse in buona fede!- a questo cambiamento di prospettiva. Ma, se ci si avvicina con il cuore aperto a questa significativa priorità dell’Amoris laetitia come “invito a percorrere la via caritatis” (nº306) partendo delle persone concrete -el propter nos homines del Credo –, questa novità si può capire e praticare con grande frutto essendo “fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, e che ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza” (nº2).

In questo senso c’è un testo illuminante, quando in un’intervista Francesco dice: “Vedo chiaramente che la cosa che più ha bisogno della Chiesa oggi è la capacità di guarire le ferite e per ravvivare il cuore dei credenti in forma prossima e vitale. Vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a uno gravemente ferito, se si ha il colesterolo o se la temperatura è troppo alta! Dobbiamo guarire le ferite. Poi possiamo fare con il resto. Guarire le ferite, curare le ferite … Si deve partire dal basso” (Civiltà Cattolica, 2013).

Parola finale: “l’importanza di luoghi in cui rigenerare la propria fede”

Francesco concludendo la riflessione sui “operatori pastorali” cita l’ACI –l’unica associacione citata nella EG!-: “Riconosco che abbiamo bisogno di creare spazi adatti a motivare e risanare gli operatori pastorali, «luoghi in cui rigenerare la propria fede in Gesù crocifisso e risorto, in cui condividere le proprie domande più profonde e le preoccupazioni del quotidiano, in cui discernere in profondità con criteri evangelici sulla propria esistenza ed esperienza, al fine di orientare al bene e al bello le proprie scelte individuali e sociali» (Azione Cattolica Italiana, Messaggio della XIV Assemblea Nazionale alla Chiesa e Paese, 8.5.2011)” (EG nº77).

CAMALDOLI 2017: 21-23 luglio

2 Comments

  1. Sircliges ha detto:

    Tutto molto bello, ma sinceramente leggendo l’appendice finale non ho capito cosa pensa l’autore di questo paragrafo del catechismo:
    n. 1650 del catechismo:

    http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c3a7_it.htm

    1650 Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione.
    La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio.

    Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che OGGETTIVAMENTE contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi NON POSSONO accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione.
    Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza.

  2. Stefano Ceccanti ha detto:

    Il relatore non ne ha parlato perché quello che dice l’Amoris Laetitia dopo 2 Sinodi è piuttosto evidente: in claris non fit interpretatio. E infatti…
    https://news.gesuiti.it/famiglie-ferite-cammino-pastorale-della-comunita-catania/
    Del resto come ricorda la Dei Verbum 8 b la comprensione della Tradizione cresce e progredisce:
    “Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo (12): cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio”

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