Coalizioni. Istruzioni per l’uso


I britannici non amano le coalizioni politiche perché deresponsabilizzano chi guida il governo: chi ha deciso cosa quando sono in molti a contare? Qualche volta però vi ricorrono, quando scelgono di non consegnare governo e maggioranza al leader che è arrivato primo alle elezioni. Leader che ovviamente fa il Primo ministro ma che deve ricorrere, dopo le elezioni, all’aiuto di un partito junior. O in casi eccezionali e sulla base dei risultati elettorali alla grande coalizione. In ogni caso facendo alleanze dopo le elezioni e non prima.

In Italia le cose non vanno allo stesso modo. Gli elettori non amano tutto ciò che rende i politici meno responsabili delle loro scelte – chi ha deciso cosa? – al contrario della gran parte di classe politica e partiti che teme la democrazia governante: chi vince governa e viene giudicato dagli elettori alla tornata successiva. Per questo si era solo pochi anni fa giocata ancora la carta del referendum elettorale per cancellare le coalizioni e rafforzare il funzionamento della democrazia governante.

Ecco perché, avendoci la Corte costituzionale e la vittoria del NO nel referendum del 4 dicembre riconsegnato ad un regime proporzionalistico a governo debole, torna il fascino delle coalizioni. A destra come a sinistra è tutto un fiorire di formule e, specie a sinistra, la nostalgia diventa travolgente. Ma di cosa dovremmo avere esattamente nostalgia? Cosa dovrebbe incollare insieme un’ipotetica coalizione pre-elettorale di centrosinistra? Chi propone oggi di usare questa vecchia colla sembra dimenticare che mancano i lembi da sovrapporre, la colla è surclassata da altre tecnologie e l’artigiano non dispone più del suo banco di lavoro.

Non esistono i lembi da incollare. Non c’è un mondo elettorale geneticamente di centrosinistra pronto a ricompattarsi sotto le mani dell’artigiano federatore. Non c’è più corrispondenza tra fratture sociali e voto. Non solo: le fratture sociali cambiano volto. Si rischia così di provare a incollare qualcosa che non c’è più. E poi la colla non funziona più. Gli elettori non seguono i ceti politici e non basta ricucire gli strappi, magari usando ago e filo al posto della colla, per riportare a casa gli elettori. Nella democrazia del pubblico gli elettori hanno altro a cui pensare e usano scorciatoie cognitive più semplici ed efficaci per giungere alla loro decisione di voto. Infine non c’è più il banco da lavoro dell’artigiano della democrazia dei partiti, quando incollare correnti significava in buona misura incollare voti. Senza pezzi, senza colla e senza banco di lavoro un bravo artigiano rinuncia e saluta.

La vera questione è che nella democrazia del pubblico le fratture si scompongono e ricompongono e a questo processo non ne corrisponde uno simmetrico all’interno del ceto politico e dell’offerta politica. Al contrario è l’offerta politica a scomporre le fratture elettorali e a sparigliare il gioco. In questi ultimi mesi questo è l’effetto provocato da una frattura che sembra delinearsi in più arene elettorali. Non più quella tra destra e sinistra, non più quella tra vecchio e nuovo che aveva egemonizzato l’inizio della seconda repubblica. E’ la frattura tra apertura e chiusura che spiega i conflitti che conosciamo oggi tra unionisti e sovranisti, tra pluralisti e populisti, tra garantisti e giustizialisti.

E’ la frattura tra apertura e chiusura che segna una fase diversa della competizione politica. Non siamo di fronte ad un “realignment” vero e proprio, tendenzialmente di lungo periodo. Siamo però di fronte a qualcosa che si va ben delineando. Lo aveva detto Tony Blair alla fine del suo mandato nel 2007, lo hanno detto con altri termini P.Norris e R.Inglehart studiando Trump e Brexit. Lo ha detto chiaramente P.Rosanvallon parlando di Francia e Macron in un’intervista a Le Monde dello scorso 16 giugno. Lo possiamo dire noi in UE e in Italia dopo il voto sul trattato CETA: da una parte gli unionisti (pezzi di centrodestra e di centrosinistra) dall’altra i sovranisti (destra e sinistra, pezzi di centrodestra e di centrosinistra) secondo un allineamento come non mai plasticamente visibile. Allineamento che rende tra l’altro incomprensibili e impossibili le proposte di alleanza tra PD e quello che appare essere alla sua sinistra. La frattura destra/sinistra non scompare ma viene così attratta e subordinata a quella tra apertura e chiusura.

Pezzi, colla e bancone inservibili; istruzioni per l’uso cambiate. Non solo: se la coalizione serve a vincere le elezioni dovrebbe essere il modo con il quale la nuova offerta politica riporta a casa voti in uscita o convince chi abita altri territori a venire nella nuova casa. Sta di fatto che anche la tornata amministrativa mostra che chi si muove (elettorato cinquestelle e astensionisti più o meno cronici) lo fa in due sensi. O entra nell’area dell’astensione o ne esce per andare in quella del centrodestra. In entrambi i casi le coalizioni elettorali locali di centrosinistra falliscono l’obiettivo.

Non c’è dunque più la vecchia frattura destra sinistra lungo la quale andare a cercare i pezzi del centrosinistra da incollare. Ce n’è una nuova (aperto/chiuso) che scompone e ricompone i pezzi. La vecchia colla non tiene più né può ragionevolmente farlo. Quando qualche vecchio artigiano ci prova gli elettori se ne vanno da tutt’altra parte. Perché dunque il centrosinistra dovrebbe oggi abbandonare l’intuizione di venti anni fa, quella di Andreatta e Parisi, rilanciata da Salvati, illustrata da una storica relazione Vassallo nel 2006, messa in campo da Veltroni nel 2008 e poi presa in mano con le prime vere primarie da Renzi, e tornare al vecchio gioco della coalizione? I primi a dovercelo dire sono proprio Veltroni e Renzi.

Gli italiani non amano le coalizioni, come i britannici. E se possono ne fanno a meno. Ma a differenza dei britannici e dei francesi, dei tedeschi e degli spagnoli, grazie al combinato disposto sentenze della Corte costituzionale – vittoria del NO nel referendum del 4 dicembre, siamo tornati in regime proporzionalistico nel quale se nessuno riesce a vincere con una proposta chiara, ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere, il problema di fare coalizioni si impone. E si impone dopo non prima del voto. E’ un po’ bizzarro che chi si è adoperato contro una legge elettorale che assicurava una maggioranza assoluta al vincitore e contro una riforma costituzionale che lasciava la fiducia ad una sola Camera, chieda oggi ingiustificate alleanze pre elettorali. Ingiustificate per la logica del sistema non per il pregiudizio di qualcuno. Nessun sistema proporzionale esige, impone o incentiva alleanze pre elettorali. Le elezioni servono per distribuire i pesi: tutti vanno contro tutti. Maggioranze e governi si fanno dopo. E’ quanto ha deciso l’elettorato italiano a dicembre. Al momento tornare indietro è impossibile.

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