Luciano Iannaccone sulla fraternità cristiana


FRATERNITA’ CRISTIANA

“Anche noi, attorniati da tale nuvolo di testimoni…” (Eb 12,1)

 

Leggendo recentemente il ricordo del grande politologo francese Maurice Duverger e della sua traiettoria, scritto da Stefano Ceccanti oltre due anni fa, mi sono imbattuto nel nome di Jean-Marie Maydieu, padre domenicano e guida spirituale di un gruppo di giovani cattolici durante il governo di Vichy. Il nome non mi era nuovo, perché Karl Barth, all’inizio del suo intervento sul “Nuovo Umanesimo” ad un convegno ginevrino del 1949, citava come esempio di un clima culturale mutato il fatto che fossero stati invitati a prendere la parola due  teologi, lui e “il reverendo padre Maydieu come teologo cattolico”. Una breve ricerca, per nutrire la mia ignoranza, ed la personalità di Jean-Marie Maydieu ha assunto ai miei occhi una consistenza più precisa. Non che ci sia molto, a parte un libro a lui dedicato, anche perché il periodo della sua breve esistenza (1900-1955) è lontano sia da noi che dall’età della “memoria digitale”. Ma soprattutto, forse, perché era proteso a rendersi utile piuttosto che a documentarlo. Yves Congar scrive che fu padre Maydieu ad introdurlo alla lettura di Peguy e di Dostoevskij ed i brevi scorci che emergono da google ci fanno intravedere un uomo ed un cristiano appassionato e profetico, impegnato ad abbattere steccati, a mostrare la fecondità democratica, a condividere la condizione operaia delle periferie nel nome di Cristo.

E’ stato bello scoprire che, dietro quello che era stato a lungo per me solo un nome citato da Barth,  c’era un uomo in carne ed ossa, padre e fratello nella fede. La sua vita si intreccia con quella di Madeleine Delbre^l( 1904-1964), il cui ateismo giovanile, irruente anche subito dopo che Jean-Marie (1924) entra nello scolasticato domenicano, è raggiunto dal dono di un incontro totale con Dio. Nel sobborgo parigino di Ivry-sur-Seine vive trent’anni nella fedeltà al Dio di Gesù ed ai poveri, testimoniando il dono inaudito della fede e della speranza. Affiancata dai vescovi francesi nel 1994 alla figura di Santa Teresa di Lisiex, è in corso il suo processo di beatificazione.

Ricordavo anche che Alberto Savorana, nella sua “Vita di Don Giussani” citava queste parole di Giussani: “In uno degli incontri internazionali di filosofia, che mi pare si tenne a Ginevra, c’erano anche pensatori cristiani, protestanti, ortodossi, per i cattolici parlò un domenicano francese, molto noto, almeno allora, padre Maydieu. Si alzò e cominciò con questa frase: “La Chiesa è innanzitutto un mistero”. C’era lì vicino il più grande spirito protestante, o almeno il più grande pensatore protestante di tutti i tempi, morto alcuni anni fa, che si chiamava Karl Barth, questo è scattato in piedi ed ha abbracciato commosso padre Maydieu, lo spirito religioso profondo non poteva reagire che così”. Questo passo è rivelatore di come don Giussani vedesse Barth: non si tratta di una iperbole superficiale, ma del riconoscimento della forza cristiana del suo pensiero nella della comune fede: un riconoscimento, mi pare, con animo perturbato e commosso.

I fili della vita e della memoria annodano vicende umane diverse. Per questo è bello vedere l’uno vicino all’altro, nel grande popolo della Pentecoste che si rinnova, cinque testimoni: Maurice Duverger, impegnato per mezzo secolo nel servizio alla città terrena, Jean-Marie Maydeau, che tra tanti altri stimoli gli suggeriva di non aderire ad un partito di soli cattolici, per non rifiutare così la feconda prospettiva di un’unità di contenuti politici non confessionale, Luigi Giussani, con il suo avvincente invito al coinvolgimento nella comunità cristiana, pur restio ad accettare l’ “in dubiis libertas”. E Karl Barth, impegnato nel servizio ecclesiale che annuncia al mondo il  Dio di Gesù Cristo. E Madeleine Delbre^l, la mistica della “strada” come luogo dell’offerta di sé da parte di quanti “sappiano che non mancano di nulla ed escano in pace”. Ognuno e tutti, con un popolo che non si può contare, membri della Chiesa, di quella “fratellanza cristocratica” ( Barth), quella “compagnia” (Calvino, Giussani) che può dar forma tangibile nel tempo  e nello spazio, fino a che Egli venga, all’umanità di Dio, unica speranza del mondo.

 

Luciano Iannaccone

 

 

 

 

 

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