Amato e la sua Corte


L’intervista di Giuliano Amato ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera del 13 giugno può essere osservata da più punti vista. La possiamo stiracchiare con un intento politico un po’ malizioso. E allora ci possiamo vedere una strizzatina d’occhio alla “politics of anger” a proposito dei guasti della globalizzazione. Oppure un segnale di fumo per Calenda a proposito del pentimento di Amato: si cambia ragazzi, io che ero stato un distruttore teorico dell’idea stessa di politica industriale – basta tutelare la concorrenza al resto ci pensa lo spirito imprenditoriale – mi sono convertito. La politica industriale serve per innovazione e trasferimento tecnologico, almeno in Italia. Oppure un ponte lanciato a Renzi: guarda che la Corte non ti ha detto che ogni legge elettorale non proporzionale non va bene. Al contrario ti ha detto quali paletti non possono essere superati da ogni tipo di legge elettorale. E naturalmente anche un “ci sono anche io” per Macron: possiamo fare gli Stati Uniti d’Europa anche se, guardando agli USA, con più poteri per gli stati e meno per l’Unione. Oppure tutte queste cose insieme.

Possiamo però anche prendere sul serio i contenuti e solo i contenuti, come dire il testo senza contesto, ove mai sia possibile. E leggere l’Amato giurista, giudice e molto altro. E’ paradossalmente qui che vengono le maggiori perplessità. Perché se sull’Amato politico le luci e le ombre sono intrecciate, sull’Amato intellettuale beh la rotondità e il rigore l’hanno sempre fatta da padroni. E tutti gli dobbiamo qualcosa, come studenti, come studiosi, come giudici.

Cominciamo dal populismo effetto del fallimento della terza via. Tanto per cominciare quello che con una certa approssimazione definiamo populismo – approssimazione dettata dall’esigenza di estendere il concetto fino a comprendervi fenomeni che intuiamo come contigui – non è per niente successivo (il che come noto non significa anche effetto di) solo ed esclusivamente ai governi Blair Clinton Schroeder degli anni novanta. Abbiamo populismo in Francia dove non c’è stata ombra di terza via e non abbiamo populismo, o lo abbiamo in misura controllata, in Germania dove Schroeder parlava di nuovo centro.

Non solo. Lo dice molto bene Marco Bentivogli: la connessione causale tra globalizzazione e populismo va tematizzata ma poi usata con prudenza sul piano pratico. “Prendersela con la globalizzazione è come arrabbiarsi quando piove. Quando non si sa a chi dare la colpa, la si dà alla globalizzazione. Il sindacalista o il politico che, quando non sa cosa dire, evoca la parola magica della “politica industriale” o dà la colpa “alla globalizzazione, all’Europa e all’euro o alla tecnologia”, oltre a dire balle, insegue i populisti sul loro stesso terreno, rimanendo pure indietro. Si può dire? L’Europa, l’euro, la globalizzazione e la tecnologia hanno fatto meglio al lavoro di tanti soldi, anche pubblici, spesi male.” Detto da un sindacalista del settore metalmeccanico non è poco.

Davvero i ceti medi spariscono e l’elefante di Milanovic che ci dice chi ha perso e perché durante la globalizzazione spiega tutto? Da una parte i supericchi e i poveri dei paesi emergenti e dall’altra il ceto medio dei paesi industrializzati? Polarizzati senza appello? Anche qui le cose non sono così chiare. La parola ad Arnaldo Bagnasco, uno dei più importanti studiosi di classi sociali. “Bisogna fare attenzione. Il fatto che siano in corso correnti di polarizzazione non significa necessariamente che al momento le nostre siano società polarizzate Una società polarizzata sarebbe quella dove due consistenti insiemi sociali, relativamente omogenei, si confrontano con valori e interessi distinti e contrapposti da far valere. In realtà le disuguaglianze sono più distribuite lungo una scala, e gli insiemi che si formano sono molto eterogenei. Quanto al ceto medio, è certamente dimagrito ovunque, non è più la maggioranza, ma non è affatto scomparso: in Italia conta per il 40% degli attivi.”

Davvero la terza via ha fallito? Anche in questo caso le analisi specifiche non soccorrono Amato. Prendiamo quelle sugli impatti delle politiche di workfare di Tony Blair che sostituivano quelle di welfare socialdemocratico tradizionale. Gli studi parlano di risultati indubbiamente positivi nel contrasto all’esclusione sociale (Bench e Lee, “The Years of New Labour”, Palgrave) e nell’uscita dalla soglia di povertà. Certo molto meglio di quel welfare all’italiana che Amato dice essere stato smantellato anche se di questo smantellamento non ci siamo granché accorti. Basta leggere uno dei libri di Carlo Cottarelli o uno dei rapporti annuali sulla finanza pubblica curati da Zanardi, tutte cose che Amato conosce nei dettagli. Altra cosa è l’efficacia (bassissima) di questa spesa pubblica nell’abbattimento delle diseguaglianze. Ma appunto questo è il welfare italiano non smantellato che non funziona, non il welfare che funzionava e che è stato smantellato.

Anche il pentimento di Amato sulla politica industriale sembra tanto netto nelle conclusioni quanto fragile nei presupposti. Proprio in Italia la storia delle politiche industriali è storia di fallimenti e di distorsioni che hanno come radice un uso spartitorio del potere (il governo spartitorio coniato da Amato medesimo) e come effetto inefficienze allocative e spreco di risorse pubbliche. Non bastasse la voce di Marco Bentivogli possiamo ascoltare quella di Franco Debenedetti. “Presupposto ideologico della politica industriale è che esista un policy maker in grado di vedere i problemi, di conoscere le soluzioni, di non fallire dove il mercato fallisce”.

Amato non sembra fare centro neppure sul voto britannico. Ha ragione nel dire che Brexit ha serrato le fila degli unionisti in giro per l’Europa, complice anche il successo di Macron e il consolidamento di Merkel. Ma la sua lettura del risultato di Corbyn è incerta. Il punto non sono solo le impossibili risposte di Corbyn – gratuità dei servizi – che erano e restano tali. Il punto è che le cose tra gli elettori non sono andate come racconta Amato. Come dice Marco Gervasoni “a votare il Labour sono state le periferie delle metropoli, le classi affluenti medie, quelle favorite dalla globalizzazione, delle grandi città e i giovani, senza particolare distinzione sociale. In maniera simile a quanto avvenuto in Usa, in Francia, anche in Gran Bretagna il cleavage è tra grandi centri urbani (e relative periferie) e il resto del paese, medi piccoli centri e campagne. Una divisione più spaziale che sociale”.

Infine c’è l’Amato giudice e giurista ma anche qui i conti sembrano non tornare. Cominciamo con le due sentenze della Corte sulle leggi elettorali. Qui Amato dice e non dice. D’altra parte lo stesso giorno su il Foglio l’ex giudice della Corte Sabino Cassese richiamava la necessità di un muro di separazione tra politica e giustizia. Forse quindi tacere è meglio che dire e non dire. Quelle due sentenze sono tra le più disordinate della storia della giurisprudenza della corte, inclusi i passaggi che legittimano l’introduzione di fatto di un accesso diretto alla Corte, cosa non prevista nel nostro sistema costituzionale. Ma nel detto nascosto dal non detto Amato ci fai poi capire che un modello elettorale maggioritario non sarebbe in contrasto con la costituzione. Per altro è bene ricordare che nessuno, tranne qualche isolato giurista, ha mai sostenuto che la costituzione imponga un sistema elettorale proporzionale. Nulla di nuovo dunque e soprattutto non certo un effetto di rischiaramento prodotto dalle sentenze.

Non solo. Il maggioritario cui Amato accenna in chiusura (Sindaci) è in verità un “all inclusive” (forma di governo e sistema elettorale) e richiede un’azione su entrambi i fronti per essere instaurato, come Amato stesso insegnava fin dagli anni settanta. Quindi per capirci richiede l’elezione diretta, di fatto o di diritto, del capo dell’esecutivo. Nella riforma Renzi il driver era la legge elettorale. In Francia e nei Comuni è la forma di governo. Ma appunto il problema è di sistema: chi sta prima o dopo non conta dal punto di vista del sistema stesso.

La verità è che il ritorno proporzionalista con annessi e connessi appare sempre di più come il prodotto delle sentenze della Corte prima ancora che del voto del 4 dicembre. Due sentenze che si sono spinte oltre i confini, inerpicandosi in sottili ma fragili argomenti contro la costituzionalità degli effetti disproporzionali. Riscrivendo di fatto il sistema elettorale al posto del Parlamento. E forse è proprio questo, al contrario, l’unico messaggio importante dell’intervista: se siamo in questo pasticcio non prendetevela con la Corte costituzionale. Difficile concordare sino in fondo con Amato.

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