Il NO perde anche quando vince


La sfera pubblica in una società aperta è questo: dialogo a tutto campo con piena cittadinanza per idee, argomenti, progetti, critiche, si e no, alleanze e conflitti. Le coalizioni del NO, anche quando incorporano spunti e proposte, ci lasciano però sempre perplessi: sono infatti coalizioni per sommatoria e non per convergenza programmatica. Il NO di Trump all’establishment ha vinto le elezioni ma prodotto una strategia che inciampa un giorno sì e un giorno no. Il NO di Brexit all’UE ha lasciato una scia di rimpianti che ogni giorno si allarga. Non parliamo poi del NO al referendum costituzionale di dicembre che ha prodotto solo qualche partitino in più.

Il problema è passare dalla coalizione per sommatoria di NO alla proposta di un SI. E qui le cose si complicano perché il populismo giudiziario – che in questa fase ha l’egemonia su tutte le coalizioni del NO – aggrega consensi quando si tratta di conquistare il mercato dell’attenzione ma si arena, e tende a sciogliere anche le coalizioni che mette in piedi, quando si tratta articolare, aggregare e bilanciare gli interessi. Cioè governare.

Prendiamo un caso tra i tanti, la questione dell’incenerimento dei rifiuti. E’ noto che gli inceneritori danno un contributo assai parziale alla concentrazione di inquinanti nell’aria, contributo che va comunque comparato con le altre soluzioni ai fini di un corretto bilancio ambientale e energetico. Necessario quindi adottare standard severi, scrivere e applicare correttamente divieti e limitazioni ma ancor più necessario definire strumenti di regolazione che incorporino nelle loro previsioni tutti gli elementi in gioco. Operando quindi soddisfacenti bilanciamenti tra i diversi interessi da tutelare. Cioè governando.

Naturalmente tra il populismo giudiziario e i cittadini che aderiscono alle campagne per i NO c’è una bella differenza. Non a caso il populismo non è né di destra né di destra, non è ambientalista né industrialista, non è conservatore né riformista. E’ un modo di pensare e di fare politica: da una parte il male, la classe politica, dall’altra il bene, i pubblici ministeri e il popolo. E naturalmente le élite populiste che a tutti gli effetti e inesorabilmente sono classe politica – altro che uno vale uno – si autocollocano tra il popolo.

Tuttavia nella vita politica vige una ferrea legge non scritta: chi dice politica dice organizzazione, chi dice organizzazione dice élite. E quindi una élite ben organizzata può avere la meglio sulle frastagliate posizioni di un’opinione pubblica nel suo insieme contraria a decisioni che possano ulteriormente peggiorare il bilancio ambientale di una città o di un territorio.

Il populismo giudiziario, come ogni forma di populismo, va dunque sfidato e battuto, non assecondato e solleticato. Per farlo occorre una leadership che sorpassi l’avversario con una diversa visione, che non pratichi la logica del posizionamento in base alle convenienze, che non si nasconda dietro le rendite del proporzionalismo e soprattutto che si muova in un orizzonte di lungo periodo.

In una logica di governo il NO perde anche quando vince.

1 Comment

  1. Carlo Fusaro ha detto:

    Caro Armillei, la tragedia del 4 dicembre sta in una delle tue frasi finali: ti cito, «occorre una leadership che sorpassi l’avversario con una diversa visione, che non pratichi la logica del posizionamento in base alle convenienze, che non si nasconda dietro le rendite del proporzionalismo e soprattutto che si muova in un orizzonte di lungo periodo». E’ precisamente ciò che sognavamo di garantire con le riforme parallele elettorale e costituzionale: ed è precisamente che i concittadini hanno rifiutato 59 vs 41. Le tue giuste ricette contro il populismo saranno molto più difficili da applicarsi, forse nei tempi brevi impossibili. Lo sappiamo tutti, credo.

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