Dossettiano e basta. Come sbagliare su Grillo e dintorni


Guido Formigoni nel suo bel libro su Aldo Moro uscito qualche mese fa lo definisce dossettiano e un po’ degasperiano, facendo così spazio al tentativo di sintetizzare, diciamo così, le esigenze della democrazia come processo di legittimazione con quelle della democrazia come processo di decisione. La democrazia governante, in altri termini. Un giudizio saggio ed equilibrato.

Nel guardare non da storico ma da militante all’itinerario del PD da Veltroni a Renzi questo saggio equilibrio interpretativo si rompe e Formigoni finisce con l’adottare uno schema di lettura rigidamente dossettiano, incontrando così sulla sua strada tutto il corteo del conservatorismo costituzionale e politico della sinistra italiana, da quella azionista a quella post comunista.

Lo schema è presto sintetizzato. La crisi del PD non è contingente o elettorale. Al contrario è strutturale e politica: è la crisi di un modello di transizione che ha egemonizzato la storia politica italiana degli ultimi 30 anni. Per rispondere alla crisi dei partiti burocratici di massa si è immaginato di sostituirli con la logica della modernizzazione del sistema politico, cercando di dare gambe ad una democrazia di investitura. E per di più a colpi di riforme delle regole istituzionali, dalla forma di governo in senso ampio alla legge elettorale. Una strategia sbagliata cui ora il paese chiede il conto.

Fin qui Formigoni che plana con troppa facilità sul risultato del referendum del 4 dicembre per rintracciarvi un po’ ideologicamente conferme alla propria tesi. Nel farlo sembra però dimenticare una serie di elementi. Innanzi tutto un tratto delle democrazie contemporanee europee: sono tutte democrazie nelle quale il fulcro è la competizione tra leadership per il governo del paese. Non solo. In questa competizione la personalizzazione è tutt’altro che degenerazione quanto, al contrario, forma istituzionale che si struttura interagendo con la rottamazione dei partiti burocratici di massa, la diversificazione degli strumenti di socializzazione politica, l’intreccio di new media e regole di formazione dell’opinione pubblica. E ancora. Per la gran parte dei vecchi militanti i partiti erano una “scorciatoia cognitiva” con la quale razionalizzare a basso costo la complessità della vicenda politica tanto quanto lo sono i meccanismi della “democrazia del pubblico”. La vecchia lezione dei classici non va mai dimenticata: la democrazia rappresentativa è sempre sfida tra oligarchie. E infine un elemento di bilanciamento: il contesto dell’UE richiede democrazie verticali e competitive a livello di stati membri e di governi locali per bilanciare un’auspicabile democrazia orizzontale e composita a livello sovranazionale.

Da queste disattenzioni scaturiscono una serie di effetti paradossali di cui chiedere conto a Formigoni. Perché le primarie aperte sarebbero un’anomalia italiana? Perché la divaricazione tra classe politica e società sarebbe più facilmente ricomposta in un quadro diverso da quello della democrazia governante? Perché intervenire sulla legge elettorale, un percorso nel quale un po’ semplicisticamente somma Mattarellum, Porcellum e Italicum, sarebbe una radicalizzazione del maggioritario? Ma soprattutto sbocciano due sorprendenti rivalutazioni che sarebbe forzato attribuire deduttivisticamente all’imprinting proporzionalistico ma che non è sbagliato leggere come un frutto secondario di quel modo di leggere la storia politica ed istituzionale del paese.

La prima rivalutazione è quella della scissione della sinistra PD, sì certo realizzata in modi un po’ sconvenienti dice Formigoni, ma in fondo pienamente giustificata dall’obiettivo di allargare l’offerta politica per interpretare una domanda che rischia di trasformarsi in cronica apatia. Insomma la scissione PD serve alla democrazia italiana. In modo del tutto analogo Formigoni procede poi con la seconda rivalutazione, quella del grillismo che a suo avviso, pur muovendosi tra mille difetti, rimedia alla scorciatoia elettoralistica dei riformatori PD reinserendo nel gioco parlamentare tensioni che rischiavano di alimentare pulsioni anti sistema, smascherando il “giochino del modello bipolare europeo”.

Qualcuno potrebbe maliziosamente tentare di rintracciare nascosti fili rossi tra dossettismo, sinistrismo azionista e grillismo. Ho la sensazione che si tratterebbe di una forzatura ma il tentativo mostrerebbe più di una ragione di interesse. Molto più semplicemente viene da replicare a queste sorprendenti rivalutazioni su almeno tre piani. Innanzi tutto la crisi attuale del PD è l’effetto della riproporzionalizzazione del sistema che a torto o a ragione gli elettori hanno imposto il 4 dicembre sotto l’effetto della campagna bipolarizzante ed estremista messa in piedi contro Renzi. Campagna dunque rigidamente bipolare e personalizzata, esattamente le cose di cui Formigoni mostra sacro terrore. In democrazia tuttavia ha ragione chi vince e non viceversa: chi vince tuttavia non può riscrivere la storia. In secondo luogo la sequenza causale che Formigoni sembra fare propria, il grillismo come effetto della personalizzazione della politica alimentata dai riformisti istituzionali, rovescia il nesso. Il grillismo è infatti, tra le altre cose, il frutto dell’incapacità del sistema politico di riformarsi e di coniugare legittimazione diretta con forza decisionale. E’ in altri termini, volendo usare il metro un po’ lasco dello stesso Formigoni, l’effetto dell’inefficacia del governo dell’Unione di Prodi, dell’autoreferenzialità del governo “presidenzialistico” di Monti, del proporzionalismo coalizionale del governo Letta. Infine il grillismo lungi dall’essere una risposta democratica all’apatia è un pericoloso esempio di populismo autocratico e giudiziario, costruito su una scomposta ideologia della democrazia diretta, erede della stagione giustizialista della sinistra italiana e del radicalismo movimentista. Va sfidato e battuto e non giustificato e blandito.

Non c’è scampo: in un modo o nell’altro la democrazia governante è indispensabile per affrontare e provare a risolvere le questioni che spettano alla politica e dunque sgonfiare dall’interno le derive populiste.

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