Dai valori non negoziabili alla misericordia. Camaldoli 2014. Severino Dianich


“Dai valori non negoziabili alla misericordia. La gerarchia delle verità come perno della riforma dottrinale.

Come cambia la Chiesa di Francesco

di Severino Dianich

VIVERE E ANNUNCIARE LA FEDE CRISTIANA OGGI

1. La Chiesa di oggi nei paesi di antica tradizione cristiana

La situazione è in forte evoluzione per la mutazione dei quadri demografici determinata dai movimenti migratori,

dalla già avvenuta diminuzione della percentuale dei battesimi dei bambini (dei nati nel 2008, in Italia sono stati battezzati solo il 71,5% con un calo di 18 punti in 10 anni), dalla caduta in verticale dei matrimoni religiosi con la prevedibile ulteriore diminuzione dei battesimi di bambini, dall’impoverimento delle strutture per la diminuzione del personale ecclesiastico, dalla crescita numerica degli abbandoni della pratica religiosa e anche della fede, dal recente innalzarsi del grado di ostilità alla Chiesa, dovuta ai conflitti politici intorno ai temi della sessualità e della bioetica e agli scandali provocati dal fenomeno della pedofilia e dei disordini finanziari. Non è affatto improponibile l’ipotesi che nei prossimi decenni i cristiani cessino di essere anagraficamente la maggioranza della popolazione europea. Non è un fenomeno nuovo, ma il punto di arrivo maturo di tutto un lungo sviluppo della cultura moderna, determinato dall’imponenza della cultura scientifica e tecnologica che favorisce il senso dell’autosufficienza dell’uomo, dalla caduta della dimensione gerarchica della convivenza umana, nella prevalenza della mentalità individualista e di un culto della libertà soggettiva illimitata.

Unito a questi fattori, l’assioma moderno della fede come esperienza rispettabile ma da relegare rigorosamente nell’ambito del privato, di fronte alle pretese della Chiesadi dettare norme morali, produce la sensazione che la fede non abbia più molto da offrire per lo sviluppo dell’umanità. L’analisi della situazione è utile per delineare nuove prospettive della missione, ma le motivazioni dell’azione vanno attinte e determinate dalla fede nel disegno di salvezza di Dio e nella sua promessa che non viene meno. Chi crede nel vangelo di Gesù Cristo, cioè nella “buona notizia” non può rinchiudersi in una visione cupa del futuro, ma deve scrutare i segni dei tempi e illuminare il futuro con la parola del Signore.

2. La crisi dei rapporti con la società civile

“L’ateismo, considerato nel suo insieme, non è qualcosa di originario, bensì deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione critica contro le religioni, anzi in alcune regioni, specialmente contro la religione cristiana. Per questo nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione.” (GS 19) Evidenti ostacoli alla comunicazione della fede sono tutte le incoerenze dei cristiani e soprattutto dei responsabili dell’azione della Chiesa, sia laici che preti e vescovi. C’è bisogno anche di rivedere i modi di presentare la fede riducendone la ricchezza ad una precettistica morale. Questo ultimo fattore diventa poi dirompente quando la predicazione morale implica la politica, scivolando verso pressioni più o meno legittime esercitate dalla Chiesasulla legislazione civile. La nostra impostazione pastorale è ancora fondamentalmente quella tradizionale, nata in una società a stragrande maggioranza cristiana cattolica, in cui la Chiesa esercitava un potere sulla società civile, se pure indiretto, come la sola istanza capace di legittimare il costume e la legislazione dello Stato. La secolarizzazione della società civile in Europa, invece, ormai determina la sensibilità delle persone in modo che nessuno è disponibile ad alcuna forma di restaurato confessionalismo, per cui l’obbedienza all’autorità dei vescovi in politica non esiste più. Sul fronte opposto si producono diffidenze verso la laicità dello Stato e una certa sfiducia nella democrazia. Ne derivano conflitti sia su temi determinati, ma soprattutto sul piano generale, per cui la parola della Chiesa appare non credibile a molti settori della società. L’abbandono di una vecchia posizione di presunta autorità da esercitare raggiunge alla fine anche i rapporti all’interno della parrocchia, nella quale fino a non molto tempo fa il parroco era un’autorità. Presupposto da creare per una reale ripresa dell’evangelizzazione è la purificazione in senso evangelico di questo clima. Ciò che si impone è ancora una accettazione di un dato irreversibile, la modernità, con l’avvento di una società pluralista, laica e democratica, con la elaborazione di una presenza della Chiesa che non pretenda ad alcuna posizione diversa da quella di cui godono le altre aggregazioni di cittadini, sia religiose che di altra natura. In fondo si tratta di recuperare lo stile evangelico: si ricordi Gesù nell’incontro con Pilato, in cui dice “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36) non nel senso che il suo regno non abbia nulla a che fare con i problemi “di questo mondo”, ma negandone la provenienza (ek tou kosmou toutou) dalle fonti del potere di questo mondo e quindi affermandone la non omologabilità con i poteri mondani: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei”. Il Vaticano II si pone in questa prospettiva: ricordiamo GS 76 “… la potenza di Dio… molto spesso manifesta la forza del vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre… (La Chiesa) non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni”.

3. La prima preoccupazione: la fede delle persone

E’ diffusa nella Chiesa, a partire da un’immagine premoderna della società, l’idea che la crisi della fede sia l’effetto, più che la causa dell’allontanamento del costume della morale cristiana e quindi degli sviluppi di una legislazione che non ne applica più i principi. Anche il progetto di “nuova evangelizzazione” a volte sembra indirizzarsi più al quadro culturale e sociale che all’indispensabile incontro con le persone, suscitando nei non credenti il sospetto di una volontà di restaurazione della vecchia egemonia morale della Chiesa sulla società. Un nuovo equilibrio va cercato a partire dai postulati interni all’atto stesso della comunicazione della fede che si compie in un rapporto interpersonale, non dotato in prima battuta di alcun carattere pubblico, tendente al coinvolgimento dell’interiorità della persona e solo all’interno della sua libertà di giudizio e di decisione. Nella evangelizzazione si esplica la prima responsabilità della Chiesa verso il mondo, ma non guardando alla problematica complessiva della società, bensì a quella della persona. E’ solo dall’efficacia di questa esperienza che si apre l’orizzonte della problematica della cultura, del costume, dell’ordinamento della società. L’evangelizzazione non si indirizza alla scuola, al mondo dello sport, alla cultura, alla politica, ma alla persona cui si propone un incontro personale con Gesù e il suo vangelo. Lo stesso atteggiamento apologetico, che tende a far vincere il ragionamento sul pregiudizio, non è la via migliore perché, se efficace, lascia lo sconfitto sul campo, invece di assumerlo nella ricerca libera della comunione nell’amore.

4. Dire il vangelo nella società secolarizzata

Credo che la fede possa e debba essere comunicata agli uomini nella pura presentazione del vangelo di Gesù, nel raccontare chi egli è stato, cosa ha detto e cosa ha fatto, e non abbia bisogno di comporre prima un quadro antropologico, culturale, sociale, politico particolare. Se la proposta della fede si concentra nella presentazione della persona di Gesù, le implicazione della sequela di lui dentro i problemi umani verrà di conseguenza. La morale viene dalla fede e non viceversa. Una diffusa predicazione morale fondata sull’idea della legge naturale invece che favorire il rapporto con i non credenti, lo compromette in quanto la legge di natura si impone universalmente e non si propone alla libertà dell’adesione di coscienza di ciascuno, come accade con la proposta della fede. Spetterà poi ai credenti ricavarne linee di azione con cui operare nella società e ai pastori aiutarli nella maturazione di una fede coerentemente operosa. Ma deve restare chiaro che la proposta della fede è indipendente dal rapporto della Chiesa con la società civile, e che essa conserva la sua forza solo nell’offrirsi alla libertà della persona. Fino a che si parte dal giudizio negativo dato sul non credente invece che da un sincero amore desideroso di donargli qualcosa che non ha non si è in condizione di evangelizzare: Teilhard de Chardin nel 1936 scriveva: “Non si converte se non quello che si ama”.

5. Conclusione

La Chiesa e il mondo hanno oggi bisogno di una nuova speranza. Dalla passione per il vangelo si è capaci di ricavare uno sguardo amico verso il mondo piuttosto che indurire la propria identità rinforzando gli antagonismi con la società presente. L’evangelizzazione, sempre più urgente in Europa, richiede un riposizionamento spirituale dall’antagonismo a quell’atteggiamento simpatetico verso l’umanità contemporanea di cui GS continua ad essere un grande modello.

Come l’impostazione ordinaria della cura pastorale dei credenti così anche ogni sua iniziativa pubblica dovrebbe preoccuparsi di non ostacolare le strade per l’incontro amichevole con gli uomini di altra religione, i non credenti, i battezzati dubbiosi o dissenzienti. La caduta del prestigio e del potere delle istituzioni ecclesiastiche nella società, non solo nulla toglie allo splendore e alla speranza della fede, ma viene a costituire una nuova opportunità per il vangelo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Il Concilio ripropone questo pensiero: bisogna confidare nella “potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni” (GS 76). Proprio una Chiesa più umile e di più basso profilo nella società avrà grazia da Dio di un più fresco lo slancio del vangelo. Già si scorgono i segnali di una nuova fruttificazione del vangelo nel rinascente fenomeno di adulti che chiedono il battesimo

Marcel Gauchet, nel fatto che sia di diritto che di fatto le Chiese abbiano perduto la loro posizione tradizionale nella società, invece che una prospettiva negativa, scorge una chance per la fede “Di fatto quella che si sta aprendo è una nuova era per le religioni, e in particolare per il cristianesimo in Europa: prima esse erano strettamente dipendenti dal loro ruolo nel meccanismo collettivo, ora si stanno liberando da questo vincolo. È l’occasione per una vera e propria reinvenzione che probabilmente ha ancora da riservare delle sorprese. Non siamo che all’inizio, ai primi passi di questo movimento” (1).

LAICI NELLA CHIESA E LAICITÀ DELLO STATO

1. Popolo di Dio e laici

Il soggetto della missione è l’insieme di tutti i cristiani (LG 9). Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo. Con ciò i fedeli laici che costituiscono la quasi totalità del popolo di Dio compaiono in primo piano come soggetti della missione della Chiesa (LG 33). Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare, perché il disegno divino di salvezza raggiunga ogni giorno di più tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra.

Con ciò non restano definiti alcuni compiti specifici, ma solo il nucleo della missione: la comunicazione agli uomini della fede in Cristo (AA 2). C’è nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione. A partire dall’unica missione, quella di comunicare agli uomini la fede in Cristo, la diversità di ministeri nel corpo laicale, si delinea all’interno della Chiesa sulla base dei diversi sacramenti e di eventuali particolari carismi intraecclesiali ma in maniera determinatamente laicale dentro la società civile (GS 40): “La Chiesa… ha una finalità salvifica ed escatologica che non può essere raggiunta pienamente se non nel mondo futuro. Ma essa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini, i quali appunto sono membri della città terrena … (La Chiesa) cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena”; in questo ambito la pluralità dei carismi si configura in base ai diversi ruoli sociali cominciando da quelli professionali. Su questo piano si definisce la missione e le diverse vocazioni dei laici (AA 7). I laici devono assumere il rinnovamento dell’ordine temporale come compito proprio “…come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.” Il richiamo alle diverse competenze corrisponde al quadro della diversità dei carismi da sempre considerato caratteristica del corpo di Cristo. Le competenze e l’esperienza vissuta non sono estranee alla vita di grazia (LG 36). Con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l’opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l’utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana. GS 43 articola più ampiamente il senso di questi asserti, partendo dalla consapevolezza che i cristiani sono “cittadini dell’una e dell’altra città”. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione. In questa prospettiva i laici non sono dei mandati dalla Chiesa nel mondo, ma sono la Chiesa che esercita la sua missione nel mondo. La impostazione, quindi, dei rapporti interni alla Chiesa in rapporto alla missione dentro la società civile ha bisogno di articolarsi sulla base di queste due componenti del soggetto ecclesiale, quella infinitamente più ampia dell’azione dei laici nella società e quella numericamente ristretta dei Pastori, con il loro carisma sacramentale della predicazione della fede autentica, della sua custodia nell’unità della Chiesa e della celebrazione dei sacramenti. Della distribuzione di queste diverse responsabilità GS 43 afferma: “Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. …Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero” (97). Lo stesso discorso è rivolto sull’altro versante ai pastori. Come leggiamo in LG 30: “I sacri pastori, … sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune.”

Il modo quindi di relazionarsi dei diversi soggetti dentro il complesso soggetto ecclesiale dovrà tener conto della loro doppia appartenenza, quella alla Chiesa e quella alla società civile (LG 36). Per l’economia stessa della salvezza imparino i fedeli a ben distinguere tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto membri della Chiesa, e quelli che competono loro in quanto membri della società umana, cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana. Se ne deriva che i criteri fondati sull’appartenenza dei laici alla società civile godono di una loro autonomia rispetto ai rapporti interni alla Chiesa che essi hanno con i loro Pastori. Così il concilio ha aperto senza più alcuna riserva la partecipazione della Chiesa alla vita sociale e politica nel quadro attuale di una società pluralista sul piano culturale e religioso democraticamente governata nella struttura di uno Stato laico attraverso quel caratteristico soggetto della missione ecclesiale che sono i fedeli laici.

2. Una svolta storica

E’ notorio quanto la Chiesa cattolica dalla Rivoluzione Francese fino a Pio XII si sia opposta al principio della laicità dello Stato e quindi anche al suo ordinamento democratico. Pio IX nella Quanta cura del 1864 sosteneva che le tendenze politiche contemporanee “sono da detestare, in quanto mirano in special modo a far sì che sia impedita e rimossa quella salutare forza che la Chiesa cattolica, per istituzione e mandato del suo divino autore, deve liberamente esercitare fino alla consumazione dei tempi, …: esse operano affinché sia tolta di mezzo quella mutua società e concordia fra il sacerdozio e l’impero, che sempre riuscirono fauste e salutari alle cose sia sacre, sia civili”.

Questo atteggiamento, oltre che da molte altre, viene da una radice antica, propria di una cultura nella quale Chiesa e società civile erano la stessa cosa, per cui il problema aperto restava quello del rapporto fra i due poteri.

Già Gelasio I, Papa dal 492 al 496, scriveva all’imperatore Anastasio «Due sono i poteri, con cui questo mondo è principalmente retto, la sacra autorità dei pontefici e la potestà regale. Tra i due, l’importanza dei sacerdoti è tanto più grande, in quanto essi dovranno rendere ragione al tribunale divino anche degli stessi reggitori di uomini».

Dal progressivo sfaldarsi della struttura imperiale e il formarsi dello Stato moderno un primo vulnus da cui si sentiva colpita la Chiesa era il possibile riprodursi del medesimo fenomeno al suo interno: vedi lo sviluppo del conciliarismo e del collaterale movimento gallicano con il rischio dello sfaldamento della struttura unitaria della Chiesa e la sua frammentazione in tante Chiese nazionali: vedi la politica di Luigi XIV e la Dichiarazione dell’assemblea del clero del 1682-1683, ma anche la Costituzione Civile del Clero del 1790 (2).

Solo più tardi maturerà in Europa la forma più netta della laicità dello Stato con la sua espressione emblematica della famosa legge di separazione del 1905, in Francia.

Mentre negli Stati Uniti si era già consolidata la separazione, ma sulla base di una comune civil religion. Nonostante sviluppi di pensiero innovativi all’interno dell’ambiente cattolico (da Rosmini in giù) il magistero papale resta attestato sul rifiuto categorico della laicità dello Stato e della democrazia, assimilati ad una tentata canonizzazione dell’indifferentismo (Gregorio XVI) come programmato sfaldamento di ogni dovere morale.

La prima percezione da parte del magistero papale del valore della democrazia come assunzione da parte dei popoli di una loro opposizione alle dittature viene con Pio XII nel 1944 con il primo riconoscimento della legittimità di un sistema democratico di governo, ritenuto “più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini”. Solo il Vaticano II, recuperando la visione personalista della rivelazione e della fede (DV2: “Dio nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici”), ne deriverà il riconoscimento che al dovere di cercare la verità e di accoglierla (DH 2) gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna. Da qui deriva il riconoscimento del valore della laicità dell’ordinamento civile anche in ordine alla missione ecclesiale della comunicazione della fede (DH 10). E perciò un regime di libertà religiosa contribuisce non poco a creare quell’ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana, e possono abbracciarla liberamente e professarla con vigore in tutte le manifestazioni della vita.

3. Una problematica attuale

Ricorre spesso nella cultura laicista il convincimento che il carattere di assolutezza proprio delle convinzioni del credente costituirebbe un pericolo per la democrazia (cfr. Flores d’Arcais, Micromega).

Bisognerebbe notare, però, che un carattere di assolutezza non è esclusivo dell’atto della fede, perché caratterizza ogni giudizio di coscienza di ogni uomo: vedi in tanti eventi e nei contesti più diversi casi di obiezioni di coscienza non legati alla professione di una fede religiosa determinata.

Oltre a ciò il credente è portatore di un patrimonio di valori, quelli propri del vangelo di Gesù, che sono del tutto spendibili sul piano umano in maniera autonoma dal riconoscimento di fede della divinità di Gesù. Più pertinente è la riserva di Gustavo Zagrebelsky (n.2 Micromega 2006): “la fede è compatibile con la democrazia a una condizione: che non sia eterodiretta da un potere dogmatico”. A parte il carattere troppo sommario di quell’ “eterodiretta da un potere dogmatico”, è vero che una democrazia matura accetta con difficoltà l’azione di aggregazioni di cittadini operanti in totale obbedienza ad una istanza estranea agli ordinamenti civili. Ma Zagrebelsky stesso osserva “l’enorme importanza per la democrazia che ha la proclamazione fatta dal concilio Vaticano II circa l’autonomia dei cattolici nel campo politico-sociale”. Il Concilio, infatti, senza aver posto la questione in maniera così diretta e un po’ brutale, aveva sentito con chiarezza il bisogno di un nuovo sistema di rapporti tra i fedeli e la gerarchia.

Né la Chiesa né alcuna altra istituzione religiosa accetterebbe la propria esclusione, per il fatto che si tratta di istituzione religiosa, dal dibattito sociale e politico vertente sul bene comune della società stessa. Per l’Italia anche la Costituzione è esplicita sul tema (art. 20): “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative…”. Però un’operosità politica della Chiesa è congrua al quadro della laicità dello Stato e della democrazia se consegnata all’opera dei fedeli e non all’autorità ecclesiastica. Così impostata la responsabilità della Chiesa nei confronti della società, ne consegue che essa non si eserciti necessariamente in maniera massicciamente unitaria (GS 43). Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa. Ciò che infine resta determinante è che sia salvaguardato uno spazio fra la coscienza del credente, pur comprensiva del suo senso ecclesiale nell’ascolto del magistero, e le scelte operative nell’ambito politico, le quali di per sé fanno parte dell’ordine dei mezzi e degli strumenti e non propriamente dei valori.

6. Conclusione

Per Maritain, il problema “non verte sul cristianesimo come credo religioso e come via alla vita eterna, ma sul cristianesimo come lievito della vita sociale e politica dei popoli” quindi è necessario prendere atto che “Non è nelle altezze della teologia, ma nelle profondità della coscienza profana che agisce il cristianesimo così inteso, prendendo talvolta forme eretiche e perfino di rivolta, in cui sembra rinnegarsi, come se i frammenti spezzati della chiave del paradiso, cadendo nella nostra vita di miseria e unendosi in lega con i metalli della terra, riuscissero più della pura essenza del metallo celeste ad attivare la storia di questo mondo” (3).

Note

(1) M.Gauchet, “La Chiesa nella città contemporanea”, in Chiesa e città. Atti del VII convegno liturgico internazionale, Bose 4-6 giugno 2009, Qiqajon, Magnano (Bi) 2010, 57. Vedi anche L.Ferry-M. Gauchet, Il religioso dopo la religione, Ipermedium libri, Napoli 2005.

(2) Si attribuiva alle assemblee dipartimentali il potere di nominare i vescovi e i parroci, trasformati in funzionari statali col titolo di “ministri del culto”.

(3) J.Maritain, Cristianesimo e democrazia, Comunità, Milano 1953, 17.

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Relazione presentata all’Incontro del Landino: Dove va il cattolicesimo? Le novità del pontificato, le responsabilità dei credenti. Camaldoli, 18-20 luglio 2014. Pubblicata nel blog Landino il 21 luglio 2014

 

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