L’Italia dei democratici- il libro di Morando e Tonini


Vi propongo qui una breve scheda sul libro di Enrico Morando e Giorgio Tonini, “L’Italia dei democratici”, appena uscito da Marsilio.
Il Volume inizia con un’Introduzione che segnala come si debbano aggredire simultaneamente l’eccesso di diseguaglianze, la scarsa crescita e il debito insostenibile. Per fare questo c’è bisogno di ottenere un chiaro mandato dagli elettori, senza dissimulare la gravità dei problemi prima del voto, sulla linea di una nuova alleanza tra meriti e bisogni senza più schematismi classisti o chiusure negli ambiti nazionali. Il riferimento d’obbligo più vicino è alle riforme del Governo Schroeder-Fischer con l’Agenda 2010, di cui la Merkel ha ereditato i benefici.
Il primo capitolo è centrato sull’interpretazione della crisi. Qui gli autori, con uno sguardo globale tra gli attori statali tradizionali, la crescita dei Brics, la globalizzazione come successo del resto del mondo, si smarcano dalla tesi semplicistica che essa sia un prodotto della finanza e l’attribuiscono invece alla politica, all’esaurirsi del paradigma neoconservatore della crescita fondata sullo stimolo delle diseguaglianze. Tale esaurimento, però, non rilancia affatto le tradizionali ricette nazionali e statalistiche, la vecchia socialdemocrazia, ma segna invece una possibilità per una visione democratica pragmatica, come quella che persegue tra varie difficoltà l’amministrazione Obama e che deve portare in Europa a rilanciare un progetto comune. Cosa che comporta la reciproca comprensione delle verità degli altri: i Paesi forti a non accettare una deriva di rottura e i Paesi più deboli a mettere ordine in casa propria, come l’Italia ha di nuovo iniziato a fare col Governo Monti.
Il secondo capitolo affronta il nodo del debito, anzitutto smitizzando l’idea che esso sia soprattutto un debito buono, usato per ridurre le diseguaglianze, quando invece le ha riprodotte e ha rallentato la crescita, e poi proponendo un piano fatto di tre scelte per ridurlo sensibilmente: anzitutto rispetto del vincolo del pareggio strutturale di bilancio, quindi alienazione e valorizzazione del patrimonio pubblico e patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze.
Il terzo capitolo si occupa poi delle condizioni per perseguire una politica di crescita nei vari ambiti di policy, soprattutto riducendo le tasse sui produttori, favorendo fiscalmente giovani e donne, promuovendo una moderna cultura della valutazione a cominciare dalla scuola.
Il quarto capitolo affronta invece i limiti istituzionali e di organizzazione partitica che si frappongono al riformismo. Non c’è dubbio che il testo della Costituzione risenta di uno scarto tra le finalità che la Prima Parte assegna alle istituzioni e il Governo debole della seconda Parte, legato al complesso del tiranno della Guerra Fredda. La forma di governo si è rivelata in particolare incapace di strutturare la continuità di indirizzo intorno a stabili leadership, al contempo guida dell’esecutivo e del partito di maggioranza, come nella normalità delle grandi democrazie parlamentari, esprimendo quello che Fabbrini chiama un principe democratico. Le riforme elettorali dei primi anni ’90 cercarono poi di risolvere il gap, ma sul piano nazionale il bilancio del tentativo di stabilizzare una forma neoparlamentare si è rivelato incerto, con risultati efficaci solo nel biennio 1996-1998, pagando però poi lo scotto della differenziazione tra premiership (Prodi) e leadership del partito di maggioranza (D’Alema). Fallirono allora tutti e due i tentativi di ricomporla, sia quello di partire dalla prima con l’espansione del movimento ulivista sia quello di partire invece dalla seconda con la nascita dei Ds. Mancate fra l’altro le occasioni di procedere a un riassetto costituzionale oerente, la seconda prova, quella dal 2006 al 2008, segnata da numeri ancora più ristretti al Senato e da un’eterogeneità ben più marcata (l’Unione era certo molto meno coesa dell’Ulivo) si rivelò ancor meno efficace. Per questa ragione, dopo le amministrative del 2007, nella consapevolezza della inevitabile crisi della maggioranza e comunque del rapporto logorato col Paese, si accelerò la costruzione del Pd, che resse la prova delle elezioni del 2008 con un risultato onorevole, poi sprecato dalla mancata chiarificazione di un Congresso post-elettorale. I nuovi equilibri interni del Pd, decisi democraticamente col Congresso realizzato dopo le dimissioni di Veltroni, si sono però rivelati poi inefficaci al test decisivo della caduta di Berlusconi quando l’assenza di un’alternativa immediata (quale non poteva essere certo la confusa alleanza di vasto, analoga all’Unione) ha portato alla soluzione di emergenza del governo Monti. Il Capitolo si chiude specificamente sulla questione istituzionale e si chiede se a questo punto, anche attraverso una nuova riforma elettorale che superi il bipolarismo di coalizione, sia ancora perseguibile uno schema neo-parlamentare che richiede incentivi tali da consentire di norma a due grandi partiti di essere alla guida di coalizioni alternative strutturate intorno al proprio leader o se, invece, la crisi del sistema sia arrivata a un punto tale da dover essere ristrutturato intorno ad un modelo integralmente francese, polarizzando nazionalmente grazie all’elezione diretta del Presidente.
Il capitolo 5 spiega in cosa consista la vocazione maggioritaria e come essa debba venire supportata da una moderna cultura politica, che non può essere costituita dalla sovrapposizione, sia pure debolmente riverniciata, delle migliori idee della sinistra Dc e del Pci degli anni ’70. Anzitutto non si può trascurare l’eredità liberale e liberalsocialista, da Einaudi a Bobbio a Giolitti, con le sue sottolineature relative all’economia e alle istituzioni, più volte richiamata dal presidente Napolitano e poi si tratta, nei due bacini culturali principali, di operare una scelta tra il materiale più vitale e quello oggi non utilizzabile. Nella tradizione della sinistra, anche di matrice comunista, va salvato il movimento storico con la capacità di stare nei processi economici reali depurandolo dallo storicismo gramsciano e dalle sue connessioni palingenetiche affidate alla politica e al partito. In quella cattolico democratica, seguendo l’insegnamento di Scoppola e in particolare del suo volume di metà anni ’80 sulla “Nuova cristianità perduta” va analogamente riscoperto il liberalismo poliarchico degasperiano e non le suggestioni giacobine anche di tradizione dossettiana, ovvero l’idea di “progetto storico” anche lì ampiamente affidata alla politica e spesso legata ad atteggiamenti antimoderni rispetto al mercato, alle contraddizioni sociali, alle democrazie occidentali, che, in particolare dopo il Concilio, come denunciava Scoppola, in alcune affrettate ricezioni sono spesso transitati da destra a sinistra. A ciò si affiancano le conseguenze organizzative sul Pd che, per non restare prigioniero o di minoranze intense o della professionalizzazione della politica, deve confermare gli elementi di apertura all’insieme degli elettori reali e potenziali con la scelta tutt’altro che tecnica delle primarie. Un partito del genere è capace di costruire un’alleanza credibile intorno a sé come calamita riformista effettiva e non già come tessitore di riedizioni dell’Unione, destinate a cadere ben presto alla prova del Governo. Ma qui la ricostruzione diventa impegno concreto..
Principali appuntamenti dei prossimi giorni
Da martedì a giovedì Commissione e Aula: in Commissione la legge elettorale, le Intese residue con le confessioni religiose e l’anticorruzione; in Aula la riforma dei porti.

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