Il Cardinal Martini nel ricordo di Gianluca Salvatori su “Il Trentino”


Carlo Maria Martini è stato per la Chiesa italiana ed europea una figura autorevole e allo stesso tempo amata, come raramente capita a persone di grande statura intellettuale. Ci sono uomini di Chiesa che conquistano il cuore ed altri che sfidano la mente. Martini – un raffinato biblista diventato, forse senza aspettarselo, pastore della più grande diocesi italiana- riusciva in entrambe le cose.

Non credo che avesse un dono naturale per la comunicazione, almeno non nel senso di un personaggio impegnato soprattutto ad entrare in sintonia con il pubblico, affascinandolo. Malgrado però non fosse la sua preoccupazione principale, la sua voce è comunque divenuta una delle più ascoltate in molti ambienti della società italiana.

Il cardinale Martini non si preoccupava di sedurre con le parole ma di esprimere con le parole uno sforzo costante di discernimento. Nessuno nel linguaggio ecclesiale degli ultimi decenni ha usato tanto spesso e profondamente il termine “discernimento”, come necessità di comprendere appieno il proprio tempo, le speranze e i timori dei contemporanei, i loro linguaggi. Non per assecondarli e neppure per giudicarli, ma per farne emergere i significati profondi e le implicazioni, soprattutto quelle capaci di sollevare questioni fondamentali sul senso della vita e della fede.

Il rigore del suo pensiero, alimentato da una autentica vocazione di studioso, non creava distanza rispetto ai suoi interlocutori ma anzi aveva la capacità di tradursi in parole dirette e comprensibili a tutti, credenti e non credenti. Il rapporto con la parola, insieme al tema del discernimento, è infatti l’altro elemento che risalta nella sua figura. La parola di Dio costituiva lo sfondo su cui costantemente Martini riportava le parole degli uomini, in un dialogo senza sosta e aperto in entrambe le direzioni. La lezione del Concilio Vaticano Secondo veniva così mantenuta viva, proprio mentre in molti altri si affievoliva o veniva negata. Martini ci ha insegnato che all’uomo contemporaneo si può ancora parlare di Dio, anziché solo di etica sessuale o di unità politica.

La centralità della parola, nella dimensione divina e in quella umana, si è tradotta in Martini in un stile di dialogo incessante: con il cattolicesimo europeo, con le altre religioni, con i non credenti, con le innumerevoli istanze di una società complessa e inquieta, persino con gli esponenti di quella generazione che aveva creduto nella violenza armata. La sua idea era quella di una Chiesa aperta al confronto perché veramente partecipe della dimensione umana, e non solo per doveri di tolleranza formale.

Per questo motivo non c’è stato tema con cui Martini non si sia misurato, senza pregiudizi e senza chiusure preconcette. Anche sugli argomenti più controversi – come l’omosessualità, la contraccezione o i confini della vita umana – non si è trincerato dietro posizioni scontate, ma ha esercitato il discernimento come metodo. Il suo stile è stato semplice nell’espressione e sofisticato nei contenuti, evangelico e al tempo stesso umano. Perchè con la parola, a partire dalla Parola, si può parlare di ogni aspetto della condizione umana, tanto più se problematico.

Per questo motivo Carlo Maria Martini ha avuto parole nette anche sulla situazione di marginalità della Chiesa nella società d’oggi, descritta in questi termini in uno dei suoi ultimi libri (Le ragioni del credere, 2011): “L’influenza pubblica dei pronunciamenti della Chiesa è scarsa, soprattutto sul terreno morale. Pochissimi sono i cristiani che si impegnano veramente a testimoniare il Vangelo […] E non pochi sono oggi coloro che non cercano nel cristianesimo ma altrove una risposta alle loro domande di senso”.

Dinanzi a questa condizione la sua idea era che la Chiesa non dovesse vivere con la sensazione di essere circondata da forze ostili battendosi, con spirito incattivito, per essere a ogni costo di nuovo una forza rilevante della società, ma dovesse piuttosto “riconoscere con serenità il proprio compito di piccolo gregge, in apparenza più modesto, [ma] di fatto molto più esigente e necessario per il bene di tutti”.

Nella sua riflessione degli ultimi anni l’urgenza di riportare la Chiesa a svolgere un ruolo di lievito nella società, anziché aspirare ad una rivalsa politica e sociale, si è fatta ancora più intensa. È in questo senso che credo vada letta la sua ultima intervista, poche settimane prima della morte. “La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi?”.

Fino all’ultimo le parole di Martini sono state vere. Pronunciate per invitare ad affrontare senza paura una questione fondamentale per la Chiesa: quella del suo essere rimasta indietro rispetto alle inquietudini e alle aspettative dell’umanità. Parole che riflettono la convinzione che paura e fede siano inconciliabili. Parole che esprimono la speranza di non cadere nel vuoto. Ma che ci fanno comprendere fino in fondo come la scomparsa di Carlo Maria Martini un vuoto, in questa Chiesa stanca, lo lasci davvero.

Gianluca Salvatori

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