“Le ragioni del nostro anticomunismo”.


 

Alcide De Gasperi,

“ Partito, Parlamento e Governo – Le ragioni del nostro anticomunismo”

Discorso pronunciato al III Congresso Nazionale D.C., Venezia, 2-5 giugno 1949

Il Congresso di Venezia
e quello di Praga secondo Togliatti

È  noioso ma è così: quasi tutte le discussioni finiscono in un dialogo tra me e  Togliatti. C’era già una partita aperta per il discorso suo a Praga e per il  discorso mio a Firenze. Stamani alle 10,40 Togliatti si è affrettato a  aggiungere una replica all’Adriano di Roma. Ho qui una lunga relazione sul suo  discorso. Vi sono cose che non vi interessano. Soprattutto vi è una sequenza di  ingiurie per me, che non interessano né voi né me. Ma c’è qualche cosa che  interessa dìrettamente il Congresso cioè il raffronto tra il Congresso di Praga  e il Congresso di Venezia.

«A  quel Congresso – dice Togliatti – a quel Congresso di Praga abbiamo notato  un’atmosfera di libertà, di gioia, di fiducia, di sicurezza, regnare  dappertutto. Vi hanno partecipato autentici lavoratori. Invece al Congresso di  Venezia si fanno degli intrighi e degli imbrogli di corridoio per mantenere  questo partito al potere con mezzi disonesti. L’anticomunismo di cui si parla  al Congresso di Venezia trova qualche democratico cristiano che si vergogna e  protesta di questa etichetta dell’anticomunismo. Il fascismo è risorto  (l’anticomunismo è fascismo) per sbarrare la strada al progresso del nostro  Paese. È il primo passo. Dopo aver fatto risorgere il fascismo nella propaganda  si cercherebbe, si vorrebbe anzi farlo risorgere anche nei fatti. Già una volta  ci hanno portato sul limite della rovina sociale attraverso la instaurazione del regime fascista, e oggi non vedono altra uscita se non il ritorno alla  violenza reazionaria. In Italia abbiamo un Governo che non è nemmeno capace di  condurre in modo decente l’attività della Camera dei Deputati, tanto che non si  arriva in tempo ad approvare i bilanci preventivi e consuntivi e le leggi».

Ma  voi sapete che tutto questo è dovuto al sistema ostruzionistico, alle  interpellanze a getto continuo della opposizione: è per questo che le Camere  non arrivano a tempo a fare il loro dovere. Saltiamo. «L’Italia fra tutti i  paesi europei – ha continuato Togliatti – è forse uno di quelli più maturi per  la trasformazione socialista. Non c’è altro rivolgimento all’ordine del giorno.  Abbiamo un’agricoltura nella quale sussistono problemi che devono essere  risolti. Questo non può essere compiuto che sotto la direzione del Partito
comunista e dei suoi alleati. Non c’è altra possibilità di evoluzione, di  sviluppo, di avanzata del nostro  paese sulla via della civiltà, del benessere, se non in una trasformazione socialista  dal Partito comunista».

Ora,  è ovvio che Togliatti la pensi così. Ma non è molto tattico che egli lo  confessi apertamente, in un discorso in cui ad un certo punto, dopo qualche  minaccia, fa appello alle forze intermedie perché trovino nella distensione una  via di uscita. Ma se il problema è messo così comunismo e anticomunismo, le
distensioni non hanno ragione di esistere.

Togliatti  se l’è presa con me per le mie parole di protesta a Firenze. Mi vuol attribuire  addirittura pensieri segreti di cedere alle seduzioni del colpo di Stato, della  dittatura. Tutto il mio discorso dice il contrario. Ma voi siete testimoni di  un fatto analogo: al Congresso di Napoli, quando si parlava di comunismo e del

Cominform, da una parte della folla è venuto l’urlo: fuori legge i comunisti,  lo ho dichiarato anche allora: No. Amiamo percorrere tutta la via della  democrazia. Vogliamo salvaguardare in base alla Costituzione anche la libertà  degli anticostituzionali purché sia salvaguardata la libertà nostra e la  libertà intera del popolo italiano.

Il  Partito comunista, voi lo vedete, non è un partito nel senso tradizionale della  parola, è uno schieramento di forze, che utilizza la democrazia e la  Costituzione come espediente transitorio per arrivare al potere e  strozzarlo poi a pena arrivato. Per questo  essi non abbandonano la riserva mentale, mentale,  dell’insurrezione armata, per  questo noi dobbiamo stare sull’attenti e difendere la libertà e l’autorità
dello Stato. Senza dubbio (mi riferisco a un giornale che ce ne faceva carico)  si devono colpire anche i responsabili, i dirigenti; ma fino a tanto che non  risponderanno di un reato, non perseguiremo né propositi, né programmi.

Togliatti  nel suo discorso a Praga si è rivolto ai suoi amici di colà per dire: «Il  vostro esempio ci incoraggia. A noi non è riuscita, però abbiamo avuto lo  stesso slancio, lo stesso spirito di sacrificio, ma non abbiamo avuto la fortuna  di avere l’appoggio concreto e diretto dell’esercito di occupazione russo». Una
scusa, una  spiegazione e a un tempo una  accusa per lo Stato esaltato, per lo Stato della Cecoslovacchia.

Voi  ricordate l’intervento diretto della diplomazia russa al tempo del progetto  Marshall. Voi avete certo letto ne Il Popolo la serie di articoli di Hubert  Ripka che nel discorso di Roma stamane Togliatti tratta da miserabile traditore. Hubert Ripka era invece ministro nazionale democratico del partito   di Benes nell’ultimo Ministero di coalizione ed è uno di coloro che hanno   sofferto la violenza dell’estromissione e quindi hanno assistito giorno per  giorno allo sviluppo del colpo di Stato. Quelle sue memorie, che vorrei
stampate in un volume, vanno lette e meditate dal pubblico italiano.

Il colpo di Stato (25  febbraio 1948) in Cecoslovacchia

Prima  del 25 febbraio 1948 voi sapete che la Cecoslovacchia passava per lo Stato  democratico per eccellenza, libero, organizzato in favore delle classi popolari  e della piccola proprietà. Nessuno pensava che la  Cecoslovacchia di allora retta da una  concentrazione di partiti, compreso il comunista, fosse in pericolo di essere  aggredita così presto. Oggi, come è la situazione in Cecoslovacchia? Basta un  fatto solo.

Dopo  il 25 febbraio 1948 tutte le leggi fatte in Cecoslovacchia sono state accolte e  deliberate all’unanimità. La stampa: in meno di due mesi 243 edizioni di  giornali esteri sono state proibite in Cecoslovacchia. Sotto le stesse misure  di controllo sono caduti 40 giornali svizzeri. E questi signori, che vanno a Praga e compatiscono il popolo italiano tenuto in schiavitù, tanto è reazionario e oppressivo di tutte le libertà il Governo in Italia, possono  liberamente vendere l’Unità fino a cacciartela sotto il naso in tutti i
crocivia.

Tutti  i bollettini diocesani sono stati soppressi e non basta: sono stati sostituiti  da un organo ufficiale, la Gazzetta del Clero Cattolico pubblicata dal  Ministero dell’Istruzione. In Italia, Paese di servitù, non c’è nessun regola  che proibisca e limiti le pubblicazioni non periodiche.

In  Cecoslovacchia la legge del 24 marzo 1949 è un tipico esempio di  burocratizzazione politica della cultura. Basta leggere il par. 2: «Il  Ministero delle Informazioni fissa anno per anno in base alle proposte del Consiglio centrale editoriale un piano pubblicazione delle opere non periodiche  e ne dirige la pubblicazione stessa». Occorre tener presente che il Ministero  delle Informazioni in base all’art. 4 dirige la diffusione delle opere non  periodiche interne ed estere. Dove abbiamo letto una volta simili disposizioni?

Non vi ricordano altre leggi del nostro Paese contro le quali i comunisti  stessi sono insorti in nome della libertà? In  una pastorale recente dei Vescovi sta scritto che ogni nuovo libro cattolico,  deve essere sottoposto a censura preventiva, anche libri contenenti le  preghiere per l’Anno Santo; e quando i Vescovi si sono radunati in Conferenza,  come è loro costume, queste conferenze episcopali dovettero essere interrotte,  perché si scoprì che venivano origliate da microfoni opportunamente nascosti nelle sale
dove le conferenze erano tenute. Ho qui un altro documento del 21 aprile 1949  in cui dei Comitati nazionali provinciali (sono comitati costituiti dopo il  colpo di Stato) ricevono istruzioni contro le attività del Clero cattolico; ad  un certo punto il documento dice: «Tutti i commissari di P.S. controlleranno
soprattutto se si è proceduto alle espropriazioni di tutti i terreni  parrocchiali che sorpassono un ettaro». In secondo luogo è detto di «tener  d’occhio tutte le riunioni cattoliche e per quanto possibile impedire
opportunamente (osservare questo «opportunamente») la loro attività».

Voi  direte: forse ce l’hanno soltanto col clero e con la Chiesa Cattolica. Leggete  un po’ i cosiddetti contratti agricoli di produzione e consegna. Sono volontari, però se il contadino non sottoscrive è il comitato che impone il  contratto. Questi contratti sono una specialità che vorrei affidare allo studio
dell’amico Segni.

Contengono  un numero infinito e dettagliato di misure da adottarsi: viene stabilito quante  uova devono fare le galline, perché la produzione delle uova è fissata,  naturalmente, ed anche la produzione del latte. (Ilarità). Questo è il rispetto  del diritto privato per quello che riguarda la produzione. Se ci sono poi qui
funzionari e impiegati che, vista la durezza del nostro Governo nero, abbiano  aspirazione verso la Cecoslovacchia, raccomando loro di studiare prima il  formularlo che ogni impiegato che vuol essere assunto o riassunto nel nuovo governo  comunista deve presentare rispondendo a 60 domande. Di queste 60 domande ce ne  sono alcune così: (a questo punto l’oratore legge alcune richieste del  formulario, dalle quali risulta che l’aspirante deve rivelare i segreti più  intimi e trasformarsi anche in delatore dei suoi parenti ed amici).

Ora,  queste cose non sono inutili da dire e forse da ripetere, perché quando parlano  del 18 aprile i frontisti affermano che il risultato è dovuto soprattutto alla  falsa propaganda sul colpo di Stato in Cecoslovacchia. Togliatti oggi stesso ha  smentito nettamente che si possa muovere la minima accusa di lesione di libertà

al governo comunista. Ma è interessante anche l’esempio della Cecoslovacchia,  sapete perché? Perché quella è una Repubblica democratica che aveva fatto già  la riforma agraria, perché era una Repubblica che aveva dovuto soccombere anche  di fronte a Hitler. Vi ricordate la conquista nazista della Cecoslovacchia?

Quindi vi è facile il confronto, fra due totalitarismi. Stessi metodi, diversa  finalità, stesso eccidio della libertà e dei diritti privati e personali. E  quindi il Ministro Ripka, in quel memoriale a cui ho accennato, conclude così:  «Come il nazismo anche l’imperialismo sovietico è un pericolo mortale per tutto
il mondo civile in quanto è accoppiato ad una teoria totalitaria».

Totalitarismo e regime  parlamentare

Ora,  il totalitarismo interno porta fatalmente al totalitarismo all’estero. Come  Hitler ieri, i sovietici presentano la conquista del loro espansionismo come  altrettante misure difensive contro il capitalismo di occidente; pensiamoci,  amici. Perché anche noi siamo dinanzi a due esperienze e la Provvidenza, forse,
ci ha dato l’esempio della Cecoslovacchia per ammonirci, per renderci più  attenti e vigilanti. Vorrei, soprattutto richiamare l’attenzione dei giovani  che non conoscono nè possono conoscere, come noi che ne fummo testimoni, la  storia dell’avvento del fascismo, richiamare l’attenzione sopra la similarità
dell’avvento del fascismo, richiamare l’attenzione sopra la similarietà dell’inizio della lotta
contro la libertà. Si parte sempre con una svalutazione del Parlamento. È  chiaro. Il Parlamento, il sistema parlamentare, è tutt’altro che perfezionato:  vediamo evidentemente che ci vogliono delle riforme, sappiamo benissimo che con la ripresa del Parlamento antico non si è raggiunta la massima funzionalità del  Parlamento.

C’è,  quindi, il problema del Parlamento, cioè il problema funzionale del Parlamento,  ma non bisogna in nessun modo contribuire alla svalutazione dell’Istituto come  tale, non bisogna in nessun modo svalutare la sua opera, ridurla a  manifestazioni spettacolari che possono solo giovare in un certo momento e
vendere qualche copia di giornale in più, ma che certo non sono educative.  Non bisogna contribuire al formarsi dì un’opinione  pubblica antiparlamentare. È pericoloso. Una volta noi, quando eravamo giovani
come voi o giù di lì, credevamo che non ci fosse pericolo, credevamo che la  libertà fosse eternamente garantita. Chi pensava di dover andare in prigione  per ragioni politiche? Chi pensava in Italia di dover fuggire dal proprio  Paese? Ebbene, è bastato che il Parlamento venisse non abolito, ma svuotato,
perché tutte queste libertà civili e personali fossero messe in pericolo.

Quindi,  amici miei, criticate pure la condotta del Parlamento, ma criticatela a scopo  costruttivo per rimediarci. Studiate voi stessi i metodi nuovi per poter fare  progredire la nostra democrazia parlamentare. Ma ricordate che, caduto il  Parlamento, sono cadute tutte le libertà: civili, spirituali, politiche e
personali.

Bisognerà  che in qualche Congresso si faccia la storia che abbiamo vissuto finché eravamo  in cattività. Allora non potevamo scrivere, poi siamo stati afferrati dai  compiti del giorno, siamo entrati al Governo, al Parlamento, con funzioni  pubbliche, e non abbiamo tempo di scrivere nemmeno oggi, ma è un tormento

vedere che i giovani di oggi in gran parte sembrano non conoscere o aver  dimenticato il travaglio attraverso il quale noi siamo passati per raggiungere  la libertà e la democrazia. Anche oggi voi trovate nel campo dell’estrema  sinistra la tendenza generale a contrapporre al Governo parlamentare il «vero
governo» che sarebbe la Cgil, a contrapporre al Parlamento l’atto, il gesto, la  organizzazione del Sindacato, a contrapporre al Parlamento la piazza, a  contrapporre alla democrazia parlamentare una certa democrazia immanentista che giorni fa era varata anche dal L’Avanti!, quando scriveva che la nuova
democrazia è democrazia laica, immanentista ecc. ecc., e che la vecchia classe  è isterilita, incapace di governare ecc. ecc.

Le  vecchie classi, la classe dominante… Vorrei mettere in guardia gli amici da  queste teorie sulle classi dominanti. In questa storia delle classi dominanti  c’è un parallelismo con la dialettica marxista che servì al fascismo per  conquistare il potere. Dobbiamo ben guardarci dall’introdurla nel nostro  vocabolario. Mussolini, alla vigilia di prendere il Governo, disse nel famoso  discorso di Napoli: «Le Camere non rappresentano più il Paese. Ogni Ministro  che uscisse da esse eserciterebbe  illegittimamente il potere». È lo stesso che si va predicando dai  comunisti: il 18 aprile è stato un trucco e il vero popolo si trova sulle
piazze. Dopo quella dichiarazione di Mussolini si venne al 28 ottobre del 1822 e allora la lotta
dei fascisti venne proclamata contro «una classe politica di imbelli e di  deficienti che da quattro anni non avevano saputo dare alla nazione un Governo».

L’inserzione dei partiti  nella vita costituzionale.

Si  parla di classi politiche che si possono rovesciare e sostituire. In verità si sostituisce il Parlamento. Certo esiste un problema per noi e per tutti i  partiti: cioè il problema del Partito, cioè il problema della sua inserzione nella vita costituzionale. I nostri bravi costituenti non hanno avuto il  coraggio, e lo comprendo, di affrontare questo duro problema: l’inserimento dei  partiti. Cosa fanno i partiti? Hanno una grande funzione di controllo perché  attraverso il sistema elettorale presentano le liste dei candidati e hanno così
in mano la scelta dei dirigenti. Ora, bisogna guardarsi bene dal ripetere  l’esperimento del fascismo, già superato con la creazione del Gran Consiglio  del Fascismo, il quale si compose del Direttorio e di altri elementi direttivi  che svuotarono il Parlamento e quindi lo sostituirono.

Noi  dobbiamo cercare quella forma di collaborazione per di cooperazione che salvi i  principii della costituzione, salvi soprattutto la responsabilità dei deputati  di fronte agli elettori, dei Ministri di fronte al Parlamento. Ecco il diffcile  problema, altrimenti dove andremo a finire? Andremo a finire che quando un

partito decide nella Direzione di uscire dal Governo, i deputati e il  Parlamento è come non esistessero. Il governo si compone nel Parlamento. Se le  decisioni vengono prese fuori delle Camere nessuna meraviglia che, come si è  visto, ci possano essere interventi anche fuori dello Stato.

Quando  noi abbiamo iniziato la lotta dell’Aventino, fu precisamente per restaurare il  regime parlamentare. E l’errore fondamentale, la colpa del re fu quella di non  aver accettato il nostro suggerimento e di non fare ricorso alle elezioni.  Badate che fu un errore gravissimo a cui risalire anche il disastro della
politica estera che divenne imperialista.

Nel  1925 Mussolini cominciò a parlare dell’Impero coloniale, prevedendo tra il ’35  ed il ’40 il punto cruciale della storia, nel ’35 iniziò la guerra in Etiopia.  Quando l’ebbe finita non dichiarò che le aspirazioni dell’Italia fossero per un  certo periodo almeno soddisfatte; pronunciò ancora, il 9 maggio 1936, la famosa
frase: «Un immenso varco è stato aperto sull’Oceano e sul mondo». Nel 1938 si  arrivò al passo di parata, al passo dell’oca, al patto d’acciaio e alla  proclamazione della dittatura imperiale con le parole: «Quando io comparirò al balcone, non si tratterà di discutere, saranno decisioni».

Fu  il tempo in cui quello sciagurato ebbe ad appellarsi alla storia e alla  decisione della guerra e proclamò che «la guerra sarebbe stata la Corte di  Cassazione tra i popoli». La guerra, la Corte di Cassazione, ha sentenziato  contro di noi; ed è bene che io lo ricordi in questo momento perché c’è in aria
qualche spunto di colonialismo stile vecchio impero. E ingiusto però che la sentenza venga
applicata inesorabilmente anche contro la nostra espansione pacifica.

Il problema coloniale

Voi  non avete parlato, e fu saggezza il non farlo, del problema coloniale; né lo  stesso vi intratterò in concreto sulla questione delle terre d’Africa. Però io  vorrei invitarvi e attraverso voi invitare tutto il popolo italiano, a considerare il problema da un punto di vista morale connesso alla liquidazione
della guerra. È giusto che noi rivendichiamo un diritto morale, fondato sulla  nostra opera e sui nostri sacrifici per la civiltà. Lo conoscete il nostro  sacrificio: ci è costato dai 70 agli 80 miliardi all’anno, abbiamo investito  nelle colonie 709 miliardi, di cui più di 500 devoluti all’agricoltura e all’industria, e naturalmente
qui non metto in conto le spese a causa della guerra di Etiopia, che costò, sia  pure in parte per opere di valorizzazione, circa 2.250 miliardi. Il problema è  anche di giustizia distributiva: è impossibile escludere l’Italia dalla  cooperazione in Africa quando la si accetti o la si voglia per la collaborazione
in Europa.

Noi  dichiariamo che siamo disposti a fare ancora nuovi sacrifici per la comune civiltà  a due condizioni: primo, che il sacrificio sia accettato e riconosciuto dai  popoli autoctoni (la forma, amministrativa fiduciaria o assistenza associata a  un governo locale, in complesso, non è essenziale); secondo, che questo nostro
sacrificio rafforzi la cooperazione europea.

Ma  il problema si allarga ancora. Pensate che l’Africa, con 150 milioni. di  abitanti che crescono rapidamente, in pochi anni arriverà a 200 milioni. Ma c’è  un fenomeno: più cresce la popolazione e meno cresce il reddito della terra  perchè la coltura primitiva manca di tutto quello che la può sollecitare.
Allora il problema della colonizzazione dell’Africa va al di là delle nostre  fette sulla costa. Questo problema ci appassiona soprattutto perché lì possiamo  trovare una soluzione, almeno parziale, al nostro bisogno di emigrazione. Al  tempo fascista si diceva che bisognava svincolarsi dalla mentalità peninsulare e creaesi una mentalità  imperiale, cioè proiettata nel mondo. Io ripeto tale esigenza, ma non in  funzione dell’impero militare, bensì in funzione dell’espansione pacifica del  nostro lavoro e della nostra cultura.

Studino  i giovani delle nostre Sezioni, che dicono talvolta vuote di argomento, studino  la nostra storia. La storia dei possedimenti italiani in Africa, a tipo coloniale  imperialistico, non rappresenta che la fase più recente delle lunghe vicende  che portarono l’Italia delle nostre repubbliche marinare agli stabilimenti in
Siria, Palestina, Cipro, Candia, dall’Asia all’Africa: ma tutta la nostra  storia mercantile e coloniale, di cui l’Africa non rappresenta che un episodio  assai limitato, sia nel tempo che nello spazio, non è che un settore piccolissimo,  per così dire, dello spirito universale italiano, il quale sempre e ovunque ha  esternato in opere concrete il suo desiderio di cooperazione con gli altri  popoli nel campo dello spirito e della materia. Dall’attività mercantile coloniale, che comprende quella dei grandi esploratori, mercanti, navigatori,  si passa a quella degli artigiani, degli scienziati, degli inventori, degli  architetti, dei letterati. Tutta questa vasta e multiforme attività ha in tutti i tempi reso l’Italia un centro di irradiazione che ha avuto
mille diverse manifestazioni e si è concretata nelle forme più produttive e  proficue per il mondo. Bisogna dire agli Italiani che conviene prepararsi per questa  penetrazione pacifica del lavoro, della tecnica e della cultura.

Noi  abbiamo esuberanza non solo di forze manovali, ma anche tecniche e professionali.  Noi abbiamo bisogno di questa espansione; e questa espansione sarà bene accetta  se sarà preparata.

Qui  mi rivolgo al collega della Istruzione, che già molto ha fatto, mi rivolgo a  tutti gli enti pubblici e privati: bisogna fare uno sforzo per fare studiare le  lingue, studiare il mondo, studiare la storia, adattare a questa emigrazione le  nostre scuole, i nostri corsi di perfezionamento. Gli Italiani bisogna che non facciano
il cammino doloroso di quando partivano come minacciosa, per poi dovere alla  loro straordinaria attività, allo spirito di sacrificio e organizzativo, le  loro posizioni che hanno oggi, per esempio, nelle comunitàamericane. Bisogna che partono armati di preparazione tecnica, ma bisogna tentare,
in uno sforzo che il Governo dovrà favorire, di riprendere le vie del mondo;  ché chi parte, anche se non tornasse subito, non è perduto. Avete visto la  solidarietà americo-latina.

Ora  io dirò qualche parola all’amico Dossetti: egli si è preparato a questo  Congresso per molti mesi – ha detto – in consultazioni cellulari, come dire per  cellule, e in analisi meditative. Io disgraziatamente non ho avuto questo  tempo, perché ho dovuto occuparmi di realizzazioni e di esperienze costruttive.
Quando io impostavo il problema della rottura del tripartito, che portò di conseguenza alla  impostazione politica del 18 aprile, non tutti erano convinti che la strada  fosse quella. Dovete riconoscere in questo momento che ha valso più la esperienza  che la cultura. Altri problemi seguirono, come quello di fronteggiare l’ordine  pubblico, quello del risanamento finanziario e dell’ordinamento economico,
quello del Patto Atlantico.

Amici miei, quello del Patto Atlantico è stato un travaglio asprissimo e non  sempre era possibile consultare tutti. Il senso della responsabilità doveva  contribuire a dare la prima spinta. Abbiamo avuto la grande consolazione di  vedere il Gruppo parlamentare battersi meravigliosamente alla Camera. Amici
miei, noi abbiamo assunto una grave responsabilità, l’abbiamo assunta quasi  all’unanimità, e ci siamo rivolti in cinquecento e più comizi al Paese. La  Direzione del Partito è stata all’altezza del momento, allora, e con la sua  coraggiosa propaganda ha dominato del momento, allora, e con la sua coraggiosa
propaganda ha dominato l’opinione pubblica.

Il  problema del lavoro

Lavoro.  Sì, il problema del lavoro è un problema molteplice che ci assilla e che trova difficilmente
una soluzione rapida e totale. Ma non crediate che non ce ne siamo preoccupati.  Sono arrivato a dire ai rappresentanti dell’America che avremmo rinunciato al  Piano Marshall purché ci dessero il modo di finanziare una parte almeno della  nostra emigrazione, perché il Piano Marshall è lento e non arriva che dopo  molto tempo ad assorbire mano d’opera. Abbiamo sottoposto il nostro programma  di bonifiche a questo criterio fondamentale dell’occupazione, e così i lavori  pubblici che dovettero tendere a questa mèta, così la legge Fanfani, così gli  investimenti diretti e indiretti di cui vi ha parlato Pella. Accettiamo le
proposte dell’amico Rumor che le ha condensate in una magnifica relazione. È  vero che ogni Governo ha bisogno di un certo stimolo, se volete, di un pungolo  (non mi piace molto la parola perché ricorda i buoi), ma comunque io accetto  anche il «pungolo» ad una condizione: che a uncerto momento quelli che stanno
pungolando scendano dal carro e si mettano anch’essi alla stanga e dimostrino  di saper tirare.

Dossetti ha ricordato una frase che avrei  detto nel penultimo Consiglio nazionale e che suonava così: «Finché non  riusciremo a liberare una parte notevole della classe  operaia dal Partito comunista la battaglia non  è finita». È vero che ho detto così. Ma non è una scoperta. L’ho detto anche  nel 1921, nell’altro Congresso di Venezia del Partito popolare. Vi prego di trovare anche in questa mia osservazione
la dimostrazione che è necessario studiare la storia e che i giovani debbono  studiare i libri vecchi.

I Sindacati e lo Stato

Il  discorso mio sui Sindacati poneva il problema dell’azione sociale e dell’inserimento  dei Sindacati dentro lo Stato. Ma non è molto semplice. Dossetti ha ricordato  la concezione sua e di Fanfani quando erano alla Spes: la concezione del «nuovo  Stato democratico nella solidarietà popolare».

Anche  questo è vero. È il solidarismo. Poco avanti la prima guerra e subito dopo la  guerra uno dei più grandi sociologhi tedeschi ha opposto al sistema socialista  tutto un sistema chiamato solidaristico ed era quello un sociologo cristiano. È  vero. Ma il problema è tutt’altro che semplice. Mussolini ha tentato
l’inserimento dei Sindacati e ne è venuto fuori il corporativismo di Stato.  Bisogna essere molto attenti sul modo dell’inserzione: soprattutto deve essere  una che trovi la collaborazione di almeno la maggioranza dei Sindacati e degli operai. Comunque lo ricordo ai giovani, che tante cose non sanno e che  invece ne sanno molte che lo non so, che è bene ricordare l’esperienza del passato. Segnalateci quello che voi  nelle meditazioni, nelle vostre discussioni, nei vostri studi, credete di trovare  di nuovo, e se si tratta anche di cose vecchie che avremo dimenticato o di cose  veramente nuove, noi accettiamo il soccorso dei vostri suggerimenti. Però  badate: noi abbiamo bisogno non soltanto di consiglio, abbiamo bisogno di appoggio.

Questo  sistema di vedere nel Governo un’accolta di responsabili a cui si rinfacciano eventuali  errori, senza riconoscerne i meriti, è ineducativo, è un sistema scoraggiante.   La collaborazione deve fondarsi su un presupposto unitario di fiducia fraterna.  Dossetti ha espresso la sua preoccupazione per l’attività parlamentare: egli  sa, per le discussione che ne abbiamo fatto in Consiglio nazionale, che la
condividiamo, egli sa che la sentiamo acutamente. È un problema di collegamento  tra le due Camere, e della collaborazione del Governo con le Camere.

Cento  e novanta (se ben ricordo) sono le proposte di iniziativa parlamentare, quando  un tempo queste proposte erano ridottissime, e alcune di queste provengono dai nostrì  Deputati, che le presentano senza avvertire il Governo, o che preparano una  legge che magari pesa moltissimo sul bilancio, e cercano di farla

promuovere dal Governo che deve pur poter dire a tempo il suo pensiero. Così non  si governa in Inghilterra e in Francia e non è possibile che diversamente si  possa governare in Italia.

Qualcuno  lamenterà, e se ne è fatto cenno, il ritardo della trattazione delle riforme dei  contratti agrari. Bisogna essere tolleranti in questo campo perché si tratta di  materia in cui si può essere sostanzialmente d’accordo, ma alcune formule  tecniche possono essere differentemente prospettate. Il Gruppo parlamentare ha  preso una decisione di massima. A un certo momento la questione delle formule
tecniche dovrà essere superata e la riforma passare avanti, per dar posto a  quella fondiaria

La riforma degli organi
centrali dello Stato

Passo  alla riforma degli organi centrali: anche questa è un’aspirazione comune, anzi  un dovere costituzionale. Ma è riforma difficile. Quando si creò il Ministero della  Marina Mercantile, sorse la questione se la pesca fosse di pertinenza del Ministero  dell’Agricoltura o del Ministero della Marina. Si è discusso un mese. Dopo le  decisioni le carte sono passate da un Ministero all’altro e in realtà il nostro
Bastianetto (e qui colgo l’occasione per mandargli il mio plauso), quando ha  voluto passare all’attuazione delle convenzioni con la Jugoslavia, ha dovuto  ancora fare il giro da un Ministero all’altro per documentarsi. E guardate  nella emigrazione: mi pare che nella proposta Rumor si parli delle competenze
divise tra il Ministero del Lavoro e il Ministero degli Esteri; qualcun altro  ha parlato di creare un organo nella Presidenza del Consiglio. Ogni volta che  mettete la mano sopra un congegno amministrativo trovate una serie infinita di  difficoltà giuridiche, tecniche, burocratiche. E quando finalmente andate al Parlamento entrate come in un tunnel  in cui si tarda a veder la luce. Tuttavia lo sforzo va fatto, e lo si farà. I  giovani, o almeno i giovani di cui credo si faccia interprete Dossetti, mi pare  tengano sovrattutto alla sistematica, alla presentazione organica e coordinata  dei lavori e delle riforme. Non bisogna esagerare l’importanza della costruzione logica, tuttavia è vero che manca al Governo un organo che spieghi obiettivamente e concretamente l’opera sua.

L’abbiamo  già avvertito: avete visto il bel volume illustrato sulla bilancia dei  pagamenti! Si tratta di volgarizzare soprattutto i problemi economici e le soluzioni  concrete. Ne seguiranno altri sulla agricoltura, il bilancio, l’industria ecc.  Ogni riforma dovrà venire esposta organicamente e in connessione con le altre.
E uno sforzo per l’educazione del popolo alla politica democratica. Bisogna  che arriviamo a sostanziare la nostra propaganda e con ciò dare anche argomento  di discussione e di istruzione alle sezioni, di modo che il Partito possa contribuire  esso stesso a questa perfezione dei nostri metodi. Non posso però non
riconoscere la grande importanza assunta nel periodo della direzione del Partito di Piccioni e Cappi, da organi come il Traguardo, il Popolo e Libertà, i  Commenti, che meritano rilievo.

I compiti del Partito,
del Parlamento, del Governo

Infine  non è esatto accentrare, come sembra volere Dossetti, i tre compiti nel  Partito. Bisogna distinguere: stimolante e preparare è del Partito; deliberare  è del Parlamento; eseguire è del Governo.

Che  cosa vuol dire questo? Vuol dire che le idee, le aspirazioni, le tendenze programmatiche  vanno sin dall’inizio inquadrate nella realtà, realtà che è una risultante  delle possibilità esecutive e finanziarie e delle forzerappresentative delle  due Camere, e questo non dovete dimenticarlo, amici miei.

Una cosa è il programma del Partito, l’affermazione programmatica del Partito, circa  la via che si deve percorrere, altra è la possibilità dell’esecuzione entro un  Governo di coalizione, ad ogni modo un Governo di coalizione, ad ogni modo un  Governo che deve tener conto della proporzione delle forze nelle due Camere.

La competenza tecnica e
la tessera del Partito

C’è  stata una frase ultimamente nel discorso di Dossetti che mi ha un pochino fatto  stizzire. Forse non ho capito bene. Si parlava dei posti. Quale deve essere il nostro  principio. Senza dubbio, se noi possiamo ottenere l’associazione dellacompetenza  tecnica con la concezione sociale (cioè l’uomo moderno con la mente aperta alle riforme, e con la conoscenza delle aspirazioni delle classi alle quali  le riforme si rivolgono) è certo il meglio che si possa fare. Quindi se troviamo  un democratico sul serio che abbia contemporaneamente cognizioni tecniche per  un posto economico o esecutivo, egli deve essere certo ilpreferito. Però, la  competenza tecnica è necessaria e non sempre disponibile come la tessera del
Partito. Segnalateci dei giovani che maturano, e noi vi saremo grati. Non è che  si vada a cercare nell’antico Partito liberale il tale o il tal’altro uomo,  perché del Partito liberale. È semplicemente un uomo che ha fatto l’esperienza  avanti che l’abbiano potuta fare gli altri. Evidentemente questo contributo non deve essere trascurato. Il Paese,  badate, dopo un periodo in cui la tessera era tutto e la competenza poco, il
Paese oggi ha diritto di sapere che secondo il nostro sistema non è la tessera  politica quella che decide quando si tratta dì posti di competenza; e i nostri  devono sapere che alla tessera, intesa come concezioni di vita, bisogna aggiungere  competenza. (Applausi). Fortunati noi se le troveremo associate.

Il  contatto serve: ero qui per istruirmi. Ho anche imparato negativamente, cioè  qualche cosa che non deve essere fatta. Fa discussione capziosa su questioni  piccine e organizzative, che non sono degne di un tale Congresso. Ma voi avete  affrontato i grandi problemi e avete, plaudendo l’energico discorso di  Piccioni, affermata la nostra unità. Tuttavia, affinché non ci sia l’ombra di  un equivoco sul Congresso, vi pongo formalmente delle domande e vi do occasione  di esprimervi.

Ecco  le mie domande.

Mi  sbaglio o no io nell’interpretare – e dicendo ioo, dico anche i miei colleghi e  collaboratori – il voto delle Camere, che ci ha sostenuto e ci sostiene, come voto  consapevole e responsabile di adesione alla politica onesta, schiettamente democratica  e non persecutoria del Governo nazionale?

Mi  sbaglio o mi illudo? Il Congresso lo deve dire. Perché, è vero, sono  responsabile innanzi alle Camere, le Camere sono responsabili innanzi al Paese,  tutti sono responsabili innanzi alla massa elettorale. Però è vero che il  vincolo ombelicale è quello alimentato dal Partito nel quale ho sempre  combattuto anche quando si chiamava Partito popolare. Bene, amici, voi dovete dirlo chiaramente,se  io interpreto bene o se mi illudo sulla via tracciata dal Congresso.

Lo  so, ci sono insufficienze, ne sono consapevole, difficoltà da superare. Forse  le vediamo più noi che voi perché le incontriamo tutti i giorni. Il  rinnovamento dello Stato è appena agli inizi, ma dico ai giovani che hanno  dimostrato in qualunque momento della impazienza: impazienti, badate, questi  vecchi stanno

lavorando per voi, facendo sforzi in mezzo alla calca tumultuosa della nuova Italia nella quale voi entrate se avrete il coraggio, la prudenza e le qualità necessarie  per governare uomini, cioè idee chiare, cuore fermo, occhi per la realtà.

Si  va cercando a tastoni la terza forza, ma non ce n’è che una ed è la Democrazia cristiana.  Con o senza aggettivi, essa è veramente una forza se rappresenta una concentrazione  di energie difensive contro la duplice antidemocrazia e  costruttive per lo Stato democratico e l’avvenire del lavoro. Con la visione innanzi agli occhi del compito immane,  noi facciamo appello a tutte le forze ricostruttive. Ma sappiamo bene che nella nostra fede negli ideali di rinnovamento, nella nostra devozione al Paese,  nella nostra crescente preparazione di uomini e di quadri troveremo le riserve  energetiche per continuare la marcia, anche se taluno cercasse una diversione –  e diversione significa debolezza – per gettare e deprecabile caso si
verificasse, la terza forza del 18 aprile continuerà in noi e per noi il suo vittorioso cammino.

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