Tutto delegato a Monti?


Blair ritorna, noi non siamo mai partiti.

da Europa, 13.7.2012

Tornano sulla scena inglese vecchi e giovani leoni del New Labour, chiamati da Ed Miliband a ricostituire una squadra vincente in vista della corsa elettorale. La ricomparsa di Tony Blair, David Miliband e diversi altri (tra i quali il mitico spin doctor Alastair Campbell) può essere presa a pretesto per riaprire in Italia una questione irrisolta, l’equivoco di fondo intorno al quale ancora gira a vuoto il Pd.
La Terza via degli anni Novanta è il grande rimosso di chi ci aveva creduto, in chiave di rivoluzione liberale nella sinistra italiana: più o meno ex dalemiani, veltroniani, rutelliani, lettiani, che pensano che in tempo di crisi pesante non sia più aria per dare battaglia aperta su argomenti quali l’apertura dei mercati, la competitività, il merito. Viceversa, il ciclo blairiano e clintoniano è spesso sulla bocca dei rampanti neo-socialisti più o meno bersaniani: come paradigma negativo, talvolta diabolico, della dannazione della sinistra che per farsi amare dalla business community tradì la propria base sociale, scolorì la centralità del ruolo dello stato, si perdette e alla fine perdette.
Fra i due emisferi democratici si litiga per interposta persona, se Monti faccia bene o faccia male. Il presidente del consiglio usato come una metafora. Vaghi rimangono i temi sociali ed economici dello scontro interno. E soprattutto rimane eluso un nodo tutto politico: noi siamo il partito di chi? Quale Italia vogliamo rappresentare? A quali italiani ci rivolgiamo?
Questo è il cuore del successo della Terza via, che nella convegnistica democratica viene ridotta a mera cancellazione del conflitto, a scambio coi poteri forti, a deregulation finanziaria. Tutte cose che sono avvenute, ma come contorno (oggi, a lezione appresa, evitabile) di una titanica operazione di conquista del centro della società.
Di Blair si può ricordare ogni nequizia, ma nel richiamarlo oggi in servizio, Ed Miliband (che ne era avversario nel Labour) evoca lo sfondamento elettorale che consegnò alla sinistra un intero pezzo di popolo. Per tre elezioni consecutive. Ceti medi professionalizzati, le città di mezza grandezza del cuore del paese, i giovani: un blocco che si aggregava alle costituencies tradizionali del lavoro pubblico, dei salariati, dei grandi centri urbani.
Gli errori dei governi e poi la crisi hanno colpito duro, e questo è vero dappertutto nelle democrazie occidentali. Ma la domanda per chi vuole governare e riformare rimane quella originaria alla quale rispose la Terza via: come si coagula una maggioranza di cambiamento in società liquide e mobili, ormai impossibili da leggere nei termini della classica “alleanza fra le classi”?
La ricomparsa di Blair (finora molto parziale) propone una domanda scomoda, che lo stesso ex premier riconosce minoritaria: siamo proprio sicuri che la crisi finanziaria e le colpe dei banchieri abbiano azzerato il problema? Che si possa tornare a heri dicebamus (nell’Old Labour come nella sinistra italiana, o nel Ps), cioè al tassa e spendi, alle macchine statali poderose e onnipresenti, all’impiego pubblico come forma di welfare, al collateralismo con le centrali sindacali?
Il Pd è più avanti di così. Ma quando Bersani rimbecca Stefano Fassina, lo fa per impartirgli una lezione da federazione comunista: non possiamo stare solo coi lavoratori dipendenti, se non sosteniamo l’impresa non si creeranno mai valore, investimenti, posti di lavoro. Basic. Troppo basic per essere il dibattito fra il segretario del partito e il suo responsabile delle politiche economiche.
Il Pd di Bersani è tornato a spostare il focus della rinascita nazionale dal riconoscimento dei diritti del cittadino al recupero del lavoro come valore fondante di una società. Un blairiano doc come David Miliband sarebbe d’accordo, lui che passa il suo tempo da back-bencher a combattere disoccupazione e devianza giovanile.
Solo che il fratello sconfitto nella corsa alla leadership non si avvicina neanche al problema passando dalla porta delle Unions o dei circoli territoriali laburisti. Ci si appoggia – non solo lui, tutti – su associazionismo, charities, fondazioni finanziate dai privati, ciò che noi chiamiamo sussidiarietà. Chiaro che si punta alla conquista del governo, alle grandi riforme che solo politiche pubbliche possono varare. Ma ai giovani disoccupati, nella speranza che conquistino e mantengano un etica del lavoro, ci si presenta trattandoli non come massa, nuova classe sociale o peggio ancora liste di precari da regolarizzare, bensì come individui: ognuno con aspettative e percorsi specifici, ognuno tenuto a mettere in campo la propria voglia, il proprio valore, le proprie capacità. In una parola, il merito.
Bersani ha praticato distretti e sussidiarietà, forse oggi non enfatizzerebbe la sua amicizia con Cl ma il tema del limite della politica lo ha perfettamente presente. Tassa e spendi, analogamente, non è nelle sue corde. Perché allora il dibattito interno dei democratici appare così arretrato, e così povera di appeal la proposta esterna? Può essere solo il condizionamento della Cgil, che torna a farsi sentire oggi sulla spending review?
L’impressione è che il disarmo nella lotta interna da parte della componente liberal sia stato davvero eccessivo, e alla fine perfino penalizzante per Bersani.
Tutto è stato delegato a Monti e ai rapporti col governo “amico”. Ora si avvicinano le elezioni e con esse tanti complicati calcoli, anche di accortezza e di convenienza, personali e di area.
Si smarrisce così anche l’altra grande lezione di Blair e dei suoi: le battaglie politiche vanno condotte apertamente, ed è meglio farle quando ancora non è arrivato il potere, prima e non dopo aver vinto le elezioni. Si vede che pesa l’esito dei tentativi di D’Alema, di Rutelli, di Veltroni.
In modo un po’ primitivo e qualche involontaria comicità, la sinistra interna del Pd sta provando una sua prudentissima offensiva all’ombra del segretario. La discontinuità promessa da Renzi è forte sul piano caratteriale ma nel suo liquidazionismo generalizzato ancora si colloca, direbbe Blair, più sul versante della politica della rabbia che di quella della risposta.
Ora poi è arrivato – anzi, è tornato – anche Berlusconi. La frittata rischia di essere completa. Si riapre davanti al Pd la prospettiva di una campagna elettorale contro il fallimento delle destre: giusta, sacrosanta, inevitabile visto che dall’altra parte si ripropone il capo imbalsamato dei falliti; ma anche troppo facile. Il rischio è che lo scioglimento dei nodi venga ulteriormente rinviato.
E così, mentre Tony Blair completa tutto il giro (conquista del partito, governo del paese, riconferma, sconfitta, emarginazione, rientro sulla scena), noi siamo ancora fermi alla casella del via.

Stefano Menichini

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/136004/blair_ritorna_noi_non_siamo_mai_partiti

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