Ora il growth compact – da Europa quotidiano


13 luglio 2012

Il gruppo del Pd ha espresso un voto favorevole alla ratifica del Trattato riguardante il fiscal compact con consapevolezza e convinzione. Votando sì, abbiamo ribadito due decisioni impegnative, che a pieno titolo possono essere definite costituenti, già assunte dal parlamento nell’attuale legislatura. Non abbiamo solo assunto un generico impegno di disciplina fiscale, abbiamo vincolato il nostro paese, e dunque non solo il governo attuale, ma anche quelli che verranno, a rientrare dal debito, a dimezzare l’enorme stock del nostro debito pubblico al ritmo di un ventesimo l’anno della differenza tra l’attuale 120 per cento del Pil e il livello del 60 previsto dal Trattato di Maastricht.
Per essere chiari ed espliciti: si tratta di ridurre il debito di qualcosa come 50 miliardi di euro l’anno per molti anni. La seconda decisione è l’impegno al pareggio strutturale del bilancio in via permanente, dal momento che attraverso la modifica dell’articolo 81 il principio è stato introdotto nella Costituzione. Accanto alla consapevolezza del carattere arduo e impegnativo delle decisioni che stiamo prendendo, c’è la ferma convinzione che esse perseguono il giusto interesse del paese, sempre più intrecciato con l’interesse dell’Europa. È infatti interesse primario dell’Italia uscire dalla lunga stagione della crescita del debito, chiudere il capitolo degli impegni nel campo della disciplina fiscale, per aprire quello del rilancio della crescita economica e della ripresa dell’occupazione.
Dopo il fiscal compact serve il growth compact, il patto per la crescita, del quale sono state gettate le fondamenta nell’ultimo Consiglio europeo, nel quale l’Italia ha potuto giocare un ruolo da protagonista non solo per l’autorevolezza del governo, ma proprio perché poteva presentarsi con le carte in regola sul terreno del rigore e della disciplina fiscale. Del resto, come il presidente Monti ama ripetere, disciplina fiscale, crescita economica ed equità sociale sono componenti della stessa politica, una sola politica, perché non c’è possibilità di scegliere l’una senza le altre. E ciò che tiene insieme questi tre aspetti è la parola “riforme”. Per risanare la finanza pubblica, per tornare a crescere, per ricomporre le gravi disuguaglianze che la affliggono, l’Italia deve cambiare: lo stato, la pubblica amministrazione, il mercato, il sistema produttivo, il rapporto tra politica e società.
Alcuni colleghi senatori hanno opportunamente sollevato la questione di legittimazione democratica di queste decisioni e per questo ho presentato emendamenti per evitare la possibilità di approvazione addirittura monocamerale dei trattati. Però sul piano politico abbiamo fatto di più e meglio dei tedeschi: abbiamo costituzionalizzato queste nostre impegnative decisioni con la riforma dell’articolo 81, abbiamo ratificato questo trattato con una maggioranza ben oltre i due terzi e per prendere decisioni così impegnative abbiamo dato vita addirittura ad un governo dei due terzi, al governo Monti, che è per l’appunto la manifestazione della comune consapevolezza maturata anche grazie alla moral suasion del presidente della repubblica.
I colleghi della Lega hanno invocato un referendum popolare per non lasciare le decisioni su nodi così impegnativi a quelli che loro chiamano i “burocrati di Bruxelles”. La questione è fondata, ma è anche mal posta. Nel Consiglio europeo non ci sono i burocrati, ma i capi di governo dei 27 paesi europei.
Dunque la politica è presente, ma nella forma delle 27 politiche nazionali dei paesi europei. Manca invece la politica europea e quindi la democrazia europea. Noi chiediamo al governo di raccogliere la sfida e di schierare l’Italia tra i paesi che chiedono un salto in avanti verso l’Europa politica, verso la federazione e verso gli Stati Uniti d’Europa che hanno già il loro parlamento ma non hanno ancora, e devono darsi, un governo e un presidente eletti direttamente dai cittadini europei.

Giorgio Tonini

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