Keynesiani (ac)ca…ttoni.


Le risorse immaginarie

M a quanti medici pietosi si affollano intorno al capezzale dell’Italia. La vedono emaciata, e se la prendono con le cure troppo aggressive. La trovano pallida, e vorrebbero ovviare con un po’ di belletto. La scoprono sofferente, e propongono un forte analgesico. Sembrano tutti far finta di non sapere che la paziente sta lottando per la vita o per la morte: dopo il grave infarto di otto mesi fa non si è ripresa, e la prognosi resta riservata. Certo che le cure la debilitano , certo che è spossata e soffre, e fa male a tutti vederla così; ma interrompere la terapia può provocare un nuovo e fatale infarto. Non a caso i più pietosi suggeriscono una dolce morte: staccare la macchina che ci tiene legati all’euro e consegnarsi all’oblio.

Fuor di metafora, è diventato di moda condannare l’austerità e suggerire alternative keynesiane: iniezioni di denaro pubblico per battere la recessione. Ma mentre da noi le si invoca, in Germania sono convinti che l’Italia di oggi sia proprio il frutto di un lungo ciclo di politiche keynesiane. E in effetti è legittimo pensarlo di un Paese che ha accumulato la bellezza di duemila miliardi di euro di debiti. Si è trattato, a dire il vero, di una versione più casereccia del tax and spending dei socialismi scandinavi. Anche perché, duemila miliardi di debiti dopo, noi abbiamo ancora otto milioni di poveri e crescenti ineguaglianze. Alte tasse e alta spesa pubblica non hanno prodotto da noi la coesione sociale svedese o il tasso di occupazione danese. E, se è per questo, nemmeno l’innovazione tecnologica finlandese, l’assistenza sanitaria francese o l’industria tedesca. Quei duemila miliardi sono stati solo la risposta affannosa di una classe politica provinciale all’emergere della globalizzazione: altri risolsero con una Thatcher, noi indebitandoci.

Eppure i medici pietosi accusano il «neoliberismo selvaggio» per questi disastrosi vent’anni. Non è chiaro a quali selvaggi si riferiscano. Ai governi di Ciampi e di Prodi, al colbertista Tremonti? A un centrodestra che, caso unico in Europa, è riuscito a far crescere spesa pubblica e tassazione? Ma ammettiamo per un attimo che abbiano ragione, e che dai vizi conclamati del mercato si debba passare alle virtù della mano pubblica: con quali soldi? Dove intendono attingere le ingenti risorse che servono (perché uno stimolo keynesiano o è ingente o non è)?

Poiché in cassa non c’è un euro, e poiché non possiamo battere moneta per inflazionare il nostro debito, si presume che i keynesiani di ritorno pensino a un ricorso ai mercati. Vorrebbero cioè curare il debito con altro debito. Ai tassi di interesse attuali? Consegnando ai vituperati mercati una sovranità ancora maggiore sulle nostre scelte economiche? Perfino per fare una politica keynesiana bisognerebbe prima convincere i mercati che si possono fidare di noi, e prestarci soldi a bassi tassi. L’austerità di oggi è dunque la precondizione di qualsiasi politica di domani, anche di quella più illusoriamente espansiva.

I nostri medici pietosi, che si commuovono come coccodrilli davanti al capezzale dove hanno portato l’Italia, erano convinti di avercela fatta a scaricare i loro debiti sui nostri figli. Si capisce che ce l’abbiano con la Germania, che non glielo consente.

Antonio Polito

Corriere della Sera

18 luglio 2012 |

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