Diritto pubblico ed altre discipline


Intervento per l’incontro di studi “L’insegnamento del diritto pubblico e costituzionale nelle facoltà di Scienze Politiche”, Mercoledì 18 luglio, Palazzo del Quirinale
Stefano Ceccanti
Tavola rotonda su “Il rapporto con le altre discipline”
Premessa
In un breve intervento da tavola rotonda si possono solo dare brevi suggestioni non organiche che derivano in larga parte dall’esperienza di chi ha prima studiato e poi operato da docente solo in Facoltà di Scienze Politiche, apprezzando come il rischio di Babele tra diverse discipline possa divenire una sorte di Pentecoste in cui, com’è noto, l’esperienza spirituale era data non da un linguaggio ridotto ad uno ma dal capirsi parlando lingue diverse.
Mi limiterei alle tre seguenti: rapporto con le discipline storiche, con quelle politologiche, con quelle sociologiche ed economiche, prestando un’attenzione particolare alle trasizioni costituzionali odierne.
1. La storia per capire il rapporto con ciò che vi era prima e per comprendere l’imprinting costituzionale
In primo luogo l’importanza del rapporto con le discipline storiche presenta un duplice profilo.
Anzitutto i testi costituzionali sono incomprensibili nella loro genesi e nel loro sviluppo senza far riferimento a ciò che viene prima del testo e che si vuole, tramite il ricorso al diritto:
a) in caso di esperienza positiva perpetuare in modo stabile e solenne formalizzando quanto già si pratica (ad esempio la Costituzione svedese del 1975 e quella svizzera del 2000);
b) nel caso opposto evitare a tutti i costi con la predisposizione di opportuni rimedi, sempre che si rivelino davvero efficaci (è il caso dei rapporti tra leggi costituzionali della III Repubblica francese, Costituzione della Quarta e della Quinta Repubblica);
c) in casi internedi, di praticare tentativi di razionalizzazione che distinguano ciò che si è rivelato efficace da ciò che invece si è mostrato caduco o, ancora, di ciò che si è potuto risolvere in un momento e ciò invece che è stato rimandato a momenti diversi. In quest’ultima chiave, ad esempio, potrebbe (ma anche dovrebbe) essere affrontata la revisione di alcuni specifici aspetti della Seconda Parte della Costituzione, secondo quanto ebbe a dichiarare il Presidente Napolitano qualche mese prima della sua elezione, nel febbraio 2006, parlando proprio nella nostra Facoltà, nella lectio magistralis al master di Istituzioni parlamentari europee del fatto che i Costituenti videro lucidamente tutti i problemi, ma che nel contempo non li poterono risolvere. Una chiave di lettura che può portare certo a soluzioni diverse nel merito ma che, se accolta, tende ad escludere sia una lettura astorica e inutilmente apologetica delle specifiche soluzioni di allora sia i miti palingenetici di riscritture totali.
Ma poi, ancor più, i testi costituzionali sono entro certi limiti, soprattutto in relazione alla forma di governo, a molteplici virtualità, come ricordava Leopoldo Elia: molte di queste virtualità non sono sempre aperte, ma si riducono nella fase iniziale di applicazione, in quello che è stato chiamato l’imprinting costituzionale, in cui le accumulazioni di consuetudini, convenzioni, prassi, precedenti, è poi sapientemente ricostruita dalle discipline storiche anche in relazione alle vicende complessive dell’ordinamento interno e dei fattori esterni che incidono su di esso e che ne accompagnano il primo sviluppo oltre che la nascita. Come ha scritto Carré de Malberg “La portata di una legge, costituzionale o un’altra, non si giudica sulla base di ciò che i suoi autori hanno voluto o creduto di fare, ma dopo ciò che essi l’abbiano effettivamente fatto”.
2. Il rapporto con le discipline politologiche: la necessaria comprensione dei soggetti politici e istituzionali e dei loro margini di interpretazione
La questione dell’imprinting si estende dalle discipline storiche a quelle più propriamente politologiche, dalla scienza della politica alla politica comparata, che ci danno una lettura dei soggetti politici e istituzionali che operano nell’ordinamento, delle regolarità nel loro operare che portano il testo, dentro i binari della Costituzione, ad essere interpretato in quella inevitabile gamma di oscillazioni di cui parla Elia. Solo per fare alcuni esempi le statistiche sul grado speculare o selettivo nell’uso delle formule elettorali, quelle sulla composizione partitica dei Governi, le chiavi ricostruttive sui modelli di partito e sulle tipologie di candidature alle varie elezioni o cariche istituzionali, le diverse modalità di formazione dei Governi a seconda delle varie tipologie di coalizione, pur partendo da linguaggi diversi, non possono essere estranee all’insegnamento del diritto pubblico se quest’ultimo vuole effettivamente comprendere la realtà senza con ciò rinunciare all’intento di darle regole entro cui scorrere ordinatamente. Per giuridicizzare la politica non si può non conoscere la politica, a partire dalle capacità degli attori di interpretare le norme.
Come ricorda Pierre Avril all’inizio del suo volume su “Le convenzioni costituzionali. Norme non scritte del diritto politico”, al membro della Convenzione Daunou che nella seduta del 29 messidoro dell’anno III dichiarava solennemente “La Costituzione, tutta la Costituzione, nient’altro che la Costituzione” Benjamin Constant replicava puntualmente “La Costituzione, tutta la Costituzione e tutto ciò che è necessario per far funzionare la Costituzione, soltanto ciò è sensato”. Avril conclude che questa scelta metodologica “si espone al rischio di eclettismo, ma il fenomeno costituzionale lo impone nella misura in cui non è riducibile nè al solo diritto né alla sola politica. Il diritto costituzionale soffre di emiplegia se si isola dalla scienza politica. E reciprocamente.”
3. Il rapporto con le discipline sociologiche ed economiche nell’orizzonte della poliarchia
Fin qui le connessioni per così dire più scontate, specie per chi opera in facoltà di Scienze Politiche e attraverso la storia e la politologia conosce il fenomeno politico nella sua ampiezza.
Vi è però anche un necessario rapporto con le discipline sociologiche ed economiche, a cui apre soprattutto il fenomeno giuridico e politico di unificazione europea, su cui invece le resistenze possono essere maggiori perché qui non si tratta solo di evitare il rischio del vuoto formalismo ma anche di superare una visione monarchica del diritto e della politica. Fermo restando che in molti di questi processi il ruolo della politica e del diritto è ancora inferiore al dovuto, ma di una politca e di un diritto posti su un livello adeguato alla effettiva soluzione dei problemi, qui invece emergono resistenze regressive ancorate a forme di primato della politica a livello nazionale, con cui viene erroneamente identificata la prospettiva costituzionale, come sono emerse ad esempio in molte critiche dottrinali alla più recente revisione costituzionale, alla legge costituzionale 1/2012 sul pareggio strutturale di bilancio. Un caso in cui, invece, la politica ha dimostrato un grado di vicinanza ai processi superiore a quella di molta dottrina, ferma a letture datate e restrittive dello stesso articolo 11 (quasi che gli autori del testo costituzionale non fossero in larga parte coloro che hanno costruito l’Unione europea e l’alleanza Atlantica) e del più recente articolo 118 novellato con la legge costituzionale 3/2001.
Concretamente, nell’attuale periodo storico, nelle democrazie consolidate, sostenere una visione poliarchica, sulla scorta dei lavori, tra gli altri, di Robert Dahl, Michele Salvati, Sergio Fabbrini, significa dare strumenti di lettura anche negli insegnamenti di diritto pubblico per:
concepire la valorizzazione del principio di responsabilità in modi diversi a seconda del concreto sottosistema di riferimento: in quello politico-istituzionale la responsabilità elettorale di rappresentanti e governanti e il principio di sussidiarietà verticale, in modo che l’unità dei sistemi non significhi uniformità, soprattutto degli strumenti adottati;
nei rapporti tra i diversi sottosistemi sottolineare il valore del principio di sussidiarietà orizzontale e l’intervento sussidiario delle istituzioni soprattutto in termini di regolazione più che di gestione diretta; l’eventuale gestione diretta del pubblico deve essere per quanto possibile in concorrenza e non in regime di monopolio, uno sviluppo in cui è decisiva la spinta dell’Unione europea; la stessa produzione del diritto si sottrae progressivamente e inesorabilmente al monopolio statale riportando il diritto nella società;
nei rapporti tra sottosistema politico e religioso, un tema altamente strategico oggi anche rispetto a molte transizioni costituzionali aperte a noi vicine, sottolineare al tempo stesso l’incompetenza religiosa dello Stato e l’apertura alle diverse istanze delle persone e delle comunità in termini di scelte personali e di contributo al dibattito pubblico secondo impostazioni presenti, ad esempio, in modi diversi nei lavori di Luca Diotallevi e Olivier Roy.
4. Una conclusione: il “programma” dei costituzionalisti per l’espansione dell’immunità dalla coercizione
Quest’ultima affermazione ci può condurre a una conclusione più generale in cui il rapporto con le altre discipline diventa oggi anche il rapporto con la possibile, anche se non scontata e non immediatamente piena o conforme ai nostri modelli, estensione globale del costituzionalismo come limite al potere, come immunità dalla coercizione. Penso che possa valere per tutti, come ideale programma di un costituzionalismo che comprende la politica non solo a livello dello Stato nazione, ciò che un costituzionalista sui generis, il padre Courtnay Murray, riuscì a imprimere nell’apertura della Dichiarazione del concilio vaticano II “Dignitatis Humanae” sulla libertà religiosa:
“Nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive. Parimenti, gli stessi esseri umani postulano una giuridica delimitazione del potere delle autorità pubbliche, affinché non siano troppo circoscritti i confini alla onesta libertà, tanto delle singole persone, quanto delle associazioni.”

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