Debiti, finanza, Welfare.Lezioni con Caffè?


di Roberta Carlini

E tu, quanto hai guadagnato l’anno scorso? 500mila, 750mila, 1 milione, 28 milioni di dollari? La domanda ossessiva, via via più petulante, viene rivolta a chiunque gli capiti a tiro dal più giovane dei broker protagonisti di “Margin Call”, film sul capitalismo finanziario che più di un trattato di economia mostra e spiega cosa sta succedendo. La cifra dei guadagni cresce, salendo di grado negli incontri di una notte concitata per la scoperta di un’enorme falla nei conti della banca d’affari in cui il broker ragazzino lavora, ed entrando sempre più nel cuore della Società che sta per far precipitare sul mercato “una montagna di escrementi”. E cresce il terrore, l’adrenalina, l’azzardo, il cinismo dei dialoghi, sotto la quinta teatrale di un grattacielo di Wall Street. “Ci sono 8 trilioni di cartacce in giro per il mondo” basate su una catena di numeri sbagliata. “Stai vendendo qualcosa che sai che non vale niente”. “Qualcuno ci guadagnerà sempre”. “Non c’è scelta”. “Sono soldi, solamente soldi”. Il film è di oggi, quarto anno della Grande crisi, ed esce mentre sui giornali si legge dell’allarme per una montagna di derivati tossici, in giro per il mondo, che valgono 9 volte il prodotto lordo globale.

E’ del 1971 invece uno scritto nel quale si constatava “la persistenza evidente, nell’ambito delle strutture finanziario-borsistiche, di un capitalismo aggressivo e violento, che non sembra avere nulla in comune con lo ‘spirito di responsabilità pubblica’ rilevabile come componente di una moderna strategia oligopolistica nell’ambito dell’attività produttiva industriale”. L’autore di queste parole è Federico Caffè, al quale oggi la sua scuola – quella comunità di colleghi e allievi ed eredi, raccolta attorno alla facoltà di Economia della Sapienza – dedica una giornata di studi e discussione, nel venticinquennale della scomparsa (il programma nell’allegato allo scritto di Caffè ripubblicato qui). E le parole appena citate, ripubblicate in varie raccolte, sono anche in una piccola selezione ragionata dei suoi scritti che oggi sarà distribuita ai presenti, le “Gocce di Caffè”. Chissà che qualche goccia non macchi irriverentemente i completi scuri di alcuni dei partecipanti, tra i quali due degli allievi più famosi di Caffè: Ignazio Visco, attuale governatore della Banca d’Italia; e Mario Draghi, attuale governatore della Bce. L’uno, alla guida dell’istituto italiano con i suoi residui poteri monetari limitati, ma ancora depositario di una certa moral suasion per chi fa la politica economica (oltre che del compito, non da poco di questi tempi, di vigilare sulle banche italiane); l’altro, passato da un set (reale) molto simile a quello di “Margin call” (la Goldman Sachs), agli organismi che hanno invano tentato una stabilizzazione della finanza, fino al vertice del monumento all’ortodossia monetarista europea, la Banca centrale: cuore e motore della ricetta dell’austerità, e adesso del nuovo mantra “austerità più crescita”. Sarà proprio Draghi a tenere quest’anno la “lezione Caffè”, e la dedicherà a “Politica economica, crescita e welfare: un percorso per l’Europa”. Fin troppo facile vedere affinità e divergenze tra le lezioni di Caffè e le lezioni di oggi. Basta qualche citazione, da quelle che più che “Gocce” sembrano pillole salvavita: se prese, però. Le posate invettive contro i “praticoni pittoreschi della finanza” (pubblicate sul manifesto nel luglio 1981 e ricordate anche sul Corriere della Sera di domenica 20 maggio da Massimo Mucchetti, che oggi aprirà uno dei dibattiti): pittoreschi non solo per le contrattazioni convulse, gli espedienti per adescare i risparmiatori, le vicissitudini delle turbinose crisi (qui Caffè cita Kindleberger, non un film…), ma soprattutto per “la considerazione sentenziosa della borsa come espressione tipica di un ‘mercato’ il più vicino all’idea concorrenziale e che, in quanto tale, concorrerebbe alla allocazione efficiente delle risorse finanziarie”. La sconfortata denuncia del conformismo dell’informazione, “con riguardo particolare a quella economica”. Il disvelamento sull’esistenza di una ‘mano invisibile’ ben diversa da quella di Smith: “L’operare quotidiano di borsa, a prima vista, sembra identificarsi con il meccanismo automatico delle forze di domanda e offerta ma, in realtà, le cose stanno in modo diverso. Il meccanismo automatico non è lasciato a se stesso; c’è un uomo nascosto nel meccanismo e che in effetti lo fa muovere. Poiché questa è, in essenza, una delle funzioni principali di chi opera come specialista nel mercato di borsa’ (1971). Le denunce contro “gli incappucciati” del mercato (1982). La “vacua banalità” di “affermazioni predicatorie, intese a reiterare l’invito a ‘mettere la casa in ordine’, ‘a non vivere al di là dei propri mezzi’”, propinate per invitare i lavoratori a un “patto sociale” senza però mettere sul piatto una contropartita per il mondo del lavoro (siamo nell’Italia del 1974, non nella Grecia del 2012, e Caffè parla di patrimoniale, nazionalizzazioni, integrazione dei redditi minimi). La corrosiva critica alle ricette (di allora) del Fondo monetario in tema di pensioni, nella quale si ricorda “l’alternativa delle pertiche”, ossia il modo che in una tribù africana avevano per mantenere il loro sistema di sostegno alle famiglie colpite da disgrazie o infortuni: “Un sistema di ‘ripartizione’, diremmo utilizzando le nostre categorie, di cui è condizione essenziale una situazione di stabilità demografica. Per conseguirla le persone anziane divenute incapaci di dare ogni pur minimo contributo alla comunità venivano portate sulla riva di un fiume profondo e spinte dolcemente ma inflessibilmente, con lunghe pertiche, verso il punto di non ritorno”. (1986). E inoltre, i capisaldi del pensiero di Caffè: la difesa del welfare state come fonte di progresso, per la società e per l’economia; il solco del pensiero keynesiano nel quale “non vi è soltanto un apparato di analisi, un insieme di suggerimenti per la politica economica (adattabili nel tempo e che Keynes stesso modificò al delinearsi della seconda guerra mondiale), ma una visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale” (1986).

Riprendiamo la specificazione che Caffè aveva messo tra parentesi: “adattabili nel tempo”. Cioè all’oggi, di un’Europa che ripudia in Costituzione Keynes, e soprattutto, ove anche lo riprendesse come da oltreoceano le consigliano di fare, si troverebbe nella difficoltà di attuare un keynesismo senza Stato; e all’oggi di Margin Call, della finanza ancora più incontrollata, potente e potenzialmente letale: la “peste quasi incurabile”, di cui ha parlato Guido Rossi sul Sole 24 ore (Il grande assente al casinò della finanza”, 13 maggio 2012), affermando con una nettezza sconosciuta a molti altri commentatori ed economisti finti progressisti che “preliminare a ogni programma di crescita è una seria riforma del capitalismo finanziario, così come fece il New Deal dopo la grande depressione del 1929”. Subito dopo, scrive sempre Guido Rossi, sarà il caso di dire apertamente che non si dà “coincidenza degli opposti”, come fa “la teologia degli economisti che ben tollera i paradossi” e che “va ora coniugando austerità e crescita”. Ma cose si fa a tenere insieme tagli colossali di spesa e promesse di sviluppo, a perseguire forti avanzi primari in fase di recessione senza aggravare le recessione stessa, a mettere insieme nella pratica, rigore e sviluppo? Un blogger con una certa popolarità, che si fa chiamare ‘Bimbo alieno’ e si occupa seriamente di finanza, l’ha messa giù così, commentando il recente G8: “”promuovere la crescita, ridurre il debito” più o meno come: “Riproducetevi! E mi raccomando: usate i preservativi””. E’ quel che va di moda ai piani alti delle istituzioni europee, ovunque essi siano; è quel che proverà a spiegare oggi, dalla cattedra di Caffè, Mario Draghi.

(“Il Manifesto”, 24 maggio 2012)

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