da Europa del 30 giugno


Referendum, ecco perché sì
Con toni un po’ sproporzionati quasi da scomunica Enzo Balboni ci segnala su Europa la sua personale e legittima opinione contro la nostra proposta di referendum che esplicita quanto proposto dal gruppo Pd senato per trovare una soluzione alla rottura sulle riforme valorizzando il ruolo dei cittadini.
Proposta che nel frattempo ha ricevuto l’adesione di oltre trenta senatori e il consenso di altri costituzionalisti come Augusto Barbera e Carlo Fusaro.
Anzitutto, in termini pregiudiziali, Balboni tende a vedere nel possibile ricorso agli elettori una forma di avventurismo, quando questa repubblica nacque anche da un referendum popolare tra Monarchia e Repubblica e quando il vero avventurismo ci sembra in realtà consista oggi nella difesa di uno status quo inconcludente. La citazione dei padri della Costituzione che osarono innovare con coraggio e non rimasero fermi allo Statuto Albertino non può essere usata come alibi per il conservatorismo. Sono dei talenti da spendere, non da nascondere sotto terra.
Sul piano del metodo, Balboni contesta che il referendum ipotizzato sia una deroga al 138. Senza dubbio lo è, ma la situazione di stallo non richiede anche il coraggio di strumenti innovativi? Balboni dovrebbe saperlo bene giacché, se ricordiamo correttamente, partecipò in prima persona attivamente al cosiddetto tavolo Martinazzoli istituito dal governo nel 1991 esattamente allo scopo di individuare varie deroghe possibili al 138, comprese alcune modalità di referendum, anche più ardite della nostra. Ciò che si esaminava laicamente ieri non può diventare credibilmente oggetto di scomunica oggi. Contesta poi il nostro riferimento al precedente francese del 1945 (che abbiamo proposto perché la struttura dei due quesiti è analoga) in quanto segnala che quel referendum affidava al popolo una decisione diretta e non solo un indirizzo.
Vero, ma ciò significa che la nostra proposta è più moderata di quella e quindi poco tacciabile di avventurismo. Dove sta il più sta anche il meno. Ancora sul metodo, Balboni ci chiede perché non è stata proposta la forma americana e qui la risposta è semplice: finora nel dibattito italiano e più in generale nelle soluzioni adottate nei paesi europei nessuno, tranne qualche boutade, ha ritenuto di proporre seriamente l’eliminazione del rapporto fiduciario perché renderebbe più problematica la governabilità.
Posizione pressoché unanime tra gli studiosi delle forme di governo. Se Balboni vuole rompere questo consenso in modo anticonformista non lo accuseremo di avventurismo, ci limiteremo a dissentire laicamente.
Seguono poi alcune critiche accessorie di tipo tecnico sulla formulazione dei quesiti che dovrebbero essere più precisi. Critiche che sarebbero anche accettabili in sé, come quella di drafting su una versione precedente del progetto, ma che collidono con l’altra osservazione secondo la quale si vincolerebbe troppo il lavoro successivo del parlamento. Delle due l’una: o quesiti più dettagliati o più margini per il parlamento.
Comunque non ci sembra il caso di essere contenti se calerà anche in questa legislatura il sipario su riforme promesse e non attuate: le situazioni incancrenite si prestano meno a strumenti e soluzioni razionali e preparano la democrazia a rischi assai gravi. Sarebbe dunque opportuno evitare letture pregiudiziali rispetto a iniziative di parlamentari che esercitano oggi la propria responsabilità.
Stefano Ceccanti e Vannino Chiti

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