Appello per il semipresidenzialismo. Il testo


Oggi guardare l’Italia è un dolore: non riusciamo a credere che un paese così carico di storia e pieno di energie sia mortificato nel suo orgoglio, sfigurato nelle sue speranze, rassegnato al suo destino. In queste ore nelle quali la crisi mondiale scuote le basi politiche ed economiche dell’Europa, il nostro paese si trova esposto a una situazione ancora più drammatica.

La voragine del debito ereditato dalla Prima Repubblica e l’assenza di quelle radicali riforme di struttura che negli ultimi venti anni avrebbero potuto determinare una svolta virtuosa ci consegnano un sistema politico che è un cumulo di macerie. Le convulsioni in cui esso si dibatte mostrano ogni giorno la sua difficoltà a reagire se non con espedienti tanto occasionali quanto visibilmente tardivi e inadeguati.

La protesta si esprime ormai palesemente in tutte le forme che riesce a trovare: nell’astensione e nel voto rivolto ai movimenti più radicali. Essa ha certamente le sue buone ragioni e non si esprime necessariamente solo nelle forme di una carica distruttiva, però è insufficiente. Allude spesso a soluzioni palingenetiche e semplificate, che non sono purtroppo credibili in un paese i cui mali vengono da così lontano.

L’indignazione dunque non basta, come non basta l’astensione, la rassegnazione o la rabbia. Questo non significa che non ci sia nulla da fare. Noi siamo convinti che l’Italia non sia figlia di un dio minore, che i suoi problemi non derivino da una condanna della storia o del destino.

Noi siamo convinti che i problemi dell’Italia affondino le proprie radici nella presenza di istituzioni fatiscenti e ormai inadeguate a sostenere le necessità di una grande democrazia.

Siamo convinti che i problemi dell’Italia dipendano dall’assenza di meccanismi di competizione e ricambio, dal dilagare delle logiche della cooptazione, dal proliferare delle rendite che paralizzano con i propri veti la politica, la società e lo Stato. Le nostre istituzioni sono deboli, barocche, impotenti. Difettano di stabili strumenti di governo. Sono state pensate così nel clima che preparava la guerra fredda e contando su una centralità dei partiti ideologici che oggi non esiste più da nessuna parte nel mondo.

Nelle democrazie contemporanee la centralità è attribuita alle istituzioni e alle persone che le guidano e che si assumono di fronte ai cittadini la responsabilità di governare. I partiti, se non vogliono essere aggregazioni irresponsabili di apparati di potere e di professionisti della politica senza mestiere, debbono essere strumenti e non fini, mezzi di servizio e non padroni irresponsabili della vita pubblica.

L’idea che per far funzionare la democrazia basti scegliere un partito che poi farà per noi è inaccettabile nell’italia di oggi e non appartiene alla cultura dei cittadini, i quali voglio scegliere le persone, i governi e i vertici delle istituzioni, come avviene a livello locale e regionale.

Se continua così l’Italia rischia l’ingovernabilità e il caos. Al caos crediamo vada contrapposta la responsabilità, all’ingovernabilità la scelta diretta e popolare di chi deve guidare il Paese, il singolo parlamentare e chi è posto al vertice dello Stato.

Oggi è possibile un accordo virtuoso tra i riformisti di questo paese; un accordo che preveda la disponibilità di ciascuno ad accogliere le ragioni dell’altro. Il Pdl ha lanciato una proposta: presidenzialismo alla francese con elezione delle camere con doppio turno di collegio.

Ricordiamo che quando questo modello fu adottato oltralpe, in condizioni di ingovernabilità molto simili a quelle attuali del nostro paese, la Francia era considerato il grande “malato d’Europa”. Oggi il grande malato d’Europa è l’Italia.

Il Partito democratico da tempo sostiene il sistema elettorale a doppio turno, per il quale si rende oggi disponibile anche il partito di Angelino Alfano. Inoltre sappiamo che all’interno del PD non sono poche le voci responsabili di quanti hanno compreso l¹importanza dell’elezione diretta di un presidente governante.

Gianfranco Fini ha recuperato il suo antico cavallo di battaglia ed espresso il sostegno al modello francese, chiedendo ai suoi senatori di sottoscrivere gli emendamenti del Pdl.

L’accordo virtuoso può essere dunque raggiunto, i tempi tecnici ci sono e pare che la volontà politica stia prendendo forma.

Le forze politiche hanno ormai solo quest’ultima possibilità, è a loro che ci appelliamo, consapevoli della gravità del momento: questa è l’ultima chiamata. Le prossime elezioni saranno uno spartiacque.

Se quelle forze saranno in grado di essere all’altezza del momento storico e di cogliere questa occasione, potranno riscattarsi agli occhi dei cittadini e avviare finalmente una nuova stagione con un sistema di governo rinnovato, altrimenti verranno definitivamente travolte dall’indignazione e si aprirà una fase ancora più cupa, in cui ogni sbocco è possibile. E’ in gioco il futuro della nostra democrazia.

-Per adesioni all’appello scrivete a (Enable Javascript to see the email address)

Alessandro Campi, Francesco Clementi, Carlo Fusaro, Giovanni Guzzetta, Ida Nicotra, Andrea Romano, Giulio Salerno, Sofia Ventura

Alessandro Campi, Università di Perugia e direttore dell’Istituto di Politica

Francesco Clementi, Università di Perugia

Carlo Fusaro, Università di Firenze

Giovanni Guzzetta, Università di Roma Tor Vergata

Ida Nicotra, Università di Catania

Andrea Romano, Università di Roma Tor Vergata

Giulio Salerno, Università di Macerata

Sofia Ventura, Università di Bologna

1 Comment

  1. nino labate ha detto:

    Carissimi, di qualcuno di voi sono amico. Stimo molto il vostro impegno di intellettuali. E comprendo la “filosofia politica” e le buone ragioni che vi spingono a firmare un appello come il vostro. Dal quale tuttavia prendo le distanze, allegandovi un mio appunto, perchè tale vuole essere, che potrebbe essere titolato:
    “PERCHE’ DIRE NO AL SEMIPRESIDENZIALISMO”!
    Un cordiale saluto
    Nino Labate

    EUROPA
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    15 giugno 2012
    Semipresidenzialismo da rimandare

    Cari amici cattolici democratici, ho seguito il dibattito che ha fatto seguito all’emendamento Berlusconi sul semipresidenzialismo. Giocato a poker senza ritegno contro la nuova legge elettorale. I limiti del Porcellum sono noti. Non c’è stata migliore definizione: una vera “porcata”. E confido in una sua urgente modifica assieme al pacchetto di riforme già in cantiere. Ma con poche speranze dal momento che in cambio è stato irresponsabilmente richiesto il gollismo francese. Su cui, presumo, la stragrande maggioranza di italiani e una parte dei cattolici sono contrari.
    La domanda è la seguente: è questo il parlamento gregario che eventualmente dovrebbe essere chiamato ad approvare la riforma costituzionale e con essa la Terza repubblica? Il dibattito che ha fatto seguito, anche nella recente direzione del Pd, mi ha rincuorato: «I tempi sono lunghi… pensiamo alla legge elettorale». Avrei però preferito che si entrasse nel merito. Consapevoli infatti che si tratta di una riforma che segnerà il futuro della democrazia italiana la cui visibile crisi non rimanda necessariamente al cesarismo. Con le appartenenze ormai preda delle emozioni, e con una società educata per venti anni a curare il proprio orticello e il proprio edonismo, questo emendamento, pur mascherato di governabilità, potrà anche in seguito nascondere qualche tentazione autoritaria. Esagerazione? Può darsi. Benché la nostra cultura cattolico democratica di provenienza, rigetta qualunque forma di centralismo politico e istituzionale, privilegia la collegialità al posto del decisionismo solitario e la coscienza politica al posto della scienza politica, sono però in buona compagnia quando chiedo chiarimenti sui contrappesi, a partire dal parlamento e arrivando alla corte costituzionale, prima di affidare le redini del paese a un “capo-cocchiere” eletto dal 50% degli elettori e col 30% di consensi.
    La vulgata storiografica del pensiero politico cattolico non ha mai concesso molto al suo riformismo. Molto di più al conservatorismo o al moderatismo. Quest’ultimo tornato di moda senza essere ben definito, proprio quando i ceti medi e la borghesia prendono l’ascensore in discesa. Sapete che non è stato così. Lo stesso “bolscevico” Dossetti era convinto che la Costituzione potesse essere «suscettibile di singole modificazioni o completamenti omogenei». Ma mai stravolta, o cambiata tout court, come pretendevano alcuni “saggi” riuniti in una baita del Cadore. Dossetti cercava garanzie. Garanzie che deve fornire un parlamento forte, in grado di bilanciare l’elezione diretta del presidente.
    Osservo allora che sugli equilibri tra i poteri canonici della nostra democrazia costituzionale, e sui contrappesi necessari per controllare un esecutivo forte, se ne è parlato poco. Si è parlato solo ( e molto) – specie a destra – dei poteri del presidente una volta eletto direttamente. Assente del tutto la funzione che potranno esercitare i cittadini governati da un presidente dotato di maggiori poteri. Dall’ultima bicamerale son trascorsi 15 anni. Un periodo di tempo i cui cambiamenti sono da paragonare a mezzo secolo di storia economica, sociale e culturale. Basti solo lo sviluppo del web e l’eurozona. Vi chiedo se a distanza di 15 anni vi sembra ragionevole pensare che un «uomo solo al comando» possa governare i cambiamenti di portata epocale che ci stanno di fronte.
    Il consociativismo non c’entra. C’entra invece che nessuna formula raffinata di calcolo infinitesimale è in grado di predire quello che succederà fra soli 5 anni. Mentre al momento noi continuiamo a divertirci con il supermercato delle liste civiche – parodia del pluralismo – e con quei nuovisti del nichilismo antipolitico, della “fine della storia” e delle esperienze umane da rottamare. Tenete duro. Rimandate. Ci saranno tempi migliori per il semipresidenzialismo. Ma oggi concentratevi solo sulla legge elettorale.
    Questo è il tempo di riflettere molto prima di compiere qualunque scelta.

    Culturalmente dispersi e frammentati nel paese, nelle città e nelle parrocchie; nell’associazionismo minuto e in quello storico; nelle tante fondazioni e centri di studio, nei movimenti più o meno laici e in quelli più o meno cattolici, ci siamo illusi che questa sia la vera ricchezza del cattolicesimo democratico. Storicizzato il politico, sapete che se ciò rimane vero per il sociale, è falso per il culturale.
    Le “mille isole felici” autoreferenziali, conducono infatti alla dispersione di intelligenze e risorse. Alle divaricazioni della ricerca. Mentre invece questo è tempo di studio, collegiale e alla pari, come suggeriva Zaccagnini. Senza nostalgie di un passato politico unito, irripetibile. Perché a questo cattolicesimo culturale l’attende un solo compito: filtrare la nobile tradizione di pensiero e prendere ciò che di buono è rimasto del rapporto fedepolitica, per consegnarlo con umiltà e senza dogmatismi alla democrazia del paese.
    I media non ne hanno parlato, ma appena un paio di settimane fa un gruppo di 25 associazioni di cattolici democratici riuniti a Roma alla Domus Pacis attorno al nascente portale C3 dem, ha fatto propria la lezione di Lazzati sulla “condizione preliminare” dell’agire politico per i cristiani laici. Che «è quella del pensare». E ci stanno provando. Speriamo solo che anche in questa lodevole iniziativa non ci sia voglia di leadership e che nessuno voglia esercitare egemonia. Anche perché non hanno in testa nessun partito, nessuna lista civica e nessuna corrente. Ma proprio per questo non dovrebbero essere lasciati soli. A partire dalla riforma costituzionale da cui hanno preso le distanze.
    Nino Labate

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