Hollande e il riformismo da Governo-ponte uscito su www.qdrmagazine.it


di Stefano Ceccanti

Maurice Duverger amava un paragone: il sistema francese è come una piramide che spinge a concentrarsi sul vertice, ma conta molto di più la solidità della sua base, una significativa maggioranza di deputati sulla base della quale il Presidente può imprimere il suo indirizzo politico. Per questa ragione i Presidenti neo-eletti con mandato settennale (come Mitterrand nel 1981 e nel 1988) scioglievano subito l’Assemblea per disporre almeno per cinque anni di una maggioranza stabile. Per questo, onde evitare l’illogica coabitazione, i mandati dal 2002 sono stati parificati a cinque anni, stabilizzando quel sistema di quattro turni elettorali ravvicinati.
In mezzo tra le due elezioni sta poi l’originale nomina di un Governo-ponte destinato a durare un solo mese: è la vetrina per il voto delle elezioni della Camera; il nucleo duro è destinato a rimanere tale anche nel Governo vero destinato a nascere dopo il quarto turno con qualche limitato aggiustamento (qualche ministro cacciato perché ha perso il collegio, qualche nuovo ingresso per allargamento della base politica). Con quale logica, allora, le forze politiche affrontano i quattro turni e il Governo-ponte?
All’inizio del percorso, prima del primo turno, sta l’esigenza di rassicurare l’elettorato di appartenenza e di battere gli avversari nel proprio campo, non di conquistare subito gli elettori mediani o di non spaventare quelli dell’area opposta. Avversari il cui numero è salito dopo la riforma del quinquennato: le forze, le aree politiche che non hanno un candidato nel primo turno presidenziale perderebbero qualsiasi visibilità in vista delle Legislative, si suiciderebbero. Per questo il primo turno presidenziale è una campagna dura dentro la sinistra e dentro la destra, in nome del voto utile: quello che mancò a Jospin nel 2002 e che portò al ballottaggio anomalo Chirac-Le Pen. E’ pertanto ovvio, per restare al nostro campo, che se c’è un momento di sfogatoio rétro questo sia esattamente il passaggio del primo turno delle Presidenziali. Senza esagerare, perché lo scarto del messaggio coi turni successivi non può essere brusco e totale, al primo turno il candidato fa però manutenzione del suo elettorato tradizionale. Hollande è perfettamente riuscito in questo compito: infatti il risultato meno scontato di quel passaggio è stato il ridimensionamento di Melenchon, del candidato gauchista. Teniamo per di più presente che in Francia l’egemonia socialista sulla sinistra si è stabilita solo negli anni ’70 e che, onde conquistarla contro i comunisti, il Ps (anche prima della Quinta Repubblica), pur essendo stato, a differenza del Psi, un partito marcatamente pro-occidentale nelle scelte sin dalla Guerra Fredda, quando si chiamava Sfio, ha sempre avuto un doppio linguaggio, più ideologico come intenti e più riformista nella prassi, proprio per conseguire quell’obiettivo.
Pagato quel tributo, quando il candidato socialista riesce a vincere, la vera prova è il ricentramento che si opera col Governo ponte. In tutti e tre i casi, Mitterrand nel 1981 e nel 1988 coi Governi Mauroy I e Rocard I, ed oggi Hollande, il Governo ponte è rigidamente delimitato alla sola sinistra riformista per evitare di preoccupare gli elettori mediani. Questi ultimi devono sapere sin da subito che le eventuali immissioni delle componenti di sinistra più tradizionale e/o massimalista, peraltro non scontate, sarebbero comunque marginali. Infatti nel Mauroy II ai comunisti (che avevano avuto più del 15% già alle Presidenziali e che arrivarono sopra tale soglia anche al primo turno delle Legislative) spettò come ministero di rilievo solo la Sanità, risultando poi confinati ai Trasporti, alla Funzione Pubblica e alla Formazione Professionale. E peraltro già nel Mauroy I, pur segnato da un programma di sinistra tradizionale, keynesismo e nazionalizzazioni, che poi avrebbe retto due anni, già l’Economia era presidiata dal pragmatico Delors (che avrebbe gestito la svolta successiva) e gli Interni dal moderato Defferre. Nel 1988 l’apertura alla sinistra più estrema neanche fu tentata, a causa di obiettive differenze programmatiche, ed invece vennero inseriti nell’esecutivo, sin da quello ponte, ministri centristi provenienti dall’Udf, anch’essi in posizione non decisiva. Rocard poté però contare, come i primi Ministri successivi, solo su una maggioranza relativa di 275 seggi su 577, restando all’opposizione non solo il centro-destra ma anche i 25 comunisti. Un problema rilevante, ma non insolubile, giacché era comunque difficile per le due diverse minoranze sommarsi nel voto.
Il Governo ponte di Hollande non solo ha escluso la componente esterna rétro, ma, tenendo conto che le Presidenziali sono state vinte non per uno spostamento a sinistra dell’elettorato (che non c’è stato) quanto per la divisione in tre tronconi degli avversari (Bayrou, Sarkozy e Le Pen), ha scelto Ayrault alla guida del Governo escludendo la più tradizionale Aubry e lo ha poi puntellato nei ruoli-chiave coi moderati Moscovici e Valls. Per di più Hollande ha di fatto spinto il Partito Socialista a non fare invece accordi sin dal primo turno con l’estrema sinistra persino dove nessun candidato di sinistra potrebbe arrivare al secondo turno. Il profilo complessivo deve essere coerente, da “forza tranquilla” (Mitterrand) e non provocare repulsione negli elettori mediani incerti e ancor meno in quelli di centro-destra, delusi dopo le Presidenziali e quindi potenziali astensionisti, se nessuno li spaventa.
Ora Hollande può pertanto puntare almeno a quota 289, la maggioranza assoluta autosufficiente, da realizzare insieme ai radicali di sinistra e ai verdi, le componenti omogenee con cui ha già composto il Governo ponte e con cui ha concordato le candidature sin dal primo turno. Quella soglia sdrammatizzerebbe anche l’eventuale ingresso, che sarebbe solo aggiuntivo e subalterno, come nel 1981, di una parte dei sostenitori di Melenchon. Le divisioni nel fronte opposto, che proseguono, potrebbero però portarlo realisticamente anche nei dintorni di quota 300: alle Legislative si può andare col 12,5% sugli aventi diritto, anche in più di due. In vari collegi il candidato ufficiale del centro-destra potrebbe ritrovarsi anche col lepenista o col seguace di Bayrou a sottrargli voti preziosi. Non saranno così tanti i casi annunciati sulla base del voto delle Presidenziali perché l’astensionismo nelle Legislative aumenta, ma saranno quantitativamente significativi.
Insomma, come nei decenni iniziali della V Repubblica, si vince soprattutto se non hai estremisti troppo forti ai tuoi confini; ieri toccava ai socialisti, circondati dal potente Pcf, oggi al centro-destra, insidiato da quel Fn che Sarkozy pensava di aver riassorbito. Se poi dal governo Hollande riuscisse a far funzionare quel riformismo che ha evidenziato in modo embrionale dopo il primo turno forse potrebbe anche stabilire un’egemonia più duratura in positivo.

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