Stefano Semplici su Europa sulle ragioni della riforma elettorale


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5 aprile 2012

Stop allo strapotere delle coalizioni
Riusciremo davvero a non andare a votare nel 2013 con il Porcellum? Forse sì, grazie alla consapevolezza che sta ormai diventando “maggioritaria” – sia pure per ragioni diverse che sono state ampiamente analizzate in queste ultime settimane – sia nel Pdl che nel Pd: il bipolarismo delle coalizioni imposte dal sistema elettorale fa male al paese e, alla resa dei conti, agli stessi partiti, che le hanno guidate negli ultimi anni. Si comprende che da una parte e dall’altra si cerchi adesso di minimizzare, di non concedere troppo a Casini che “lo aveva sempre detto” (o almeno lo ha detto per primo). È in questo modo che una consumata retorica, sposata alla più raffinata erudizione accademica, può perfino arrivare a presentare la proposta sulla quale un consenso sembra davvero possibile come una soluzione che, magari con qualche aggiustamento, andrebbe considerata un’evoluzione migliorativa del Porcellum, che ne elimina i vizi manifesti proprio per amore della logica bipolare.
Sarebbe molto meglio dire semplicemente le cose come stanno: il prezzo della concessione di una vera e propria golden share al socio o ai soci di minoranza di coalizioni insostenibili sotto il profilo della coerenza programmatica e ideale si è rivelato troppo alto, tanto è vero che siamo oggi di fronte al paradosso di un governo che, essendo sostenuto insieme dal Pdl e dal Pd, riesce comunque a fare infinitamente di più di quanto abbiano saputo fare i governi precedenti, paralizzati dai veti dell’estrema sinistra o costretti ad inseguire l’agenda della Lega.
La reazione furibonda e compatta di tutti coloro che potrebbero adesso perdere quello che una volta si chiamava “potere di coalizione” è la migliore dimostrazione che questa è la strada giusta, da percorrere rapidamente e senza ulteriori cedimenti all’illusione che di quel potere non sarà poi fatto un uso spregiudicato, che si possano neutralizzare le minoranze che hanno reso impossibile il governo del paese sotto la coperta di una leadership carismatica piuttosto che di programmi elettorali dalle pretese anacronisticamente enciclopediche.
Si dirà (e si dice) che in questo modo i cittadini tornano a lasciare ai partiti la scelta di alleanze che non sono chiaramente indicate prima del voto. È vero, ma non importa. Non solo perché correttivi come l’indicazione del candidato premier, il vincolo almeno implicito ad affidare al leader del partito di maggioranza relativa la guida del governo, la sfiducia costruttiva, un premio di maggioranza in seggi al primo o anche ai primi due partiti o la combinazione di modello tedesco e spagnolo possono garantire effetti di governabilità e rispetto della volontà degli elettori almeno paragonabili a quelli che abbiamo visto nelle ultime legislature.
C’è una priorità dalla quale partire. Chi pensava di averla individuata nel bipolarismo ad ogni costo aveva torto, anche se è inutile ricordarglielo con troppa insistenza. È lecito immaginare (e, per quanto mi riguarda, sperare) che la grande maggioranza degli elettori italiani possa tornare ad amare la politica senza passare dai vocabolari e dalle immagini della “lotta” e della “secessione”. E naturalmente non per un difetto di consapevolezza della necessità di soluzioni nuove e coraggiose di fronte a una crisi come quella nella quale ci troviamo, ma per convinta adesione ai ripetuti appelli del capo dello stato all’esercizio di una razionalità allo stesso tempo esigente, inclusiva, pacata.
È in ogni caso doveroso pretendere che l’anima maggioritaria, se esiste, si consolidi intorno a partiti che si dimostrano capaci di interpretarla, chiedendo e ottenendo per questo i voti dei cittadini. L’alternativa non è la bipartizione artificiosa di società altamente differenziate e complesse. L’alternativa è cominciare a pensare qualcosa di radicalmente diverso non da un sistema elettorale, ma dalla politica come sistema dei partiti. Questo, però, è un altro e per il momento impossibile discorso.
Preoccupiamoci per il momento delle prossime elezioni e di evitare di dover tornare ad umiliare la politica bussando alla porta dei “tecnici”. Trovandosi costretti a farlo non perché lo pretende l’Europa, ma perché altrimenti il paese affonda

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